Assumersi le responsabilitàIl principio del risarcimento climatico continua a terrorizzare i governi occidentali

+800%: è l’incremento, negli ultimi vent’anni, delle risorse necessarie per ripagare i disastri ambientali. Quasi otto crisi umanitarie su dieci sono causate dal climate change. Una montagna di dolore e devastazione dei quali i negoziati devono iniziare a tenere conto: quella per il riconoscimento del “loss and damage” è la principale battaglia di giustizia climatica globale

Unsplash

In questi giorni a Bonn, in Germania, procedono verso la chiusura (il 16 giugno) i negoziati intermedi delle Nazioni Unite per l’azione globale contro i cambiamenti climatici. Queste due settimane di incontri sono il ponte diplomatico che ci porterà all’evento più importante, quello di Sharm el-Sheikh in Egitto a novembre, dove si terrà la ventisettesima conferenza delle parti (per gli amici e gli assidui: Cop) sul clima. 

Le Cop sono le più grandi assemblee di condominio del mondo: tutti i Paesi Onu discutono su come cambiare il sistema energetico in modo che sia equo per tutti e che non bruci il palazzo dove abitiamo. Come in ogni condominio, le Cop sono storie di blocchi, alleanze e fratture: tra i ricchi storici, i nuovi ricchi, i poveri, le famiglie numerose, i single, quelli rumorosi, quelli silenziosi, quelli che hanno il terrazzo e quelli che hanno il sottoscala. 

La linea di conflitto classica delle Cop è questa: i ricchi storici premono perché tutti (ricchi e poveri) si affrettino a fare mitigazione climatica, cioè transizione energetica e riduzione delle emissioni di gas serra. Che è una cosa ottima, anche se vagamente ipocrita, dal momento che Stati Uniti ed Europa chiedono al resto del mondo di fare qualcosa che loro per primi in casa non riescono a portare a termine (vedi il naufragio del piano di Biden per il clima – Build Back Better  – negli Usa e i tormenti del piano europeo Fit for 55). 

I poveri, in ogni caso, chiedono aiuto per farlo. È quella che in gergo si chiama «finanza per il clima», cioè: soldi e, in misura minore, trasferimento tecnologico per consentire a Paesi come Sudafrica o Vietnam di lasciarsi alle spalle i combustibili fossili. Il tema dei fondi per il clima è una ferita diventata sempre più infetta negli ultimi quindici anni ed è il principale ostacolo al funzionamento di tutto il processo, che è basato sulla cooperazione e la fiducia, due cose difficili da conservare quando le promesse non vengono mantenute. 

L’infezione è stata causata da quattro problemi: le cifre promesse dai Paesi ricchi non arrivano, i fondi non sono sufficienti, rappresentano nuovo debito, e non coprono a sufficienza tutto ciò che non è la mitigazione tanto cara all’Unione europea e agli Stati Uniti. Decarbonizzare l’energia è una cosa necessaria, ma non sufficiente. Non lo è soprattutto nella prospettiva di un Paese a basso reddito, con infrastrutture terribili, una popolazione in aumento e un clima folle da fronteggiare. In sostanza, in Africa non si vive e non si muore solo di rinnovabili. 

I Paesi chiedono molti più soldi per l’adattamento (tradotto: come ci prepariamo alla parte di crisi climatica che non possiamo evitare nemmeno con tutte le pale eoliche del mondo?), i danni e le perdite (tradotto: chi paga per i disastri che ogni anno tormentano i Paesi più vulnerabili e che sappiamo per certo essere causati dalla crisi climatica? A chi mandiamo il conto dei cicloni e delle siccità? A chi doveva telefonare il primo ministro della Dominica quando l’uragano Maria ha fatto danni per due volte e mezza il Pil annuale del suo Paese?). 

Quest’ultimo tema, in diplomazia del clima, si chiama «loss and damage». È uno dei punti più discussi ai negoziati di Bonn e possiamo essere certi che sarà al centro delle discussioni durante Cop27. Quella a novembre in Egitto sarà la prima conferenza sul clima in Africa dal 2016, e uno dei focus sarà proprio come il continente può reagire e attrezzarsi per la tempesta già in atto. 

Come contesto e materiale per i negoziati di Bonn è uscito un rapporto di Oxfam intitolato “Footing the Bill: Fair Finance for Loss and Damage in an Era of Escalating Climate Impacts”. Il report contiene un numero chiave, uno di quei dati così chiari e precisi da diventare giurisprudenza statistica e base del negoziato futuro. Quel numero è una percentuale: +800%. Negli ultimi anni le risorse necessarie per ripagare i disastri climatici sono cresciute dell’800%. 

Questa cifra comprende tutto il mix di eventi estremi, siccità, ondate di calore che sta già travolgendo la parte più vulnerabile del mondo. Ci aveva avvisato anche l’Ipcc, l’organismo Onu che aggrega e sintetizza la scienza sul clima prodotta nel mondo in solidi, lunghi e dettagliati rapporti ciclici. Il concetto chiave nella seconda parte del sesto rapporto era che 3,3 miliardi di persone, circa la metà del genere umano, vivono in contesti di pericolo climatico, in posti dove l’instabilità del clima mette a rischio già oggi sicurezza, salute, cibo e sopravvivenza. 

Oggi, dunque, un essere umano su due è in immediato pericolo per il clima, e Oxfam ce lo ha ricordato (e lo ha ricordato ai delegati impegnati a Bonn). Il 2021 è stato il terzo anno più costoso di sempre per i disastri causati dal clima: si sono concretizzati in 329 miliardi di dollari in danni e perdite. Oxfam ricorda che vent’anni fa il 35,7% delle richieste di aiuto umanitario aveva tra le cause principali o parziali uno o più eventi meteorologici estremi. Nel 2021, la percentuale era cresciuta al 78%. Quasi otto crisi umanitarie su dieci sono causate, del tutto o in parte, dalla crisi climatica. Secondo l’Onu, l’onda crescerà del 40% nei prossimi otto anni. Questa è una montagna di dolore e devastazione dei quali i negoziati devono iniziare a tenere conto: quella per il riconoscimento del loss and damage è la principale battaglia di giustizia climatica globale. 

Finora l’ostilità dei Paesi più sviluppati (responsabili del 92% delle emissioni storiche e del 37% di quelle attuali) è stata un muro impossibile da scalare. Il principio del risarcimento climatico terrorizza i governi occidentali. Il principale risultato per la causa del loss and damage è stato il Glasgow dialogue, l’apertura di una linea di negoziato ufficiale della durata di un triennio per trovare un compromesso che vada bene a tutti. È una sorta di «Ne parliamo poi» in gergo diplomatico: una concessione piuttosto scarna, e infatti era stata una delle principali delusioni di Cop26. 

Come aveva dichiarato un negoziatore per gli stati insulari a Glasgow, i Paesi vulnerabili – che dalla crisi climatica stanno prendendo solo il peggio – non possono vivere in attesa di un «atto spontaneo di beneficenza» ogni volta che vengono colpiti da un disastro. Hanno bisogno di certezze contro la paura. Il flusso finanziario del loss and damage sarebbe enorme, le proiezioni lo portano a 500 miliardi di dollari all’anno nel prossimo decennio. 

Le organizzazioni che sostengono questa causa parlano spesso di innovazione finanziaria: si potrebbe istituire un fondo climatico con una tassa sull’estrazione di idrocarburi o sullo shipping internazionale, almeno queste sono le soluzioni citate da Oxfam. Non sarà facile, la strada per il loss and damage è ancora lunga, andrà oltre Bonn e Sharm El-Sheik, ma non può ignorare la realtà che nell’arco di amministrazione di quattro presidenti americani, diciannove Cop e dodici governi italiani il costo della crisi climatica è cresciuto dell’800%.