Dammi il cinque! (anzi, no)La mano a borsa e altre espressioni misteriose che traducono la nostra gestualità

Rendere il linguaggio non verbale non è sempre facile. Alcune soluzioni sono poco chiare (“a cuoppo”), altre fuorvianti (cosa significa “stringersi nelle spalle”?) e altre piuttosto ridicole (come la resa italiana di “Gimme five”)

da Totò, Peppino e la malafemmina

Anassagora di Clazomene, un pensatore presocratico vissuto nel V secolo avanti Cristo, sosteneva che sono le mani a fare dell’uomo il più sapiente di tutti gli esseri viventi. Anche il più comunicativo, potremmo aggiungere. Specialmente se italiano. Le mani, e oltre alle mani il viso e tutto il corpo, sono media potenti in grado di trasmettere una quantità di informazioni che a volte si prestano a accompagnare, altre volte possono efficacemente sostituire quelle veicolate dalle parole. Ma come tradurre la gestualità corporale in un testo scritto, quando non si ha la possibilità di mimare il gesto e il linguaggio non verbale va forzatamente ricondotto a quello verbale? Qui nascono i problemi.

Prendiamo per esempio questa espressione: “fare la mano a borsa”. O anche “a sacchetto”, “a pinza”, “a grappolo”, “a pigna”, “a puparuolo” (come a Napoli chiamano il peperone), “a cuoppo (ivi, il cono di carta assorbente che accoglie i cibi fritti da strada). Capito qualcosa? Difficile, se non ci si è mai imbattuti prima in questi costrutti – e se, essendocisi imbattuti, non si sono prese informazioni. Se diciamo “fare la mano a tulipano” (come Gadda nel Pasticciaccio) oppure “a carciofo”, forse ci avviciniamo un po’ di più – ma soltanto un po’, e bisogna metterci del proprio. Per risolvere i dubbi occorre l’aiutino. Ecco la spiegazione-descrizione dell’Enciclopedia Treccani: «La mano si muove su e giù a palmo in alto, con le dita che si toccano le punte, proprio come i petali di un tulipano» [o anche come le foglie del carciofo]. «Si tratta di un gesto-frase polisemico, cioè con due letture diverse ma correlate: una di domanda, parafrasabile come “che vuoi?”, “che dici?”, “e allora?”; l’altra di critica, o d’informazione o valutazione negativa, parafrasabile come “ma che dici?!”, “niente affatto”, “non sono d’accordo”».

Per maggior precisione, la Treccani scende nei dettagli dinamici: «Nel significato di domanda, la mano si muove su e giù in fretta, compiendo un arco di pochi centimetri, e si ferma di scatto dopo al massimo due o tre ripetizioni; inoltre il gesto è accompagnato da uno sguardo interrogativo, con le sopracciglia aggrottate e un’espressione di curiosità. Nel significato di critica, invece, la mano si muove su e giù lentamente, più volte, per un tragitto molto lungo, anche fino a completa flessione ed estensione dell’avambraccio; la bocca si atteggia a un sorriso scettico o ironico, il capo è leggermente inclinato da una parte, e in genere non c’è aggrottamento delle sopracciglia né espressione di curiosità».

Insomma, una descrizione lunga e articolata per far capire quel che in presenza è immediatamente chiaro: ossia uno dei gesti italiani più famosi nel mondo, forse in assoluto il più famoso e identificante, che – in seguito alla proposta dello startupper cavese Adriano Farano al competente consorzio californiano Unicode – nel 2020 è stato consacrato in un emoji. E certo i tanto esecrati (quanto utilizzati, dagli stessi esecratori) emoji aiutano a dire quel che a volte le parole non dicono. Fortunatamente (o sfortunatamente?) nei libri – almeno in quelli “seri”, non nei “libroidi” di gianarturoferrariana memoria – gli emoji ancora non ci sono, e questo ci riporta al problema di partenza.

Un’altra espressione che nella narrativa ritorna spesso, e spesso compulsivamente, è “stringersi nelle spalle”. I polpettoni di Dan Brown, per esempio (ma anche i romanzi di autori più letterariamente educati), ne sono zeppi, si direbbe un tic nervoso che inspiegabilmente affligge non uno solo ma tutti i personaggi, e che nei relativi dialoghi si alterna con l’altra non meno compulsiva reazione passepartout espressa dal verbo “annuire” (tutto un annuire e stringersi nelle spalle, qualcuno faccia qualcosa…). E qui è inevitabile parlare in prima persona, perché, confesso con un po’ di immotivato imbarazzo, fino a non molto tempo fa ho vissuto (ho letto) senza capire bene come dovessi rappresentarmi questo gesto.

Pensavo a due persone che si stringono, Humphrey Bogart e Ingrid Bergman in una scena di Casablanca, Il bacio di Hayez: le braccia di lui o di lei che avvolgono le spalle e il dorso dell’altro/a, i due corpi che si avvicinano, diventano quasi una cosa sola, come nel mito platonico degli androgini. È così che una persona stringe un’altra, che due persone si stringono a vicenda. Mancando uno dei due, un individuo che stringe sé stesso nelle spalle me lo vedevo come qualcuno che incrocia le braccia sul petto e porta la mano destra sulla spalla sinistra e la mano sinistra sulla spalla destra e poi stringe, con espressione tra il perplesso e il raggelato. Più o meno il senso del gesto era quello giusto, ma non era quello il gesto.

Inattesa, folgorante come una lampadina che di colpo si accende nel buio, un giorno compresi: molto semplicemente, questo stringimento altro non era che “fare spallucce”, alzare, sollevare, scrollare le spalle. Non bastava scrivere così? Queste espressioni sostanzialmente descrittive non lasciano dubbi. E infatti così il gesto viene spiegato dai vocabolari, per esempio lo Zingarelli: «Sollevare le spalle in segno di disinteresse, impotenza, indecisione e sim.». Qualcosa che evoca piuttosto l’immagine dell’infossarsi, dell’incassarsi del collo nel petto. In questa operazione un certo stringimento c’è, in effetti, perché le due spalle si avvicinano, ma allora sarebbe più aderente alla realtà dire “stringere le spalle”.

Perché allora nella mimica narrativa ci si stringe nelle spalle? Ho il sospetto che tutto nasca dalle traduzioni, in particolare dall’inglese (il francese ha un tranquillo, trasparente “hausser les épaules”). Per rendere questo gesto l’inglese utilizza un verbo semplice e secco: “to shrug”. Non esistendo in italiano un verbo altrettanto semplice e secco, forse qualche traduttore ha avuto la bella pensata di… “stringersi nelle spalle”. Poi l’esempio, come tutti i cattivi esempi, ha trovato un numero crescente di imitatori, e dai traduttori è passato agli autori, e inevitabilmente è stato registrato dai dizionari, è così il cliché si è consolidato: beninteso, nelle convenzioni della lingua scritta, non in quella parlata.

Ha invece una più perspicua trascrivibilità verbale un altro gesto tipicamente italiano e più in generale dell’Europa romanza, quello reso immortale da Alberto Sordi nel film I vitelloni, noto come “gesto dell’ombrello”: anche in questo caso l’immagine non è del tutto precisa – perché è a seconda di dove il braccio piegato ad angolo retto viene colpito dall’altra mano (nell’interno del gomito, più in alto, più in basso nell’avambraccio) che si può localizzare o no il punto in cui si porta(va) l’ombrello (ora quanti vanno ancora in giro con il manico appeso lì, anziché con un pratico pieghevole tenuto in una tasca o al polso con il suo cordino?) – e così ci potrà essere qualcuno che non capisce (l’espressione, non il gesto), però in linea di massima ci siamo.

Mentre nessun problema pone l’omologo meno plateale ma non meno offensivo di questo gesto, la cui espressione verbale essenzialmente rispecchia l’azione: alzare, mostrare il dito medio, che al contrario di quanto molti credono non ha un’origine angloamericana ma negli States pare sia arrivato alla fine dell’Ottocento sulle navi degli immigrati italiani: è quanto insegna Desmond Morris, che lo qualifica come uno dei più antichi gesti d’insulto. Palese allusione al fallo, con le altre quattro dita a indicare i testicoli, era familiare ai greci come katápygon (le commedie di Aristofane ne sono piene) e ai latini come digitus impudicus (ma Tacito riferisce che lo ostentassero anche i Germani di fronte all’avanzata delle legioni romane).

Se oltre al medio alziamo anche le altre quattro dita, poi leviamo in alto il braccio con il palmo della mano rivolto verso l’esterno e con questo andiamo a incocciare in un’altra mano ugualmente atteggiata, avremo il plastico gesto che oggi va tanto di moda, diffuso a partire dai campi di baseball americani negli anni Settanta in segno di incoraggiamento e congratulazione (ma secondo alcuni nato mezzo secolo prima nel mondo del jazz) e rilanciato in Italia verso la fine dei paninari anni Ottanta da un celebre inno generazionale di Jovanotti (quello degli esordi, non l’immaginifico versificatore che sarebbe diventato). “Gimme five”, versione contratta di “Give me five”, o anche “High five”, da noi resi con gli stomachevoli “Dammi il cinque!” o “Batti il cinque!”.

“Il cinque” per “la mano”, che idiozia. Allora potremmo dire “Devi imparare a lavarti il venti!” (la mamma al figlio piccolo ignaro dell’igiene dentale) o “Lavati ’sto trentadue!” (la stessa mamma al figlio ora adolescente che continua a non farsene una ragione), ma anche “Apri bene il due” per intendere le orecchie, “Soffiati l’uno” (il naso che ti cola, imbecille!). “Batti il cinque”: seee, sulla faccia te lo batterei. Anzi, già che ci sono ti batterò un bel dieci.

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