Franco Battiato, ancora giovanissimo, è seduto a gambe incrociate su un tappeto indiano. Ai due lati ci sono due mani di legno, con i palmi in evidenza. È vestito all’orientale e accenna, scatto dopo scatto, una danza rituale. È il servizio con cui si apre “Nucleus”, il volume di Seipersei che raccoglie, in un viaggio nel tempo e nello spirito, le fotografie di Roberto Masotti scattate al musicista, in una sorta di omaggio ai due artisti, entrambi scomparsi da poco. Si comincia così, dalla serie commissionata nel 1973 dalla Bla Bla Records, la prima etichetta del maestro: qui lo sguardo aperto e i gesti non impostati sembrano prefigurare il suo lungo cammino di ricerca e di sperimentazione, con cui peregrinerà nel mondo e nella musica.
Poi eccolo, sempre nello stesso anno, a sperimentare con il pianoforte: è solo ombra, solo profilo, quasi immerso nella tastiera. Nel concerto tenuto allo showroom Cassina, in via Durini a Milano, appare in mezzo ai suoi strumenti, con una luce che risplende sopra di lui. E poi mentre registra “Sulle corde di Aries”, torna ad affondare tra i tasti, con occhi tutt’altro che «meccanici».
Ci sono motivi che ritornano nel tempo e nelle immagini – le luci, le pose concentrate, l’aria vaga e lontanissima – e che avvolgono quello che è, davvero, un nucleo, dal quale sembra essersi irradiata tutta l’arte.
L’impressione (quasi certezza) è che nella lunga frequentazione tra Masotti e Battiato – come ricorda nel suo testo Silvia Lelli, che notava nel lavoro del marito «l’intensità continuamente ricercata e ottenuta, poi, la costanza nell’agganciarsi a un personaggio, incontrarlo ripetutamente, documentarne l’attività, interpretare lui e la sua arte» – si sia svolta una ricerca dell’anima (tema che del resto, nelle sue declinazioni metafisiche, Battiato aveva a cuore) e, più ancora, dell’istante creativo. Più che l’esecuzione, conta l’invenzione. E cogliere il momento in cui nasce l’idea nelle sue traiettorie impercettibili.
In questo senso, Battiato si sottrae, si volge altrove e soprattutto guarda altrove, sia quando – artista – studia i suoi strumenti alla ricerca di suoni nuovi, o dialoga con collaboratori e musicisti (e a Masotti lancia una linguaccia beffarda), sia quando – uomo – gira per gallerie, incontra persone, si intrattiene. Di scatto in scatto, sembra svolgersi il film di una sfida, un inseguimento leggero e amichevole tra strumenti nuovi, chitarre, primi piani oppure solo i suoi foltissimi capelli. Da un lato c’è chi crea e serba il suo segreto, forse inconsapevole lui stesso di come fa; dall’altro chi cerca, individua – e ri-crea – con il bianco e nero, quei movimenti dello spirito, le allusioni sgranate, le poesie.
È un ritratto nel tempo, che si snoda tra pose e attimi rubati, dalla giovinezza fino alla maturità (l’ultimo scatto è del 1997, al Filaforum di Assago), che va a chiudersi in un cono di luce: quasi un mistero, quasi un saluto ironico.