Nuove rotteNel panorama delle vie dell’energia il Qatar si distingue per il suo carattere nazionale unico

In un contesto cambiato dalla guerra in Ucraina si stringono relazioni inedite e si cercano strade per far arrivare gas e petrolio in Europa. Su questo tema Doha è diventato il punto di riferimento tra tutti i Paesi del Golfo

di Rowen Smith, da Unsplash

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 53 di We – World Energy, il magazine di Eni

La geopolitica è esplosa nel racconto televisivo e ogni volta mi chiedo se quello che vedo e ascolto corrisponde alla realtà. Esperti di guerra e di energia s’affacciano sullo schermo, snocciolando il rosario del piccolo Clausewitz e le teorie sulla politica del “decoupling” in un post-tutto che sarebbe domani.

Mentre scorrono le parole, mi chiedo dove siano i popoli, le civiltà, le visioni del mondo, le differenze, le illusioni e le disillusioni, le mappe del mondo conosciute e quelle dell’ignoto che sta bussando alla porta. Nelle ultime settimane due immagini ricorrono nei miei pensieri.

La prima, un quadro di i Viktor Vasnetsov, la figura di Ivan Tsarevich che cavalca un lupo grigio nella foresta e porta in salvo la sua principessa, un capolavoro del romanticismo russo.

La seconda, una figura ricorrente nell’arte popolare cinese, Zhao Daoling, il padre del taoismo, che cavalca la tigre.

Cosa ci dicono queste figure? Siamo di fronte all’essere che domina la natura, addomestica la fiera, ne guida la forza con l’intelligenza e il coraggio e un tocco di magia. Questa è la terra più profonda dell’uomo, l’abisso fosforescente del mito.

Russia e Cina, due ex imperi, un immenso immaginario che cavalca i fusi orari, galoppa nella notte sulle vette degli Urali e termina la corsa all’alba sulla Grande Muraglia, è la storia che svetta sulle cattedrali del Cremlino e scala il Tempio del cielo. È lo spazio dove si muove il tempo, ieri, oggi e domani. Chi racconta la competizione tra le grandi potenze dimentica spesso il carattere degli uomini e la fiamma della cultura, il grande fiume delle parole e delle immagini che fanno l’uomo, la sua avventura sulla Terra.

Nel nuovo Grande Gioco, tutti sono capaci di vedere i numeri (a cominciare da quelli dell’energia), ma pochi sanno ricombinarli e collegarli alla macchina del pensiero. Se ogni mossa fosse un problema matematico, non ci sarebbero errori, perché le informazioni sono visibili, ma è proprio nell’asimmetria della cultura che si realizza il deficit di informazione. Cosa architetta Putin? Cosa farà Xi Jinping? Cosa dirà Biden? Quali simboli muovono Erdoğan? Cosa pensano le élite europee? Qual è il pensiero politico nei paesi del Golfo? Quali sono le parole del Vicino Oriente? Il dislivello è in questo dialogo interiore, l’arcano è nella cultura, nelle ombre e luci vivissime che sfrecciano nella nostra esistenza, nelle immagini che riportano al mito e muovono la volontà dell’uomo.

Per sapere, per capire, bisogna partire da questi elementi. Proviamo a ragionare sullo spazio europeo: i paesi del Nord sono naturalmente attratti dall’Est, guardano alla Russia, battono rotte commerciali proiettate verso il lontano Oriente, seguono il cammino della grande pianura, attraversano la steppa, giungono fino al mar della Cina.

I paesi del Sud coltivano un altro spazio vitale, il Mar Mediterraneo, il loro movimento punta verso l’Africa, attraversa il deserto, si spinge nel Vicino Oriente, sa di cannella, zenzero, cardamomo, anice stellato e curcuma. Popoli che navigano nel Mare Nostrum.

L’isola d’Inghilterra trova la sua dimensione come potenza oceanica, è per necessità “impero” e ha il suo primo confine fisico e immaginario nel canale della Manica, guarda all’Atlantico, ha un legame inscindibile con la terraferma del continente europeo, una storia secolare di conquista, odio e amore.

Questo spazio, l’Europa, dal 1823 è diventato più piccolo e più largo, il 2 dicembre di quell’anno il presidente americano James Monroe usò in un suo messaggio per la prima volta la parola “emisfero” e, come notò Carl Schmitt nel suo libro “Il nomos della Terra”, «intenzionalmente o meno, l’espressione “emisfero” si connette col fatto che il sistema politico dell’emisfero occidentale viene contrapposto in quanto regime della libertà al diverso sistema politico delle monarchie assolute europee del tempo. La dottrina Monroe e l’emisfero occidentale compaiono da allora insieme, designando l’ambito degli “special interest” degli Stati Uniti». Le conseguenze di quel discorso di Monroe arrivano fino a oggi, perché «viene così designato uno spazio che va largamente oltre il territorio statale, un grande spazio nel senso giuridico-internazionale del termine».

Con la dichiarazione di Panama del 1939 questo spazio si allarga ancora, i confini dell’America non sono più nella sola terraferma, ma si estendono al mare, il limite territoriale passa da 3 a 300 miglia dalla costa e questo balzo geografico-matematico introduce nuovi concetti strategici in cui «il mare è una superficie piana senza ostacoli, sulla quale la strategia si risolve in geometria». L’affascinante teoria degli spazi. Guardate la mappa, ascoltate le parole dei leader delle grandi nazioni, siamo dentro questo gioco, un salto tra l’Ottocento e il Novecento, in uno scenario in realtà aumentata.

Con l’apertura del cielo, il dominio diventa globale e su tre dimensioni. In questo gioco con i classici e le nuove dottrine s’aggiunge una quarta dimensione, figlia del processo di industrializzazione dell’Occidente, l’infrastruttura energetica, la rete di collegamenti via terra e via mare che consente l’estrazione, la produzione, la distribuzione e la trasformazione delle materie prime energetiche.

Infine, c’è un quinto elemento, in crescita esponenziale, il cyberspazio, il centro di comando e controllo delle economie avanzate che comprende il dominio del “Computing machinery and intelligence” aperto da Alan Turing nel 1950 con il suo articolo su “Mind”, la rivista di filosofia dell’Università di Oxford. Chi controlla il quarto e il quinto elemento oggi curva lo spazio degli altri tre, terra, mare e cielo.

In questo scenario complesso, in un tempo accelerato, l’Italia gioca una partita storica con l’Europa: il ridisegno dello spazio politico dell’Unione. Non è solo una questione militare, di difesa e deterrenza strategica, passa prima di tutto per le nuove rotte dell’energia. Nel precedente numero di World Energy abbiamo raccontato la “missione Africa”, l’operazione portata avanti dal governo italiano guidato da Mario Draghi (e da chi, dopo le dimissioni, lo sostituirà in futuro a Palazzo Chigi) con lo strumento della diplomazia economica e il know-how del gruppo Eni. Valgono le parole già scritte su WE: «Tutto questo è possibile solo grazie a una dote che si chiama credibilità. Non si acquista pronto cassa, si costruisce e consolida nella longue durée e non prescinde neppure dalle persone che la portano avanti. Non si fa con una macchina, non c’è la tecnica a sostituire le relazioni umane, la base del confronto e del rispetto per la cultura dell’altro».

Così l’Algeria è diventata il primo fornitore di gas dell’Italia e darà all’Unione europea altre risorse aggiuntive. L’accordo firmato dal governo italiano è una pietra miliare di questo percorso. Secondo i dati forniti dal ministero della Transizione ecologica, nel primo semestre del 2022, l’Italia ha importato un totale di 31,7 miliardi di metri cubi di gas. Di questi il 30 percento proveniva dall’Algeria, il 26 percento dalla Russia, il 13 percento dall’Azerbaijan, il 10 percento dalla Norvegia e Nord Europa e il 3 percento dalla Libia. Parlano i numeri, ma a definirli sono il tempo e la storia. Sono i passi necessari per superare quello che in questa copertina dell’Economist è “Il pericolo dell’inverno in Europa”, una cover bellissima, con un orso che punta a Cappuccetto Rosso che passeggia tra le nevi e gli alberi trasformati in stazioni del gas. Ancora una volta, la fiaba, l’ancestrale presenza del mito. Non sono fatti remoti, astrazioni da think tank, sono le note sul taccuino di un cronista che attraversa la strada, la vita di ogni giorno, il pieno alla pompa di benzina, la spesa al supermercato, l’istruzione per i figli, reddito, capitale, lavoro. È nella miniera del racconto, nella narrazione del fantasy, in “Game of Thrones”, che troviamo il titolo giusto per questa storia: “Winter is coming”, l’inverno sta arrivando.

È sempre con lo spirito pionieristico che la anima fin dalla sua fondazione che Eni ha aperto nuove rotte, allargato le alleanze, condotto una “campagna di ricerca” dove si plasma il futuro. Un’opera in fieri, la caccia alle materie prime è un lavoro lungo, il pubblico vede solo il tratto finale di questa grande esplorazione.

Dopo l’Africa, il Qatar e il Golfo sono un’altra tappa del viaggio, lo raccontiamo in questo numero di WE, un tassello del mosaico, una visione geopolitica e industriale per il nostro paese e per l’Europa. Il gigante del gas, il Qatar, con i suoi porti, le sue infrastrutture, le sue gasiere, un “miracolo” che sfida “la maledizione delle risorse”, l’esempio di un oggi e domani lontani dal paradigma dei paesi ricchi di materie prime condannati alla povertà dalle “cleptocrazie estrattive”. Il Qatar ha una storia diversa, nessuno può fare il veggente e conoscerne l’epilogo, sarebbe un peccato di presunzione leggerne la vicenda con le lenti dell’Occidente (fonte di grandi errori strategici, pensate a come è terminata la campagna in Afghanistan dopo vent’anni, tra pochi giorni ricorre l’anniversario del ritiro delle truppe americane, l’ultimo soldato a lasciare Kabul) e ancora più deviante sarebbe la lettura dei soli numeri che sono ottimi ma non raccontano tutta la storia di questo paese che si proietta sul Golfo, una portaerei che collega Oriente e Occidente. È ben più di una speranza, è un fatto.

È la chiave della cultura ad aprire porte a sorpresa, squadernare letture che vanno oltre il cliché e il déjà-vu. Se il mito fonda l’esperienza, allora la caccia è aperta, facciamo un altro salto indietro nel tempo, leviamo l’ancora.

Siamo nei primi anni dell’Ottocento, Erhama Bin Jaber è un pirata. I capitani delle navi che attraversano le acque del Golfo per puntare verso l’Oman e l’Oceano indiano temono due cose: la tempesta e la sua spada. La fama precede i cannoni della sua nave. Lo scrittore britannico James Silk Buckingham lo descrive come un uomo ricoperto di ferite, un occhio bendato, la mano pronta a sfoderare la lama. Muore in battaglia nel 1826, si uccide per non cadere prigioniero di Al-Khalifa, il nemico che regna sul Bahrein. Bin Jaber si è sacrificato per salvare la sua terra, è un eroe.

Torniamo al presente. Duecento anni dopo, questa figura storica va all’arrembaggio in un romanzo intitolato “Al Qursan”, (il pirata) scritto da Abdulaziz Al-Mahmoud nel 2011 (tradotto in inglese l’anno seguente con il titolo “The Corsair”). Un inatteso successo. Il lettore s’immerge in una trama d’avventura, pagina dopo pagina scopre il personaggio, le sue imprese, le inimicizie e le alleanze. Ne viene fuori la pietra di ‘fondazione’ del Qatar, differente dagli altri paesi del Golfo, una storia dove il pirata tratta da pari a pari, stringe patti con gli inglesi e dice al Capitano Loch, comandante della flotta britannica che pattuglia il Golfo, «sai che sono diverso da loro». È questa “diversità” della storia coloniale che cementa una rinnovata identità, stampa il nome di Erhama Bin Jaber sui porti e sulle navi del Qatar che trasportano il gas in Occidente. Un libro forgia in un lampo il carattere nazionale.

Ancora una volta, è il racconto “antico” a costruire l’immaginario collettivo, l’ascesa e il declino delle grandi potenze è questo romanzo. Cavalca la tigre, corre sul dorso di un lupo grigio, solca le onde. Ritroviamo il nostro mito.

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