Free speechL’onda del politicamente corretto è in ritirata

Il mondo illiberale immaginato e voluto da chi accetta senza problemi la cancel culture si sta sgretolando. Era solo questione di tempo, prima che i sostenitori della democrazia liberale capissero che quella corrente di pensiero non va sostenuta né ignorata

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Negli ultimi dieci anni il dibattito pubblico su temi politici, sociali, culturali e poi anche economici si è fatto estremo, si è polarizzato fino a produrre storture e assurdità. Non tanto e non solo la cancel culture, ma anche coloro che negano la sua esistenza: da destra, nonostante il rigetto formale della cancel culture, emergono versioni ancora più estreme della censura, intese come baluardo contro una società in rapido cambiamento, con leggi che vieterebbero i libri, soffocherebbero gli insegnanti e scoraggerebbero la discussione aperta nelle classi; da sinistra, invece, si è prodotto e riprodotto un rifiuto di riconoscere perfino che esista una cancel culture.

Lo scorso settembre parlavamo della pericolosa ascesa della sinistra illiberale, raccontandola a partire dalla copertina dell’Economist: «Nonostante i mirabolanti successi sociali, economici e culturali in oltre mezzo secolo e in ogni continente della Terra, negli ultimi tempi questa idea e questa consapevolezza sono state messe in crisi dal populismo di destra e dai regimi autoritari, da Donald Trump e dalla Cina di Xi Jinping e dalla Russia di Vladimir Putin, per mille ragioni che la nuova copertina dell’Economist affronta con la tradizionale capacità di analizzare i fenomeni globali in corso. Il settimanale inglese, però, aggiunge un elemento non banale all’attacco al sistema liberale, ovvero che il pericolo per il mondo come lo conosciamo non arriva soltanto da lì, dalla destra populista e autoritaria. Fin dal titolo della cover di questa settimana, l’Economist riconosce “la minaccia della sinistra illiberale”».

L’Economist spiega che i due populismi, quello di destra e quello di sinistra, «si nutrono patologicamente a vicenda» in una campagna di odio nei confronti degli avversari che favorisce soltanto le ali estreme.

Una tendenza all’illiberalismo che si lega al politicamente corretto sempre più rigido ed esclusivo. Una corrente di pensiero che ha stravolto la normale scala di valori e reso le parole equivalenti alla violenza, ha reso le controversie politiche una specie di gioco a somma zero tra oppressore e oppresso. Norme di condotta illiberali che hanno spesso avuto origine nel mondo accademico e poi si sono allargate in comunità solitamente progressiste, come i media, l’editoria e le organizzazioni politiche e di attivisti sociali.

Ciò che ha reso tutto questo così inarrestabile è che i critici avevano buone ragioni per temere di esprimersi contro. Ricordiamo che il New York Times ha costretto il giornalista scientifico Donald G. McNeil Jr. a dimettersi per aver citato (non usato) un insulto razziale, e l’editorialista del Washington Post Margaret Sullivan ha scritto che chiunque fosse in disaccordo con il suo licenziamento fosse anche razzista. Sembra la logica della caccia alle streghe: chiunque si opponga alle nuove norme di comportamento si macchia di un crimine paragonabile a quello del reale colpevole.

Era accaduta una cosa simile a ottobre, quando un professore di origine cinese ha dovuto rinunciare a insegnare all’Università del Michigan per aver mostrato agli studenti un film molto vecchio in cui c’era un personaggio con la blackface. Per fortuna quasi 700 docenti hanno firmato una lettera per chiederne la reintegrazione nell’ateneo.

Lo scorso marzo un editoriale preoccupato del New York Times si schierava fermamente in difesa della libertà di parola, contro le minacce della destra e della sinistra illiberale: il quotidiano più importante d’America prometteva implicitamente di non lasciare che le campagne di indignazione dei social media dettassero le sue decisioni.

Anche perché nel frattempo un nuovo sondaggio nazionale commissionato dal Times Opinion e dal Siena College ha rivelato che solo il 34% degli americani ritiene che tutti gli americani godano della totale libertà di parola. Il sondaggio ha rilevato che l’84% degli adulti definisce un problema «molto serio» o «piuttosto serio» il fatto che alcuni americani non possano parlare liberamente nelle situazioni quotidiane per paura di ritorsioni o critiche.

I numeri fotografano una crisi di fiducia attorno a uno dei valori più basilari dell’America – e in generale di tutto il mondo occidentale: la libertà di parola e di espressione.

È per questo che Jonathan Chait sull’Intelligencer ha pubblicato un commento dai toni ottimistici. Il suo articolo, intitolato «Il politicamente corretto sta perdendo», spiega perché questa tendenza illiberale stia già cambiando. «Un sistema basato sulla sottomissione spaventosa dei dissidenti è una fragile base per il cambiamento sociale. Quello che sembrava essere un ampio consenso all’interno delle istituzioni d’élite era in realtà un silenzio imposto, che sta cominciando a cedere il passo a un attento ma deciso respingimento in ogni settore».

È per questo che anche il successo vertiginoso della sinistra illiberale degli ultimi tempi non può essere dato per scontato. «Mi vengono in mente tre ragioni per cui l’onda del politicamente corretto potrebbe essere in ritirata», scrive Chait.

La prima è che molti liberali che erano incerti su come reagire alla spinta illiberale hanno ormai capito e deciso che queste nuove norme di comportamento non gli piacciono, così sono passati da favorevoli o indifferenti a critici. Chait cita scrittori come Matthew Yglesias e Jeffrey Sachs, che alcuni anni fa respingevano l’idea di una tendenza in aumento dell’illiberalismo a sinistra, salvo poi ammettere che la tendenza esiste, è molto reale.

In secondo luogo, aggiunge l’autore dell’articolo, i cambiamenti culturali provocati da queste idee hanno rapidamente messo in luce la loro intrinseca impraticabilità. Una delle risposte all’omicidio di George Floyd si è tradotta in una massiccia richiesta di formazione sul posto di lavoro sui temi della sensibilità razziale, alcune di queste erano goffe o semplicemente ridicole.

Il terzo e più grande fattore di limitazione del politicamente corretto sono state le elezioni del 2020. La sconfitta di Donald Trump ha rimosso un acceleratore di questa tendenza. Con i suoi toni razzisti e una finta critica alla cancel culture (finta perché lui stesso in realtà ha sempre cercato di cancellare i suoi critici), Trump ha incoraggiato più di chiunque altro la new wave del politicamente corretto.

«Si scopre che la stessa democrazia – è la conclusione dell’articolo – è stata il fattore correttivo. Le passioni dell’ultimo mezzo decennio hanno dimostrato che, nonostante tutte le sue colpe, il Partito Democratico, con la sua coalizione multirazziale che rende conto al pubblico, è l’istituzione nella vita americana che è meglio attrezzata per respingere l’illiberalismo. Il Partito Repubblicano ha ceduto completamente al fanatismo molto tempo fa».