Le belle cosinePaola Turani e il trucco di far sparire le classi sociali con la retorica delle mamme imperfette

L’influencer e modella si è lamentata delle fatiche della maternità, con il figlio di nove mesi che le ha guastato la vacanza. Tra i commenti dei follower, pochi hanno notato quanto sia sbagliato da parte sua far credere di avere gli stessi problemi delle persone comuni

di Maxim Tolchinskiy, da Unsplash

Le classi sociali esistono, mica come i boomer, i chupacabra e il sesso assegnato alla nascita. La mia è la generazione dei Nobel mancati, delle SuicideGirls invecchiate e rimpiazzate dalle attiviste con tatuaggi e Bastiglia ammobiliata, la generazione del sento dunque sono, la generazione debole, la generazione dei soccombenti che si identificano con l’amico sbagliato, ma è anche la generazione più lungimirante: quella che ha messo in atto la rivoluzione di nascosto, facendo diventare l’imperfezione il modello da raggiungere. Abbiamo abbassato lo standard in modo da rientrarci tutti, e se non è genio questo, poco ci manca.

Il trucco è stato abbassare le aspettative, che è anche l’equazione della felicità (secondo Mo Gawdat, ex dirigente di Google X a cui è morto un figlio e che ha scritto un libro sulla felicità, la formula è: la felicità è uguale o maggiore agli eventi della vita, sottratte le aspettative su come la nostra vita dovrebbe essere).

L’altro ieri è scoppiato l’affaire Paola Turani. In breve: Turani è un’influencer da due milioni di follower su Instagram e modella. Ha un bambino di nove mesi, aveva pubblicato un video del suo test di gravidanza, ama il lilla e i campi di lavanda, dice sempre “che bella luce” e Twitter ce l’ha a morte con lei non ho capito bene per quale bega da cortile. Ma le cose non stanno più così.

Insomma, Turani ha pubblicato una serie di storie in cui dice che suo figlio non sta fermo un attimo, che lei è molto stanca, e che è una situazione esasperante. Nel suo discorso tutto è un “faccio le mie cosine”, “i maschietti”, e poi ancora “le belle cosine”.

Quello che dice Turani è vero. I bambini a quell’età non camminano ma ci provano, non parlano ma ci provano, non mangiano ma ci provano, non si uccidono ma ci provano. Ma le classi sociali esistono. Se mi dici che eri in vacanza con amici in uno chalet di montagna, le classi sociali esistono. Se mi fai vedere che fai l’hydrobike perché così stacchi e fai le tue cosine, le classi sociali esistono. Se hai soldi, aiuti, posizione sociale, la tua condizione non è la stessa della casalinga che vive con marito e figli e un solo stipendio e sì, le classi sociali esistono. Far credere alla casalinga di essere nella stessa condizione della milionaria mi sembra un indulgente esercizio di malafede.

A un certo punto è stato tirato in ballo l’asilo: Turani ha detto che l’anno prossimo manderà il bambino al nido così riesce ad organizzarsi meglio e ad avere una stanza di 100 metri quadri tutta per sé. Ieri le hanno consigliato di portarsi la tata in vacanza, e lei ha detto: perché no. Dicevamo, le classi sociali: un pensiero magico. Dire a chi è di diversa opinione che è vittima di “patriarcato interiorizzato” significa dire a questa persona che non è in grado di formulare un pensiero autonomo. In francese: ti sto dicendo che sei una scema. L’imperfezione livella, ma a livellare più di così c’è solo da scavare, e non so mica se va bene.

Ieri ho ascoltato le storie di Carolina Capria riguardo all’affaire Turani, diceva cose certamente condivisibili; erano storie nelle quali raccontava la sua esperienza come volontaria nel reparto pediatrico del Niguarda. Ha detto che le era stato consigliato di non giudicare il dolore dei genitori che incontrava, che «lo stato di sofferenza di un genitore che è lì che si è rotto una gamba può essere maggiore di quello di un genitore che è lì perché il figlio ha la leucemia». Beh, no.

Sapete cosa invece non esiste? Il benaltrismo. La levata di mattarelli contro i commenti orrendi (e ce ne sono stati, del tutto ingiustificati, ma noi non è che ci dobbiamo stupire che l’internet si comporti da internet) è stata unanime: attiviste, intellettuali, mamme, non mamme, Twitter: forza Paola, è importante che dal tuo chalet tu ci dica che non bisogna essere perfette.

Ora, io non so dove queste persone vivano, non so cosa leggano, non so se aprano mai i social, ma la narrazione materna in questi anni è stata: sono Tizia, sono una donna, sono una mamma, e sono imperfetta, e vi dico che va bene così. Quando leggo interviste a donne famose in cui dicono guardatemi, sono sfatta come voi, lo sapete a che ora mi sono alzata stamattina, o magari postano sui social fotografie di smagliature immaginarie, mi viene voglia di urlare. A voi no? Sono io o sono loro o siete voi?

Però ecco, siamo imperfette, ma mica cretine. Io non me li bevo i monologhi per procura, la solidarietà con tornaconto, la maternità democratica. E il problema non è certo Turani che si fa un piantino legittimo, ma la reiterazione di un’idea che è morta perché non siamo in grado di dire che le classi sociali esistono, che gli asili costano, che le tate costano, che gli psicologi costano, che la nostra libertà costa.

Turani ieri ha ribadito: «Sarebbe stato più comodo non dire nulla»: ecco, una cosa con cui presto o tardi dovremo fare i conti è il “mi attaccano perché dico la verità”. Si viene attaccati quando la posta in palio non è la verità, ma il posizionamento sociale: «Voi applaudite l’ovvio», diceva Carmelo Bene, che saluto. Non siete stanchi di applaudire l’ovvio? Io sì.