Anatra zoppa, ma vivaLa tragedia dei conservatori che non hanno un leader per sostituire Boris Johnson

Il premier inglese è sopravvissuto al voto di sfiducia e non si dimetterà nonostante sia contro di lui il 40% dei parlamentari. il cancelliere Rishi Sunak, la ministra degli Esteri Liz Truss e il ministro della difesa Ben Wallace non hanno ancora raccolto abbastanza consenso interno

AP/Lapresse

All’indomani della sfiducia, Boris Johnson è andato a fare jogging. Come se nulla fosse, come se la nottata non avesse incrinato un premierato in cui l’unica cosa stabile è la crisi. Ora comincia la corsa più lunga. Ha schivato la destituzione con un margine inferiore alle aspettative e a quello per cui chi ancora lo sostiene ha invocato la testa dei suoi predecessori. Chi ha allungato la vita al primo ministro l’ha fatto soprattutto per mancanza di alternative. Di Johnson si è spesso scritto che compensa(va) la freddezza dell’establishment con l’ascendente sul «paese reale», ma stavolta l’ha salvato il palazzo, con il voto a scrutinio segreto dei deputati Tory, perché tra gli inglesi la pazienza è finita da tempo. 

I giornali britannici, incluso il Telegraph filo-conservatore, hanno parlato di una «hollow victory». In italiano diremmo «una vittoria di Pirro», ma l’espressione anglosassone è più adatta al caso specifico. Si riferisce, letteralmente, a un successo vuoto, senza senso. Invece di sovvertire gli equilibri, ha ingessato quelli precari del governo. Si sono sprecati i precedenti storici: Margaret Thatcher, John Major e persino Theresa May, disarcionata dal suo ex ministro degli Esteri, sono usciti meglio dalle rispettive mozioni, prima di andare incontro a disastri elettorali o doversi comunque dimettere. 

Johnson non è mai stato superstizioso, vorrebbe sfatare la maledizione. Ha ottenuto 211 suffragi a suo favore, 148 contro. 211 e 148 sono proprio le due linee di bus che passano da Parliament Square. Ultima fermata? Invece delle profezie, i fedelissimi leggono nella cabala dei numeri una performance migliore di quella al congresso del partito nel 2019: 59% contro il 51% di allora. Sarà anche vero, ma le primarie e l’impeachment non ricadono esattamente nella stessa tipologia, le separa la stessa differenza tra un’assunzione e un licenziamento.

Il rituale dei Tories è, come parte della politica inglese, un’enclave vecchia di secoli dentro un Regno che cerca di svecchiarsi, ma dove il futuro non osa violare l’etichetta del passato. Per eleggere un leader, il partito cannibalizza a porte chiuse i candidati finché non ne restano due, magnanimamente offerti alla platea degli iscritti per il verdetto finale. È simile il cerimoniale per detronizzare un primo ministro: votano solo i deputati, ma prima il 15% di loro deve indirizzare una «lettera di sfiducia» a un organo nato cent’anni fa, il 1922 committee

La soglia di 54 è raggiunta domenica, Johnson lo scopre durante il Giubileo di platino della Regina. Nelle ore successive riunisce l’inner circle, scatta l’operazione «Save Big Dog». Nome da farsa. Quando la quota della sfiducia nei suoi confronti è raggiunta, a dicembre 2018, May si presenta subito fuori da Downing Street per parlare alla nazione. Il premier tace, anche sui social. «Non se lo aspettava» ghigna l’opposizione interna. Solo lunedì scrive ai parlamentari. Una lettera a ognuno: un testo standard con aggiunte, a penna, che personalizzano l’appello. 

C’è un dato che più di altri è indice di una macchina di potere in panne e di un non più rimandabile problema di consenso. Entro mezzogiorno del suo d-day, May ha già raccolto suoi social o sui media il sostegno pubblico di 158 deputati, abbastanza da restare in carica, come poi effettivamente accaduto. Johnson a quell’ora ha ricevuto solo 82 endorsement e anche a ridosso del voto, almeno in questa speciale conta, è al di sotto della maggioranza. Pure Boris è graziato, ma il “buco” nelle dichiarazioni segnala una “turata di naso” collettiva. La classe dirigente dei conservatori ormai si vergogna di lui. 

I dissidenti ora chiedono al 1922 committee di cambiare lo statuto, abolendo lo scudo che impedisce di sfiduciare due volte un primo ministro nel giro di un anno. Si parla di abbassare il termine a sei mesi, ma le settimane in politica possono durare un’eternità. Johnson, almeno a favor di camera, sembra averla presa bene. Con un repertorio già sperimentato in carriera, promette d’aver imparato la lezione. Al suo gabinetto detta una nuova linea: occupiamoci solo del costo della vita, dei problemi quotidiani della gente, realizziamo il programma e lasciamo stare le dispute intestine. 

Insomma, non seguirà l’esempio della Thatcher, che nel 1990 si è dimessa nonostante una vittoria al congresso perché non ha ottenuto un distacco sufficiente a evitare un secondo turno. Questione d’orgoglio, ma anche la fine di un’era. Un’ipotesi concreta, per il suo erede più atipico, è un rimpasto dell’esecutivo. Non vanno sostituiti i disertori, anche perché ai piani alti non ce ne sono stati, ma vanno premiati i pretoriani. 

Un test importante passa dalle suppletive di Wakefield e Tiverton and Honiton del 23 giugno, dove i Tories rischiano di perdere i seggi. Secondo molti analisti, i deputati avrebbero dovuto attendere questa sconfitta annunciata per rovesciare il premier. Tradizionalmente, il regicidio avviene proprio a causa degli sprofondi alle urne, l’unica cosa che i conservatori non perdonano a chi li guida, come per May alle Europee del 2019. Dopo il Partygate, i conservatori avevano due opzioni: coalizzarsi intorno al leader oppure concentrarsi per abbatterlo. Non hanno fatto né l’una né l’altra cosa. Potrebbero non avere una seconda occasione prima della campagna per le elezioni del 2024. 

Finché Johnson resterà convinto di poter (ri)vincere, non farà passi indietro. I risultati di lunedì sera hanno comunque scolpito questo: il 41% dei deputati ha perso la fiducia in lui. La fedeltà dei lealisti va misurata tenendo a mente una peculiarità inglese: a Westminster esistono i cosiddetti «payroll votes». Si tratta dei parlamentari che ricoprono anche incarichi governativi e, per questa ragione, non possono votare contro l’esecutivo, pena le dimissioni. Il loro numero varia di legislatura in legislatura, in questa sono tra i 160 e i 170. Tradotto: hanno appoggiato Johnson solo una quarantina di backbenchers, gli onorevoli “ordinari”.

L’endorsement più pesante è arrivato dall’estero, dal presidente ucraino Zelensky, lieto di non aver perso «un alleato molto importante». E di questo a Johnson va dato atto. Un’altra realtà è che nessuno, nel partito conservatore, sembra smaniare per prendere il suo posto. I casting per la successione, così attivi a dicembre, sono fermi. Il nome più ricorrente è quello di Jeremy Hunt, ex ministro della Salute che contro Boris ha già perso al congresso del 2019, ma è un’autocandidatura più che un ricambio dal basso. 

Nella squadra di governo, il cancelliere Rishi Sunak ha accusato scandali considerabili minori solo al cospetto di quelli roboanti delle feste a Downing Street. Da ministro delle Finanze, aveva ancora la green card americana e sua moglie, la figlia di un miliardario indiano, non pagava le tasse nel Regno Unito. La titolare degli Esteri, Liz Truss, potrebbe essere una scelta di continuità: pure lei potrebbe subire la promozione più che desiderarla. Truss e Sunak sono tra i più apprezzati dalla base, affiancati da una new entry, il ministro della difesa Ben Wallace. 

Nel gergo politico, si dice che un premier in difficoltà, perché orfano di una maggioranza o delegittimato dal malcontento interno, diventa un’«anatra zoppa». In casa Tory, nessuno vuole riscattare il lavoro di Johnson, anche per non dover scontare al suo posto i fallimenti, a tempo debito. Non sarebbe la prima volta che l’anatra Boris si rimette a volare contro i pronostici, ma – per restare nella stessa metafora – la stagione della caccia è vicina.