Parlare del «dopo»Alla comunicazione sulla crisi climatica serve una cosmogonia

Una parte della comunità scientifica è attaccata alla complessità del messaggio. Molti scienziati fanno fatica a parlare con i giornalisti, e molti giornalisti hanno difficoltà ad ascoltare, comprendere, rispettare il diritto alla complessità e allo stesso tempo produrre un messaggio accessibile

Una foto scattata durante la Cop26 (AP Photo/LaPresse)

Il giorno in cui si è chiusa la Cop26 a Glasgow ero nella sala dell’Assemblea plenaria, era stata una discussione finale drammatica, con l’ultimo colpo di mano dell’India sull’uscita dal carbone, che con un solo slittamento verbale (da phasing out a phasing down) diventava più lenta di decenni. Attivisti, delegati, giornalisti: eravamo tutti esausti, era impossibile mettere in prospettiva i risultati e le delusioni della Cop più attesa e carica da quando si tengono le conferenze annuali sul clima (Berlino, 1995). 

Ora, in prospettiva, è più chiaro: il patto per il clima di Glasgow sembrava annacquato e poco ambizioso, ma era soprattutto fragile. Da allora sono passati sei mesi: c’è stata una guerra che nessuno quel giorno avrebbe immaginato e sono usciti gli ultimi due capitoli del sesto rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), la sintesi di tutto quello che sappiamo sul riscaldamento globale. Quel patto oggi sembra già un fossile, perché la storia corre più veloce delle nostre intenzioni e della nostra capacità di governarla: non è stato semplicemente smantellato, è stato vaporizzato. Perché oggi ci rendiamo conto che il risultato più importante della Cop26 è quello che più avevamo trascurato in quei giorni e che oggi abbiamo perso brutalmente: l’attenzione. 

Tutto il mondo guardava a Glasgow, il clima era il tema geopolitico per eccellenza, non c’era un leader democratico che non l’avesse messo in agenda, ogni opinione pubblica era focalizzata, sembrava impossibile tornare indietro da lì, invece è esattamente quello che è successo. Sei mesi dopo si parla di combustibili fossili, nuove forniture di petrolio e gas, senza mai discuterne le implicazioni climatiche, come se fossimo tornati negli Anni 80, prima dell’audizione di James Hansen al Senato americano, ossia il primo momento in cui i cambiamenti climatici entrarono nel dibattito pubblico. Per questo motivo, oggi è più importante che mai chiedersi: ne stiamo parlando nel modo giusto? Cos’è che si perde?

La storia dei rapporti Ipcc usciti durante la guerra e subito affondati nella nostra distrazione come una pietra in un pozzo è il primo punto di partenza. Erano la fotografia del baratro (quello sull’adattamento e la vulnerabilità, «atlante della disperazione umana», secondo la definizione del segretario generale Onu Guterres) e le istruzioni dettagliate per uscirne (quello sulla mitigazione, «ora o mai più», secondo la presentazione dello stesso Ipcc). Sono i due testi più importanti al mondo del 2022, ma fuori dalla bolla attivismo-Onu-scienza sono stati accolti con un’alzata di sopracciglio, mentre collettivamente le nostre menti erano sul fronte ucraino. 

Foreign policy ha scritto una cosa importante: il primo passaggio da fare oggi è imparare ad affrontare le crisi in contemporanea, non una alla volta, perché la realtà non funziona così. Il riferimento specifico era alla complicata situazione dello Sri Lanka in default e senza più benzina, ma vale anche per la micidiale sequenza clima-pandemia-guerra. L’attenzione va ristrutturata e il messaggio deve essere ripensato, a ogni livello.

Partiamo dalla scienza. Nel 2022 possiamo accettare un fatto: la divulgazione è un’emergenza democratica. Una ricerca del 2016 mostra che i rapporti dell’Ipcc diventano a ogni giro più difficili da leggere. Anche il riassunto per i decisori politici, la parte più importante e pubblica, è una sofferenza comunicativa, impossibile da metabolizzare nel dibattito civile che vorrebbe generare. 

C’è una frattura, anche in quel mondo lì: una parte della comunità scientifica è attaccata all’inevitabile complessità del messaggio, alla sua indigeribilità dentro una comunicazione così veloce e frammentata. Molti scienziati fanno fatica a parlare anche solo con i giornalisti, figurarsi col pubblico, e molti giornalisti hanno difficoltà ad ascoltare, comprendere, rispettare il diritto alla complessità e allo stesso tempo produrre un messaggio che le persone riescano a capire. 

Un’altra parte della comunità scientifica ha abbracciato l’attivismo: il più in vista è l’esperto della Nasa Peter Kalmus, che un mese fa è stato il più famoso tra i climatologi arrestati durante la Scientist rebellion, la rivolta globale degli scienziati. Protestava contro le politiche della JP Morgan Chase, ma in realtà ce l’aveva con noi, noi tutti: perché non ascoltate? 

«Ci sono tante persone che passano direttamente dalla negazione alla disperazione senza fermarsi al passaggio intermedio di provare a fare davvero qualcosa per il problema». Era una frase pronunciata da Al Gore, nel film “Una scomoda verità”. Era il 2006 e a volte sembra di essere ancora lì. Il discorso sulla crisi climatica è in parte il problema di «pensare la fine», come dal titolo del nuovo saggio di Marco Pacini, ma nel 2022 possiamo anche considerare svolto questo compito. 

«Siamo nella stessa situazione di un film di James Bond: la tragedia è che questo non è un film, la bomba dell’apocalisse che ci minaccia è reale, l’orologio procede al ritmo furioso di centinaia di miliardi di pistoni, fornaci, motori con cui pompiamo carbonio nell’atmosfera sempre più velocemente». Non l’ha detto un attivista di Extinction rebellion, ma Boris Johnson alla Cop26. Non esattamente un alfabetizzato al tema. 

Vuol dire che quella parte del messaggio è passata, ormai lo vediamo “L’altro mondo” (questo è il titolo di un altro libro, di Fabio Deotto, il più importante reportage sulla crisi climatica mai uscito in lingua italiana). Il pezzo del discorso che manca è quello sul mondo nuovo. 

Alla comunicazione sulla crisi climatica serve niente di meno che una cosmogonia: le date che abbiamo messo come obiettivi e segnalibro dell’ansia – 2030, 2050, fine secolo – vengono sempre percepite come un «prima». Cosa dobbiamo fare prima del 2030, prima del 2050, prima di fine secolo; quante emissioni dobbiamo tagliare, quante rinnovabili dobbiamo installare. Qualcuno dovrebbe iniziare a parlare del «dopo». Come sarà il mondo dopo il 2030, dopo il 2050, nel prossimo secolo? 

Non manca la consapevolezza: oggi manca soprattutto l’immaginazione. I movimenti per il clima sono spesso giustamente diventati dei movimenti per le energie rinnovabili: è un approccio sensato e pragmatico, perché servono fonti energetiche pulite. Tante e presto. Ma non sono sufficienti. La crisi climatica è un problema di energia, ma anche di risorse, di sistema economico, di stili e modelli di vita, di idea del mondo, idea della società, idea dell’altro, di cosa è la natura umana, di cosa saranno le persone, di che significato avranno le cose. Salvarsi, se ci riusciremo, sarà un atto di riscrittura del mondo. Ed è da qui che tocca ripartire per superare tutto il rumore.