Un primo passoL’apertura dei vescovi belgi sulla benedizione alle coppie gay potrebbe cambiare la Chiesa

L’episcopato ha istituito uno sportello per l’omosessualità e la fede e, soprattutto, ha creato uno schema di preghiera apposito per le unioni omosessuali. Un gesto che va contro le posizioni del Vaticano, espresse anche di recente, ma che promette di innescare una trasformazione

Karl Fredrickson, Unsplash

L’episcopato belga di lingua olandese sorpassa quello tedesco in tema di aperture sulle persone Lgbt+. Due giorni fa il cardinale primate Jozef de Kesel, arcivescovo metropolita di Malines-Bruxelles, e i vescovi Johann Bonny, Lodewijk Aerts, Lode Van Hecke, Patrick Hoogmartens, rispettivamente a capo delle diocesi fiamminghe di Anversa, Brugge, Gent e Hasselt, hanno infatti istituito all’interno del Servizio interdiocesano per la Pastorale familiare (Idgp) lo sportello Homoseksualiteit en geloof (Omosessualità e fede, ndr) e nominato relativo coordinatore Willy Bombeek. Ma non solo. Illustrando caratteristiche e finalità dell’iniziativa nel documento Homoseksuele personen pastoraal nabij zijn – Voor een gastvrije Kerk, die niemand uitsluit (Essere pastoralmente vicini alle persone omosessuali – Per una Chiesa ospitale, che non esclude nessuno, ndr), i presuli hanno anche proposto uno schema di «momento di preghiera», in cui due persone dello stesso sesso domandano a Dio di benedire e vegliare sulla loro unione.

Si tratta d’una celebrazione comunitaria strutturata in nove parti: saluti, preghiera iniziale, lettura biblica, impegno di entrambe le parti coinvolte, invocazione dell’assemblea per la coppia, preghiera d’intercessione, Padre nostro, preghiera finale, benedizione. È inoltre fornito un modello formulare sia dell’impegno, che la coppia s’assume, sia dell’invocazione, che la comunità pronuncia su di essa. Se chi si unisce riafferma ad esempio pubblicamente di voler «lavorare per la reciproca felicità giorno per giorno» con tanto di supplica: «Donaci la forza d’essere fedeli l’uno/a all’altro/a e d’approfondire il nostro impegno. Nella tua vicinanza noi confidiamo, della tua Parola noi vogliamo vivere, donati per sempre l’uno/a all’altro/a», l’assemblea, che circonda «oggi N. e N. di preghiere», chiede fra l’altro a Dio Padre di rendere «forte e fedele il loro reciproco impegno» e di far sì «che la loro casa trabocchi di comprensione, generosità, dedizione. Ci sia spazio per la riconciliazione e la pace. Lascia che l’amore che condividono li delizi e aiutali a essere di servizio nella nostra comunità. Dacci la forza di camminare con loro, insieme sulle orme di tuo Figlio e fortificati dal tuo Spirito».

Insomma, al di là d’una certa indeterminatezza terminologica, quello fiammingo è il primo caso al mondo di rito di benedizione, che un episcopato riserva a coppie di persone dello stesso sesso. Ma è qui che insorge il problema, e non da poco. È vero che i vescovi delle Fiandre hanno ancorato il loro documento all’esortazione apostolica bergogliana Amoris laetitia, menzionandone esplicitamente i numeri 250, 297, 303, e che hanno sottolineato in riferimento al «momento di preghiera» come «la differenza debba rimanere chiara con ciò che la Chiesa intende per matrimonio sacramentale». È nondimeno parimente innegabile che il 15 marzo dello scorso anno l’allora Congregazione per la Dottrina della Fede con un responsum ad dubium, di cui Papa Francesco era stato preventivamente informato acconsentendone alla pubblicazione, ha sentenziato come la Chiesa cattolica non «disponga del potere di benedire unioni di persone dello stesso sesso». Il tutto, per giunta, accompagnato da nota esplicativa e articolo di commento.

Già all’epoca, in ogni caso, l’intera Conferenza episcopale belga, pur ricorrendo a parole più misurate rispetto a quelle di non pochi presuli di Germania e Svizzera, aveva esternato un corale malessere per il niet dell’ex Sant’Uffizio, definendolo «particolarmente doloroso per molti credenti gay, i loro genitori e nonni, i loro familiari e amici». Non senza esplicitarne le ragioni nei seguenti termini: «Da anni la comunità ecclesiale cattolica del nostro Paese in tutte le sue sezioni (vescovi, sacerdoti, diaconi e operatori pastorali, teologi, scienziati, politici e assistenti sociali), insieme ad altri attori sociali, lavora per un clima di rispetto, riconoscimento e integrazione. Molti di loro sono anche impegnati in un’istituzione ecclesiastica o cristiana. I vescovi incoraggiano i loro associati a continuare a seguire questa strada. Si sentono sostenuti in questo dall’esortazione Amoris laetitia, che Papa Francesco ha scritto dopo il Sinodo dei vescovi del 2015: discernere, guidare e integrare; queste rimangono le parole chiave più importanti per i vescovi».

Al momento, comunque, Oltretevere tace sul documento dell’episcopato fiammingo. Forse la questione sarà direttamente affrontata col Papa e coi capi dicastero nel corso della periodica visita ad limina, che i vescovi del Belgio effettueranno in novembre. D’altra parte, Francesco – che ieri, al termine dell’Udienza generale, ha incontrato 110 tra operatori della pastorale Lgbt+ e componenti dell’associazione La Tenda di Gionata – non è del tutto nuovo a sollecitazioni provenienti da quell’area geografica. Il 4 luglio, ad esempio, ha ricevuto dal vescovo francofono di Liegi Jean-Pierre Delville la brochure diocesana Accueillir, accompagner, porter dans la prière le projet de vie partagé par des personnes homosexuelles, che contiene l’ampio e dettagliato rito di celebrazione comunitaria e benedizione per persone dello stesso sesso prossime a unirsi civilmente.

È indubitabile che ci vorrà ancora del tempo perché si giunga a una soluzione della controversia. Soluzione indubbiamente possibile, qualora si tenga in conto che quanto prodotto dall’ex Sant’Uffizio non è immutabile in blocco e per sempre vincolante, ma al contrario suscettibile di variazioni nel tempo. Basterà citare, a riprova esemplificativa, il decreto del 20 gennaio 1644 sul divieto di attribuire il titolo “immacolata” alla concezione di Maria, poi definita come tale l’8 dicembre 1854 da Pio IX.

Una via d’uscita, d’altronde, era già stata tracciata lo scorso anno dal cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna. Secondo il porporato e teologo austriaco (ex studente e pupillo di Joseph Ratzinger), «la preoccupazione legittima della Congregazione per la Dottrina della Fede è che una cerimonia di benedizione non crei l’impressione che si stia stipulando un matrimonio sacramentale. Ma questo sì alla famiglia non deve essere detto come un no a tutte le altre forme. La Chiesa si è da tempo abituata – è stato un processo lungo e doloroso – che non è l’unica voce che ha una parola da dire sulle relazioni. Dal XIX secolo lo Stato si è ripreso la sovranità della Chiesa sul matrimonio ed è naturale per noi – anche per la Chiesa – che ci si sposa prima civilmente prima di sposarsi in Chiesa. Eppure, la concezione civile di matrimonio come contratto è fondamentalmente diversa da quella di matrimonio sacramento. Ci conviviamo da molto tempo».

Per Schönborn, di cui è anche nota l’intransigenza nella lotta alla pedofilia del clero (celebre il suo attacco pubblico al cardinale Angelo Sodano per le posizioni minimizzatrici su tale materia), «la questione se si possono benedire le coppie dello stesso sesso appartiene alla stessa categoria della domanda se ciò sia possibile per le persone risposate o per le unioni senza licenza di matrimonio. E qui la mia risposta è relativamente semplice. Se la richiesta della benedizione non è uno spettacolo, quindi non è solo una sorta di rito esteriore, se la richiesta della benedizione è onesta, è proprio la richiesta della benedizione di Dio per il percorso di vita che due persone, in qualsiasi condizione si trovino, tentano di fare, allora questa benedizione non dovrà essere loro negata. Anche se, come prete o vescovo, devo dire: Non hai realizzato tutto l’ideale. Ma è importante che voi viviate il vostro cammino sulla base delle virtù umane, senza le quali nessuna relazione può riuscire. E questo merita una benedizione. Se la giusta forma di espressione per questo è una cerimonia di benedizione della Chiesa, bisogna pensarci attentamente».

Nello svolgere una tale profonda e originale riflessione teologica il porporato era partito «da una semplice osservazione. Molte mamme benedicono i loro figli. Mia madre lo fa ancora fino ad oggi. Non me ne vado senza che lei mi benedica. Una madre non negherà la benedizione, nemmeno se suo figlio o sua figlia hanno problemi di vita. Al contrario». Osservazione che, si spera, possa spingere al di là del Tevere a riconsiderare la questione, portata ora nuovamente al centro della comune attenzione dai vescovi fiamminghi.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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