Piano in sei puntiCos’è e come funzionerà lo Spazio europeo dell’istruzione

La settimana scorsa il Parlamento europeo ha discusso una strategia della Commissione volta a rinforzare l’offerta formativa nell’Ue. Università, Erasmus, microcredenziali e certificati comuni sono i pilastri di una didattica sempre più integrata

AP/Lapresse

Migliorare l’accesso a un’istruzione di qualità, facilitare i movimenti degli studenti fra i Paesi membri e creare una «cultura di apprendimento costante» in Europa. Sono gli obiettivi della Commissione europea per il 2025: ambiziosi, perché riguardano un ambito di competenza prettamente nazionale.

Piano in sei punti
La strategia, dello «Spazio europeo dell’istruzione» si sviluppa lungo sei direttrici: qualità, inclusione e parità di genere, transizione verde e digitale, formazione degli insegnanti, istruzione superiore e ruolo geopolitico dell’Unione europea.

Ognuno di questi ambiti d’azione si articola in vari punti, oggetto di iniziative comunitarie o degli Stati membri. Per quanto riguarda la qualità dell’istruzione, sarà importante rinforzare le competenze «trasversali» degli studenti europei, cioè quelle che non si riferiscono a un lavoro in particolare ma possono tornare utili in varie situazioni, come ad esempio la capacità organizzativa o la flessibilità mentale. 

Necessario pure migliorare l’apprendimento delle lingue straniere, in un processo che dovrebbe essere continuo, e non limitato ai primi anni scolastici. Su questo aspetto persiste una differenza consistente tra i Paesi europei: secondo i dati Eurostat, in Estonia, Romania, Cechia e Finlandia il 99% della popolazione delle scuole superiori studia almeno due lingue diverse dalla propria. Una quota che crolla al 6% in Portogallo e all’1% in Grecia.

La scuola dei prossimi anni dovrà essere più inclusiva e attenta alle tematiche di genere, ma anche puntare sulle singole vocazioni, potenziando i cosiddetti Centres of Vocational Excellence, cioè gli istituti che offrono formazione professionale di alto livello, e stilando standard comuni per il riconoscimento all’estero delle «microcredenziali», le qualifiche che attestano i risultati acquisiti a seguito di un breve corso o modulo formativo.

Per affrontare le sfide della transizione ecologica e digitale, bisogna intervenire anche e soprattutto sugli studenti. La Commissione prevede un Piano d’azione per l’istruzione digitale 2021-2027, con l’introduzione di un certificato di competenze europeo e un approccio comune all’uso di programmi di intelligenza artificiale e stoccaggio di dati. Sarà necessario cominciare formando gli insegnanti, visto che al momento solo il 39% di loro si sente pronto a utilizzare le nuove tecnologie nelle sue ore in classe.

Un discorso simile riguarda l’ecologia: la Commissione ha già creato una piattaforma, Education for Climate, in cui insegnati, studenti e soggetti coinvolti possono interagire sui temi della sostenibilità ambientale. 

Ma si può fare di più: «La nostra proposta è che tutte le scuole europee dedichino almeno un’ora delle loro attività all’educazione ambientale», dice a Linkiesta Chiara Gemma, europarlamentare del Movimento 5 Stelle. Una posizione che ricalca quanto espresso dai cittadini nella Conferenza sul Futuro dell’Europa, che sul tema hanno persino auspicato di aumentare le competenze europee.

La deputata approva la volontà della Commissione, che punta a una maggiore cooperazione tra gli Stati membri nel campo dell’istruzione, dopo quanto fatto nelle politiche sanitarie ed energetiche. «Le nuove iniziative e gli investimenti messi in campo dovrebbero consentire a tutti gli europei, indipendentemente dall’età, di beneficiare di una ricca offerta didattica e formativa».

Che non potrà prescindere da un insegnamento innovativo: tra le iniziative della Commissione in merito c’è pure un premio, volto a finanziare i progetti didattici che più si adattano alle nuove tecnologie, proponendo soluzioni all’avanguardia.

Un’istruzione europea
La Commissione lavora anche nell’ottica di un sistema di istruzione sempre più integrato, con lo sviluppo di una «laurea europea»: un’idea affascinante, che dovrebbe superare la situazione attuale in cui i titoli di studio universitari rispondono solo a inquadramenti nazionali. 

L’iniziativa viaggia in parallelo con quella di creare delle «università europee»: una ventina di consorzi composti da atenei di tutta l’Unione, in grado di  «promuovere i valori e l’identità europei, rivoluzionando la qualità e la competitività dell’istruzione superiore in Europa».

Queste alleanze universitarie, 60 entro il 2024 nei piani della Commissione, dovrebbero rilasciare un unico diploma frutto di studi in diversi Paesi, contribuendo fra l’altro alla competitività internazionale delle università europee, perché permetterebbero a studenti, membri del personale e ricercatori di spostarsi tra istituti di diversi Paesi in una sorta di «Erasmus allargato».

Proprio il programma Erasmus, definito «forza creatrice dell’identità europea» dalla commissaria all’Istruzione Mariya Gabriel, dovrebbe vedere potenziato il suo raggio d’azione: si espanderà ulteriormente al di fuori dei confini dell’Unione, con gli studenti che beneficeranno di un’applicazione apposita e gli insegnanti di 25 «accademie Erasmus» per potenziare il multilinguismo e acquisire competenze.

Perché lo Spazio europeo dell’istruzione diventi realtà entro il 2025, spiega la Commissione, servirà una stretta collaborazione da parte degli Stati membri. Perché produca effetti positivi, invece, è necessario un attento monitoraggio sul raggiungimento dei target previsti: 90% dei giovani tra i 20 e i 24 anni in possesso di un diploma di scuola superiore, 50% di quelli tra i 30 e i 34 con in tasca una laurea universitaria o un titolo equivalente e meno del 15% della popolazione scolastica in difficoltà nelle materie scientifiche e informatiche. Un esame da cui dipende il futuro dell’Europa.

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