Logistica bellicaCome il porto greco di Alessandropoli è diventato strategico nella guerra in Ucraina

La città che affaccia sul mare Egeo si è trasformata in uno degli hub per i rifornimenti militari occidentali: da lì raggiungono facilmente le vicine Bulgaria e Romania, per poi arrivare a Kyjiv

AP/Lapresse

Un porto della Grecia orientale è diventato un punto d’approdo fondamentale per le armi occidentali che arrivano in Ucraina. Alessandropoli, nell’antica Tracia, è l’hub che smista una gran quantità di materiale militare – soprattutto americano – verso le vicine Bulgaria e Romania, alleati Nato, e da lì arrivano in Ucraina: gli aerei da trasporto di Kyjiv fanno regolarmente la spola tra le città bulgare di Varna e Burgas sul Mar Nero e l’aeroporto polacco di Rzeszow, vicino al confine tra Polonia e Ucraina.

La città è considerata un nuovo porto privilegiato della Nato nel Mar Egeo. Già lo scorso gennaio, prima dell’invasione russa dell’Ucraina, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov si era lamentato del fatto che «centinaia se non migliaia» di armi erano state consegnate all’Ucraina passando dal porto greco.

Per la sua posizione strategica, a 15 km dal confine con la Turchia, gli Stati Uniti hanno visto in Alessandropoli una città potenzialmente decisiva nel conflitto. Il 18 luglio, il segretario alla Difesa statunitense Lloyd J. Austin III ha accolto il ministro greco della Difesa nazionale Nikolaos Panagiotopoulos e insieme hanno discusso del rafforzamento della partnership tra Stati Uniti e Grecia, compresa la cooperazione sui potenziamenti della difesa e la protezione collettiva.

«L’accordo di cooperazione per la mutua difesa tra Stati Uniti e Grecia aggiornato riflette l’impegno incrollabile delle nostre nazioni per la pace e la sicurezza condivise. E ha consentito l’espansione delle forze statunitensi in Grecia per sostenere gli obiettivi degli Stati Uniti e della Nato per l’accesso strategico nella regione», ha detto Austin, lasciando intendere nuovi passi avanti non solo nella cooperazione bilaterale tra i due Paesi, ma anche per la guerra in Ucraina.

L’accesso al porto greco, infatti, consente un rapido ingresso nel Mar di Marmara, quindi, attraverso il Bosforo, nel Mar Nero. «Quell’accesso ci consente di continuare a fornire assistenza militare all’Ucraina e di contrastare gli attori maligni, di esercitare e operare nei Balcani, nel Mediterraneo orientale e nella regione del Mar Nero», ha detto Austin la settimana scorsa.

In un lungo articolo pubblicato giovedì scorso, l’Economist ha raccontato l’aumento improvviso dei movimenti nel porto, solitamente più calmo rispetto a quelli frenetici di Atene o Salonicco. «Alessandropoli si è trasformata in una città in espansione, non più dipendente dalla vendita di caffè, torte e souvenir ai turisti provenienti dalla Turchia e dai Balcani. Per questo può ringraziare l’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin, che ha fatto esplodere l’attività nel porto della città», si legge sul magazine britannico.

In particolare, è importante sottolineare che il porto di Alessandropoli a differenza di altri nella stessa area, aveva capacità di stockaggio e smistamento inutilizzata. Quindi è stato più facile, per gli alleati occidentali dell’Ucraina, portare lì le loro navi per fornire armi, carri armati e mezzi corazzati alla resistenza di Kyjiv.

Parlando all’Economist, il capo del team logistico locale delle forze armate americane, Andre Cameron, ha detto che a metà luglio avevano lasciato il porto già circa 630 camion e treni carichi di attrezzature militari di vario genere – anche se non tutto era diretto in Ucraina (le altre operazioni Nato sono comunque attive, in molti Paesi). E secondo Cameron, anche Gran Bretagna e Italia starebbero pensando di usare il porto per le spedizioni militari.

Per Konstantinos Chatzimichail, presidente del porto di Alessandropoli, in futuro si potrebbe usare l’hub anche come punto di trasbordo per esportazioni di grano e altre materie prime dall’Ucraina, ma al momento il fondale non è abbastanza profondo per ospitare le navi più grandi, quindi si parla solo di ipotesi e prospettive.

In tutto ciò, il governo greco ha in programma di vendere una quota del 67% del porto con una concessione di 40 anni. Il bando scade il 29 luglio e due dei quattro consorzi che hanno rispettato i prerequisiti per partecipare potrebbero creare problemi in futuro: uno di questi è guidato da Ivan Savvidis, un magnate greco-russo in buoni rapporti con il Cremlino: era un deputato con Russia Unita, il partito di Putin. L’altro guidato da una cordata controllata dalla famiglia di Dimitris Coupelouzos, uno dei miliardari più famosi della Grecia, con investimenti che spaziano dall’energia, all’edilizia, ai media. «L’impero di Copelouzos ha legami commerciali di lunga data con la Russia. Da oltre 30 anni è partner 50/50 di Prometheus, una joint venture con Gazprom, il gigante russo del gas controllato dallo stato, che attualmente fornisce alla Grecia circa un terzo del suo gas naturale», scrive l’Economist.

Ad ogni modo, l’ammodernamento del porto fa parte di una strategia statunitense che punta a togliere un po’ di responsabilità, quindi di peso politico, alla Turchia – membro Nato, ma spesso fonte di problemi – nella regione.

In questo potrebbe aver giocato un ruolo importante l’arrivo al governo del premier Kyriakos Mitsotakis, favorevole a un rafforzamento della dimensione atlantista di Atene. Ma in ogni caso questa idea strategica ha le sue radici nella stagione di governo di sinistra radicale di Alexis Tsipras e questo fa pensare che possa proseguire indipendentemente da chi guiderà l’esecutivo in futuro.

A fine giugno Michael Martens scriveva su Internationale Politik Quarterly che la guerra in Ucraina ha accresciuto l’importanza di Alessandropoli anche in termini di politica energetica: «Compagnie americane stanno facendo un’offerta per l’appalto nella prossima privatizzazione parziale del porto e questo interesse si spiega anche con il rigassificatore di gnl in costruzione al largo di Alessandropoli: l’impianto consentirebbe a parti della regione di ridurre permanentemente la loro dipendenza dal gas russo». Varrebbe anche per la Bulgaria, che si è già assicurata una quota del 20% nel terminal greco durante il mandato dell’ex primo ministro Boyko Borisov: una mossa piuttosto lungimirante, considerando che la Bulgaria e la Polonia sono diventate i primi stati membri dell’Unione europea a cui Gazprom ha rifiutato le forniture di gas ad aprile.

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