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Da Nord a SudAumentano i corsi di laurea green per governare la transizione ecologica

Il ministero dell’Istruzione ha individuato già circa 160 percorsi di studio “verdi” in Italia. E il loro numero è destinato a crescere, tra master e dottorati specializzati, all’insegna dell’interdisciplinarità

(Unsplash)

Tratto da Morning Future

Il settore dell’istruzione non è certo escluso dagli stravolgimenti della transizione ecologica. I corsi di laurea green sono infatti sempre più diffusi nelle università italiane. Alcuni di questi sono stati creati ex novo, altri sono corsi già esistenti, ma adattati alle nuove esigenze. L’obiettivo è lo stesso: creare nuove figure professionali che sappiano favorire la transizione verde e gestire la disruption che questa produrrà in molti settori, grazie a competenze tecniche e trasversali che comprendano anche la sostenibilità e l’ecologia.

Il ministero dell’Istruzione ha individuato già circa 160 percorsi di studio green in Italia, tra corsi di laurea, dottorati e master. E il loro numero è destinato ad aumentare perché quasi tutti i settori economici stanno vivendo la trasformazione verde, a volte volontaria (come nella moda dove è sempre maggiore l’impegno a utilizzare materiali non dannosi per l’ambiente), a volte imposta esplicitamente da normative statali o europee (in cui nel settore automotive dove dal 2035 non potranno essere vendute auto con motore a benzina o diesel).

Sono così nati vari corsi tra cui quello in Management per la sostenibilità dell’Università Politecnica delle Marche, quello in Biologia per la sostenibilità dell’Università degli studi di Napoli, quello di Low Carbon Technologies and Sustainable Chemistry dell’Università degli studi di Bologna e quello in Sviluppo sostenibile e cambiamenti climatici dell’Università degli Studi di Pisa.

La caratteristica comune è che si tratta di percorsi di studio trasversali alla tematica ambientale. Ad esempio, il nuovo corso del Politecnico di Milano, chiamato Ambassador in green technologies, è un corso di laurea magistrale che, partendo da design, architettura e ingegneria, ha aggiunto degli esami in più nelle varie materie per permettere di avere uno sguardo più ampio sul green.

Poi ci sono le borse per i dottorati di ricerca: 7.500 per il 2022, dei quali 100 dedicati alla transizione digitale e ambientale. Dovrebbero essere di più, ma è già un primo passo.

Anche perché, già oggi a circa l’84 per cento dei laureati sono richieste alcune competenze green. E solo nel settore delle costruzioni, secondo alcuni dati di Anpal, sono oltre 250mila i contratti attivati che hanno richiesto competenze verdi nel 2020.

«Parlando con professionisti, aziende e anche ex studenti, ci siamo accorti della necessità di creare delle figure professionali che possiedano il linguaggio della sostenibilità e che sappiano applicarlo a molti contesti diversi. Per questo abbiamo attivato la laurea magistrale in Trasformative Sustainability», racconta Francesco Perrini, professore di Finanza all’Università Bocconi, considerato uno dei principali studiosi di sostenibilità/CSR.

Questo nuovo corso, la cui prima classe è partita a inizio settembre, è un progetto congiunto tra l’Università Bocconi di Milano e il Politecnico di Milano. «L’obiettivo è la interdisciplinarità: vogliamo creare manager che abbiano anche competenze scientifiche e formare ingegneri molto specializzati che abbiano anche conoscenze di gestione aziendale. Questa trasversalità oggi è necessaria per essere in grado di gestire il passaggio verso la sostenibilità».Sono molti e differenti i settori interessati a questi nuovi laureati. «Non ci sono solo quelli della chimica, dell’energia e delle rinnovabili, ma anche quello delle smart city e della rigenerazione urbana, senza dimenticare la crescita del mercato della mobilità sostenibile», conclude Perrini, che è il direttore del nuovo corso.

La richiesta di green Job
Le nuove offerte accademiche seguono le richieste del mercato del lavoro, che a sua volta è determinato dalle necessità del settore industriale e del terzo settore. E proprio osservando questi ambiti, si nota che l’offerta di green job è sempre maggiore: le nuove posizioni lavorative includono sia professioni specifiche – in alcuni casi emergenti – che sono richieste per soddisfare i nuovi bisogni della Green Economy, sia professioni che per rispondere alle mutate esigenze del mercato devono affrontare la sfida di un reskilling in chiave green.

Ci sono poi lavori non strettamente green, ma che sono coinvolti nel cambiamento che si sta generando grazie alla diffusione trasversale dei macro-trend della sostenibilità ambientale.

Il numero dei green job è in costante aumento: secondo i dati Unioncamere e Istat, le persone che svolgevano un green job nel 2014 erano 2,94 milioni, saliti a 3,14 nel 2022: un aumento del 7 per cento. Il dato è ancora più positivo se si considera che ogni anno, tra il 2014 e il 2020, il numero di questi lavoratori è aumentato rispetto ai 12 mesi precedenti. Inoltre, questo tipo di lavori non ha subito gli effetti negativi della pandemia, dato che tra il 2019 e il 2020 la quota di green job sul totale dei contratti attivati è cresciuta di un punto percentuale passando dal 34,7 per cento al 35,7 per cento.

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