Effetto UcrainaAdesso anche l’Islanda è tentata di aderire all’Ue

L’aggressività della Russia sta mettendo in allarme l’isola scandinava, alla ricerca di maggior sicurezza proprio come Svezia e Finlandia. Per Bruxelles sarebbe un avamposto strategico tra l’Atlantico e il Mare del Nord, area in cui ha perso influenza dopo la Brexit

AP/Lapresse

Gli islandesi guardano sempre con maggior interesse all’Unione europea. A testimoniarlo è un sondaggio realizzato dall’istituto demoscopico Gallup secondo cui il 47% dei cittadini è in favore dell’adesione all’Unione europea, il dato più alto degli ultimi 12 anni, mentre il 33% è contrario. La simpatia verso Bruxelles è cresciuta con il tempo: nel 2010 solamente il 26% degli islandesi voleva aderire mentre nel 2014 il dato era cresciuto fino a toccare quota 37%.

L’accelerazione degli ultimi mesi è legata alla crisi ucraina e alla ricerca di una maggiore sicurezza con l’appartenenza al blocco comunitario. Lo stesso è accaduto a Finlandia e Svezia, che hanno presentato domanda di adesione alla Nato. L’Islanda già fa parte dell’Alleanza Atlantica e ha percorso una strada parallela.

I benefici di una possibile adesione islandese, per Bruxelles, non sono legati all’ambito energetico, cioè a uno dei temi più delicati del dossier ucraino. Reykjavik possiede riserve di gas naturale e di petrolio e dunque non potrebbe incrementare le riserve comunitarie, favorendo una riduzione della dipendenza nei confronti della Russia.

A rendere strategica l’Islanda è la sua posizione, cruciale per controllare le rotte marittime che garantiscono l’accesso all’Oceano Atlantico e al Mare del Nord. Le frizioni tra Occidente e Russia hanno dato nuova importanza a quel quadrante di mondo, dimenticato dopo la conclusione della Guerra Fredda. Mosca intende sfruttarlo per ampliare il raggio d’azione della propria flotta navale e sottomarina mentre l’Unione Europea ha perso posizioni dopo la Brexit.

Inoltre le relazioni tra l’Islanda e la Russia sono peggiorate dopo la scelta di Reykjavik di aderire alle sanzioni contro Mosca dell’Unione europea.

L’Islanda è profondamente integrata con l’Unione perché fa parte dello Spazio economico europeo, dell’Area Schengen, partecipa senza diritto di voto ad alcuni programmi e agenzie e si consulta con l’Unione in materia di politica estera, allineandosi frequentemente alle posizioni espresse da quest’ultima in materia di affari internazionali e prendendo parte alle missioni di peacekeeping civile che vengono istituite.

Nel luglio del 2009, dopo una crisi finanziaria e le elezioni anticipate, l’Islanda presentò domanda per diventare membro dell’Unione europea per la prima volta. Le consultazioni avevano prodotto mutamenti di governo con l’avvicendamento tra i conservatori del Partito dell’Indipendenza e gli europeisti del l’Alleanza Socialdemocratica.

L’appartenenza all’Unione veniva vista come un modo per porre fine alla crisi mediante l’adozione dell’euro e come una scelta logica per avere maggiore potere decisionale nella politica europea.

Lo scenario, però, mutò rapidamente. L’Islanda si riprese velocemente dalla crisi mentre l’Unione vi sprofondò, complicando anche le relazioni bilaterali.

Le elezioni generali del 2013 si conclusero con la vittoria del Partito Progressista (che malgrado il nome è una forza politica di centro-destra) e del Partito dell’Indipendenza. Il primo ministro Sigmundur Davíð Gunnlaugsson disse che «il governo avrebbe interrotto i negoziati tra l’Islanda e l’Unione europea e che questi ultimi non sarebbero ripresi fino allo svolgimento di un referendum».

Il Partito Progressista era contrario ai negoziati perché temeva che l’appartenenza all’Unione avrebbe compromesso il controllo delle riserve di pesca da parte di Reykjavik. L’Islanda ha una tra le più moderne e produttive industrie ittiche al mondo e per mantenere le riserve di pesce sostenibili e proteggere l’ecosistema marino vengono fissate delle quote annuali che impongono un limite massimo alle attività in questo settore.

Il Ministero della Pesca, come ricordato dalla Bbc nel 2016, è il dicastero più importante del governo islandese e l’allora Ministro Gunnar Bragi Sveinsson spiegò che «non avrebbe mai scelto di aderire all’Unione europea» perché, in questo modo, «l’Islanda non avrebbe dovuto condividere le decisioni nel comparto ittico con altri 27 o 28 Paesi rendendo tutto più complicato» e rinunciando al sistema delle quote, non previsto dalla politica comunitaria.

Nel 2015 la domanda di adesione all’Unione europea è stata ritirata. Le consultazioni del 2017 si sono concluse con l’elezione di un Parlamento composto per due terzi da deputati euroscettici e con la formazione di un governo di grande coalizione guidato da Katrin Jakobsdottir, del Movimento Rosso-Verde, ostile nei confronti dell’Unione Europea. L’esecutivo è stato poi riconfermato dopo le elezioni del 2021.

A marzo di quest’anno, con l’invasione dell’Ucraina iniziata da pochi giorni, quattordici deputati hanno sottoposto al Parlamento un disegno di legge che prevede la convocazione di un referendum nazionale, che si dovrebbe svolgere entro la fine dell’anno, per chiedere alla popolazione se l’Islanda dovrebbe ricominciare i negoziati di accesso con l’Unione europea.

Il primo ministro Jakobsdottir ha mostrato uno scarso entusiasmo per questo sviluppo dichiarando che un referendum potrà avere luogo solamente quando la maggior parte dei deputati sarà in favore e che al momento l’Islanda non dovrebbe forzare la mano per entrare nell’Unione europea.

Il problema, evidenziato anche dalla Jakobsdottir, è che la maggioranza del Parlamento, che si compone di 63 seggi, non è in favore del referendum ma lo sono solamente i Socialdemocratici, il Partito Liberale e quello dei Pirati.

Il Partito dei Pirati è un movimento anti-establishment formato nel 2012 in risposta al collasso del sistema bancario islandese dopo la crisi finanziaria del 2008. Si tratta di una forza politica populista, dalle tendenze anarchiche, libertarie e contrarie al copyright, in favore della democrazia diretta, di una maggiore trasparenza da parte delle aziende e della nazionalizzazione delle risorse naturali. In alcuni aspetti il programma di questo partito ricorda quello del Movimento 5 Stelle italiano di alcuni anni fa. Non il gruppo più affidabile per prendere decisioni così rilevanti.