38 anni per redimersi?Gli obiettivi della Cina per l’ambiente rimangono utopici, nonostante i progressi

Pechino mira a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060: molto più avanti rispetto alle altre grandi potenze globali. Tra i massicci investimenti nel solare e una nuova sensibilità diffusa nella popolazione, il Paese asiatico sta facendo passi avanti da non sottovalutare. Tuttavia, potrebbe essere già troppo tardi

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La Cina ha azionato i propulsori della crescita economica. L’obiettivo è semplice: diventare la prima economia al mondo. Allo stesso tempo, ha accettato di fare la propria parte nella lotta al cambiamento climatico. Ma il tempo stringe e fino al 2030 le sue emissioni continueranno a crescere. Da lì in poi, non sarà troppo tardi?

Meno di quarant’anni di tempo per diventare una Nazione a zero emissioni di gas serra. Ad oggi, è il Paese che estrae e brucia più della metà della fornitura mondiale di carbone. Parliamo della Cina, il cui ambizioso piano per raggiungere il “net-zero” entro il 2060 è stato annunciato due anni fa, in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Le tappe sono le seguenti: raggiungere il picco di emissioni entro il 2030 per poi iniziare la discesa, fino a tagliare il traguardo della neutralità carbonica in trent’anni. Riuscirà Pechino in questa impresa? E se anche riuscisse, non sarà troppo tardi?

Riparare i danni
Il presidente Xi Jinping ha un piano ben preciso per mantenere la promessa che la Cina ha fatto al mondo nel 2020, quando ha accettato (finalmente) di ricoprire un ruolo importante nella difficile partita della sostenibilità ambientale. Recalcitrante fino a qualche anno fa, la Cina – a differenza di altri Paesi sempre più energivori come l’India – ha capito l’importanza di questa battaglia. 

Divenuto nel giro di un ventennio uno degli Stati più influenti al mondo a livello economico, si è attestato – di conseguenza – anche tra quelli più inquinanti. E in fondo, la chiave della sfida ambientale del nostro tempo è proprio questa: mantenere alto il proprio livello di sviluppo e competitività, individuando il modo di sostituire quelle fonti energetiche più prestanti – il petrolio, il gas, il carbone – che sono al contempo anche le più inquinanti.

Attualmente, la Cina rappresenta il primo Paese al mondo per emissioni di gas serra ed è responsabile per il 33% di quelle globali. Lo afferma l’ultima Global energy review dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea). La variazione media annuale del livello di emissioni di gas – calcolata dall’Ipcc nel sesto Assessment report per il periodo 2010-2019 – ha superato in Cina il +2% in termini assoluti. 

Nello stesso periodo, gli Stati Uniti hanno registrato quasi l’1% in meno all’anno, mentre il Regno Unito ha ridotto di quasi quattro punti percentuali la propria media di emissioni. 

Di questo passo la Cina, che già oggi emette più del doppio dei gas serra rispetto a qualunque altro Paese al mondo, raggiungerebbe un +17%. Se si calcola che nel 2021 la Cina ha sfiorato le 12 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (Co2) emessa in un anno, significa che nel 2030 (anno di picco annunciato dal Pechino, potrebbe arrivare a produrne circa 14 miliardi di tonnellate. Ad oggi l’intero pianeta emette in un anno circa 36 miliardi di tonnellate di Co2.

In questo contesto, è bene specificare che la Cina è il Paese che emette più gas serra in termini assoluti. Basti pensare che nel 2020, stando al Global energy monitor e al Center for research on energy and clean air, Pechino ha triplicato la sua capacità di produrre nuova energia a carbone, eguagliando la quantità prodotta in tutti gli altri Paesi del mondo. In pratica, è come se avesse costruito una grande centrale a carbone a settimana. 

Tuttavia, se si guarda alle emissioni di gas pro capite, la Cina non rientra neanche nella top 10 mondiale, dove a dominare sono i Paesi del Medio Oriente, il Canada e gli Stati Uniti.  

Insomma, è (purtroppo) chiaro che la Cina continuerà a bruciare senza esclusioni di colpi fino al 2030. La domanda rimane: come riuscirà a invertire la rotta verso l’energia pulita entro il 2060, riparando ai danni che avrà commesso fino a soli trent’anni prima?

La Cina è prima al mondo per investimenti nella transizione energetica
Visual capitalist ha raccolto i dati dall’Institute of energy, environment and economy della Tsinghua University per contestualizzare in una infografica le tappe della transizione energetica in Cina. Al 2025, Pechino soddisferà oltre la metà del suo fabbisogno energetico grazie al carbone; quasi il 20% deriverà dal petrolio, mentre il restante verrà prodotto tramite gas naturale, nucleare e rinnovabili. Da qui, il salto in trent’anni potrebbe risultare notevole. 

Secondo le ricerche dell’università di Tsinghua, nel 2060 Pechino otterrà oltre il 40% della propria energia da fonti rinnovabili e dall’energia nucleare, a proposito della quale in Europa si continua a discutere nell’ambito della tassonomia. In questo arco di tempo, l’energia proveniente dal nucleare subirà un incremento di oltre il 500%, mentre quella solare di oltre il 660%. 

Ma quanti soldi occorrono per una tale trasformazione? Stando all’ultimo rapporto pubblicato da BloombergNEF a gennaio, nel 2021 la spesa mondiale complessiva in investimenti per la transizione energetica ha raggiunto i 755 miliardi di dollari, segnando un aumento del 27% rispetto all’anno precedente. Di questi, 266 miliardi sono stati spesi dalla sola Cina, che ha confermato la sua posizione di Paese leader per investimenti. 

Al secondo posto si trova il blocco dei Paesi dell’Unione europea, che in complessivo ha stanziato 154 miliardi di dollari. Se invece si guarda la classifica per singola Nazione, sono gli Stati Uniti ad aver speso la cifra più corposa dopo Pechino, pari a 114 miliardi di dollari: meno della metà di quanto messo sul piatto dalla Cina in un solo anno. 

Rispetto al 2020, nel 2021 la Cina ha incrementato i suoi investimenti green del 60%. Quasi metà della spesa è stata destinata al potenziamento delle fonti di energia rinnovabile: un’altra fetta importante ha coinvolto l’elettrificazione dei trasporti, mentre il denaro restante è stato dedicato alla ricerca di materiali sostenibili e al nucleare. E non è tutto: nei primi quattro mesi del 2022, la Cina ha triplicato gli investimenti in progetti di energia solare, capitalizzando oltre 4 miliardi di dollari. Stiamo parlando del 204% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Sempre secondo le proiezioni di BloombergNEF, per incamminarsi nella strada della neutralità carbonica globale è necessario che gli investimenti globali complessivi triplichino la loro portata fino al 2025, superando i 2.000 miliardi di dollari di spesa annua a livello mondiale. Da lì, la cifra dovrà ulteriormente raddoppiare, raggiungendo i 4.000 miliardi di dollari all’anno (fino al 2030). 

Somme astronomiche che, secondo le stime del New Energy Outlook, potrebbero garantire l’unica strada percorribile verso un futuro realmente ecosostenibile. Il team di esperti ha ipotizzato tre scenari diversi per agganciare l’obiettivo del “net zero”: un primo scenario punta ad ottenere la maggior parte dell’energia necessaria dalle rinnovabili e dal trasporto elettrificato; il secondo richiede di potenziare le tecnologie di Ccs (Carbon capture and storage, ossia lo stoccaggio del carbonio); il terzo ipotizza un’economia ampiamente alimentata dal nucleare. 

Non possiamo superare la crisi climatica senza l’aiuto di Pechino
A tutti viene chiesto di fare la propria parte già da oggi per provare a invertire la rotta del cambiamento climatico, soprattutto a chi utilizza la maggior parte di risorse naturali a discapito degli altri. In questo senso, la Cina ha un ruolo fondamentale. E secondo il 91% dei cinesi, come conferma l’ultima survey sul clima condotta dall’European investment bank, il cambiamento climatico rappresenta la sfida principale alla quale è necessario far fronte fin da oggi. Insomma, in Cina c’è una sensibilità diffusa verso i temi ambientali da non sottovalutare. 

La scacchiera delle supremazie mondiali impone a ciascuno Stato di mantenere precisi tassi di crescita, anche a discapito dell’ambiente. Ecco perché non è facile stabilire, a priori, se gli sforzi compiuti da Pechino entro il 2060 – cioè in ritardo rispetto all’agenda green stabilita dagli altri Stati – saranno vani o ancora utili per la salvaguardia del nostro Pianeta. 

Un ultimo dato, in effetti, potrebbe allargare ulteriormente lo sguardo. Secondo il Global carbon project, se Internet fosse una Nazione sarebbe la quarta più inquinante al mondo. Nel 2020 i data center hanno utilizzato circa l’1% della domanda finale globale di elettricità, senza contare l’energia utilizzata per il mining di criptovalute, attestato intorno a 100 TWh nel 2020 (un ulteriore 0,5% in più sul totale dell’energia elettrica prodotta in tutto il mondo). 

Ovviamente, questi accenni riguardano una questione diversa e forse più complicata. Ma quando si parla di emissioni e del loro abbattimento, è bene tenere presente che la partita della responsabilità coinvolge tutti, a effetto domino. Alla fine dei conti, saremo in grado come comunità mondiale di tappare tutti i buchi prima che la nave affondi?

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