Dal mondo libero con amoreLe sanzioni funzionano e con l’inverno arriverà il crollo dell’economia russa

Secondo uno studio della Yale School of Management, nei prossimi mesi per Mosca saranno guai: il Pil si contrarrà del 40% e il calo sarà pesante e duraturo. La causa principale è la fuga delle aziende: questo ha portato a un arresto pressoché totale della produzione interna, che si sentirà presto

di Nuno Alberto, Unsplash

In uno spot diffuso dall’ambasciata russa in Spagna il governo di Mosca invita gli europei ad andare in Russia come luogo ideale in cui vivere. «Belle donne, gas a buon mercato e vodka», senza dimenticare l’architettura, la buona cucina e il balletto. E, ovviamente, c’è un riferimento ai valori cristiani e tradizionali, «no cancel culture», e la certezza ostentata che l’economia russa si rivelerà più forte delle sanzioni. Ma il relativo invito a sbrigarsi che «l’inverno sta arrivando» potrebbe rivelarsi un terribile lapsus, addirittura freudiano. Proprio dopo l’inverno l’economia russa potrebbe infatti venire giù di brutto, secondo un rapporto della Yale School of Management che valuta addirittura al 40% del Pil le imprese che hanno lasciato il Paese.

Lo studio sembra in controtendenza rispetto a una valutazione del Fmi che martedì ha dato il Pil russo nel 2022 in contrazione «solo» del 6%: insomma, un po’ meglio rispetto al meno 8,5% previsto sempre dall’Fmi ad aprile. Ma è in armonia invece con l’analisi fatta dal presidente dell’Eurasia Group Ian Bremmer, secondo cui appunto le sanzioni hanno colpito all’inizio meno di quanto previsto, e però faranno sentire il proprio effetto più pesante nel 2023. Lunedì alla Cnbc ha infatti citato prove e notizie secondo cui «le dislocazioni di produzione stanno aumentando man mano che le scorte si esauriscono e la carenza di componenti prodotte all’estero diventa vincolante. I chip e il trasporto sono tra i settori citati, in alcuni casi riflettendo la domanda militare a duplice uso». I ritardi di pagamento del governo in questa analisi «potrebbero contribuire a carenze più ampie».

È vero che le importazioni di beni di consumo sono in aumento, dando dunque una sensazione positiva che maschera i problemi. Ma calano invece i beni intermedi e di investimento. In più, sempre più persone qualificate stanno lasciando la Russia, e ciò non potrà non avere effetti pesanti sulla produttività e sulla crescita. «La fuga dei cervelli porta a un calo diretto della popolazione in età lavorativa, in particolare dei lavoratori ad alta produttività, che riduce il Pil», spiega Bremmer. Ciò «influisce sulla produttività complessiva, rallenta l’innovazione e influisce sulla fiducia generale nell’economia, riducendo investimenti e risparmi». Eurasia Group prevede dunque un calo forte e duraturo dell’attività economica, che alla fine porterà a una contrazione dal 30% al 50% del Pil russo rispetto al livello prebellico.

È lo stesso che spiega lo studio di Yale, che mette in più in guardia sulla «narrazione diffusa» secondo cui le sanzioni economiche imposte dai paesi occidentali alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina sarebbero destinate a provocare «disastri per l’Occidente, vista la presunta “resilienza”, anche “prosperità” dell’economia russa». Ebbene, «ciò è semplicemente falso», affermano gli esperti della Yale School of Management, denunciano le «statistiche selezionate» usate da Putin. Secondo lo studio, «nonostante le illusioni di autosufficienza e sostituzione delle importazioni (…), la produzione interna russa si è completamente arrestata e non ha la capacità di sostituire aziende, prodotti e talenti perduti». Appunto, la partenza di società che rappresentano circa il 40% del Pil ha cancellato «quasi tre decenni di investimenti esteri».

La cosa è stata ulteriormente dettagliata in un secondo studio ancora più recente, che ha elencato i loghi delle «oltre 1000 aziende che hanno ridotto le operazioni in Russia», anche se qualcuna si sforza di tener duro. Per alleviare questi problemi, secondo lo studio Putin starebbe ricorrendo a «budget e interventi monetari insostenibili», riducendo così le finanze del Cremlino «in uno stato molto più disperato di quanto il governo ammetta».

Quanto all’alternativa cinese, viene considerata «irrealistica». «La Russia è un partner commerciale minore della Cina». «E la maggior parte delle aziende cinesi non può rischiare di dover affrontare sanzioni statunitensi», afferma lo studio.

Lo studio osserva anche che finora nel 2022 i mercati finanziari nazionali russi hanno avuto la peggiore performance al mondo, nonostante gli stretti controlli sui capitali. Gli investitori infatti scontano «la debolezza sostenuta e persistente all’interno dell’economia con liquidità e contrazione del credito», insieme all’effettivo ostracismo della Russia dai mercati finanziari internazionali. Previsione: «Non c’è via d’uscita al declino economico per la Russia fintanto che i paesi alleati rimarranno uniti per mantenere e aumentare la pressione delle sanzioni contro la Russia».

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