Nuova commedia all’italianaDio ci conservi Monica Cirinnà, intrattenitrice in chief di questa estate da sbadigli

È arrivata la seconda puntata della saga della senatrice più vanziniana d’Italia, che avrebbe richiesto al gip i soldi trovati nella cuccia del cane, ma la legge impone di dividerli con il figlio del marito e, ottima sceneggiatura, anche con un operaio

Mysaell Armendariz, Unsplash

Dio o chi per lui ci conservi Monica Cirinnà, che ogni agosto si spende per intrattenerci e per fare da sola tutto ciò che una volta sarebbero serviti Age, Scarpelli, Sonego, e pure Risi e Monicelli per fare. Dio o chi per lui ci conservi la finta bionda che lo scorso agosto trovò i soldi nella cuccia del cane.

Riassunto della commedia all’italiana precedente. Lo scorso agosto, nella cuccia del cane di casa Cirinnà/Montino vengono trovati ventiquattromila euro. Non si sa di chi siano, Monica ed Esterino negano non solo che siano loro ma anche di sapere che fossero lì, giacché la proprietà è molto ampia e loro non si avventurano mai nel codice postale della cuccia del cane.

Filippo Ceccarelli ipotizza che i soldi debbano essere considerati proprietà del cane (si chiama Orso: il dio della sceneggiatura è nei dettagli), e forse anche la senatrice Cirinnà se ne convince. Fatto sta che, nell’estate 2022, per adempiere al suo dovere d’intrattenitrice della nazione, dovere vieppiù doveroso durante la campagna elettorale più noiosa della storia della repubblica, ella chiede che i soldi sequestrati le vengano consegnati.

I soldi, ricordiamo, erano quarantotto banconote da 500 euro l’una, legate con elastici, che erano volate per aria quando la ruspa aveva abbattuto la cuccia. Una scena di film di Tarantino o dei Coen, se proprio diamo per deceduta la commedia all’italiana.

La senatrice più vanziniana d’Italia aveva prontamente dato la colpa agli spacciatori nordafricani, i quali però pare lavorino con tagli più piccoli. Insomma, non si sapeva di chi fossero ’sti soldi (si era sospettato di parenti dei coniugi Cirinnà, ma anche quei sospetti erano caduti).

Finché, il 4 maggio, intuendo che l’estate sarà lunga e noiosa, la senatrice scrive al gip. È vero, ha detto che i soldi non erano suoi, ma erano sulla sua proprietà, e comunque lei li vuole dare in beneficenza, a un’associazione antiviolenza di Grosseto (il deposito di Paperone in forma di cuccia di cane si trovava nella proprietà maremmana della senatrice).

Noi, nel frattempo, siamo ignari di questa seconda puntata della saga ma molto affezionati alla prima. L’Italia ha ormai così pochi grandi intrattenitori che è grata a quelli che si applicano. Giusto giovedì, Emma Fattorini, vicepresidente di Azione, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook la pagina d’uno stenditoio coi panni appesi. L’ha fatto per rendersi immedesimabile presso quell’elettorato che fa vacanze da sguattera del Guatemala (cit. che spero coglierete) e, non avendo in villeggiatura personale di servizio, finisce per sgobbare più che d’inverno?

Forse. Ma soprattutto l’ha fatto per apporre alla foto questa didascalia: «L’eroismo di stendere i panni a 37 gradi… senza aiuti… come era quella storia “senza la cameriera e pure strapagata”». Il riferimento è all’inarrivabile intervista con cui l’estate scorsa la senatrice Cirinnà aveva spiegato la vicenda della cuccia del cane, approfittandone per lamentarsi dell’ingratitudine della cameriera strapagata che si era appena licenziata perché si annoiava.

Nei commenti sulla bacheca della Fattorini, qualcuno scriveva «ma ti manca il cane da portare a spasso»; la Fattorini rispondeva «ma no, quello è scappato con i soldi che ha trovato nella cuccia». Chissà se a quel punto la Fattorini già sapeva della richiesta della Cirinnà al gip, chissà se aveva informazioni e per questo le era venuta la battuta, o se è solo che la vita è sceneggiatrice.

Fatto sta che il giorno dopo, ieri, il Messaggero racconta della richiesta della Cirinnà. E del gip che, tenendo alla commedia all’italiana persino più della senatrice, l’ha respinta dicendo che «opera in questo caso la disciplina delle cose ritrovate». E che, se anche si fosse invece trattato di un tesoro di cui è indimostrabile la proprietà come argomentato dalla senatrice, «esso spetta solo per metà al proprietario del fondo e per metà al ritrovatore». I lavori di demolizione della cuccia erano coordinati da uno dei figli di primo letto di Esterino Montino, marito della Cirinnà. Che sceneggiatura, la faida familiare tra Monica che vuole i ventiquattromila euro e Fabio Montino che sfida la matrigna perché la legge dice che una parte spetta a lui.

Ma la sceneggiatura si arricchisce: a Montino jr. ne spetterebbero – dei ventiquattromila – un quarto, giacché con lui c’era un operaio, al quale pure andrebbe un quarto, cioè seimila euro. L’operaio in udienza avrebbe, secondo il Messaggero, detto le eloquenti parole «certo, qualche cosetta…» (se la sceneggiatura la date da revisionare a me, l’operaio ve lo faccio marito della sguattera che s’è licenziata – o di quella che l’avrà nel frattempo rimpiazzata: mica la povera Cirinnà starà passando la seconda estate a stirare?).

Dio o chi per lui ci conservi Monica Cirinnà, che in una campagna elettorale da, come dicono a Roma, morire di pizzichi (in italiano: annoiarsi tantissimo), con litigi del tipo «tu avevi detto che eri più alleato con me e invece sei più alleato con quegli altri», «non posso stare con te perché hai l’agenda Smythson e non quella Draghi», eccetera, per fortuna c’è la Cirinnà, che va in tribunale a litigarsi quattro spicci col figliastro e un operaio. La cui classe va in paradiso, ma non prima d’essere passata dal purgatorio di Monica Cirinnà che non è disposta a cedere i seimila euro che spetterebbero alla manovalanza, probabilmente strapagata quanto e più della servitù, e chissà se dietro emissione di fattura o – dettaglio ottimo per raccattare i voti di destra – in nero.