Non è prontaL’avversario di Giorgia Meloni non è Enrico Letta, ma la realtà

La posizione di vantaggio assoluta nei sondaggi deve essere stata una sorpresa anche per la leader di Fratelli d’Italia, così abituata all’opposizione. Ma di fronte all’Europa, alla crisi e all’inadeguatezza del suo partito si trova da sola

Austin Mabe, da Unsplash

Trenta giorni all’alba: e Giorgia Meloni non ha affatto già vinto. Anzi. Per lei sarà un mese durissimo, se non altro perché avrà tutti contro, un Pd scatenato sulla linea (peraltro discutibile) del “rosso o nero”, i cosiddetti suoi “alleati” che non vedono l’ora di ostacolare la sua ascesa a palazzo Chigi – che sarebbe letale per Salvini e problematica per le aziende di Silvio – e con il Terzo polo che se ha fiato in corpo rilancerà l’implicito monito di Mario Draghi che a Rimini ha pronunciato una frase inequivocabile: «Dalle illusioni autarchiche del secolo scorso alle pulsioni sovraniste che recentemente spingevano a lasciare l’euro, l’Italia non è ma stata forte quando ha deciso di fare da sola». In una frase, un manifesto antimeloniano, perché è lei che con più capacità di Salvini ha incarnato e incarna le “pulsioni sovraniste”.

Non solo, ma dal puntiglioso elenco delle criticità illustrato dal premier si capisce come l’enormità dei problemi, dall’aumento dei prezzi dell’energia al quadro geopolitico, sovrasti le (non) competenze della leader di FdI alle quali lei s’illude di poter ovviare ricorrendo a un vecchio e discusso politico come Giulio Tremonti, che per la nuova Europa di Ursula von der Leyen e Paolo Gentiloni è chiaramente non una soluzione ma un problema ulteriore.

Già si vede come i mercati e i grandi protagonisti della finanza stiano inviando chiari segnali di allarme. Il sito del Financial Times ieri riportava che «gli investitori sono preoccupati per la imprevedibilità della situazione politica italiana» mentre Bruxelles non si è ancora ripresa dallo shock per la defenestrazione di Draghi e non si capacita che al suo posto possa andare una diplomata all’istituto linguistico “Amerigo Vespucci” di Roma.

Lei, Giorgia, gasata dai sondaggi che la danno in testa ha scelto sin qui ha scelto la tattica più ovvia: nascondersi, parlare poco. In tv si vede solo con messaggi preregistrati. Si intuisce che non vorrebbe grandi confronti televisivi, se non con Enrico Letta (ma com’era ovvio l’Agcom ha decretato che il match a due danneggia gli altri e quindi non si può fare), le uscite mediatiche più forti sono state disastrose: il video dello stupro e l’attacco alla “devianza” in cui ha mescolato bullismo e obesità.

Non pare, sin qui, una campagna eccezionale. E sbaglierebbe a ritenere il risultato già acquisito. Come quei ciclisti che vanno in fuga troppo presto potrebbe ritrovarsi il “gruppo” degli inseguitori sbucare all’ultima curva e mangiarsela. Deve stare attenta ad alleati e avversari. E soprattutto alle risposte da dare ai grandi problemi che avanzano e ai nostri alleati internazionali che la guardano in cagnesco.

Giorgia Meloni, che probabilmente fino a non troppo tempo fa non immaginava nemmeno di poter correre per palazzo Chigi e che forse non si è ancora pienamente calata nella parte – lei così abituata e comoda all’opposizione – in realtà è sola. Il problema non è nemmeno tanto il Pd di Letta. L’Europa e la crisi sono i suoi grandi avversari: in una parola, la realtà. E la sua inadeguatezza culturale, la sua scarsezza di mezzi intellettuali. Non basta strillare in spagnolo.

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