La Russia è vicinaI tre filoputiniani che rischiano di far finire il governo Meloni prima di iniziare

La leader sovranista è favorita nei sondaggi ma i problemi inizieranno il giorno dopo le elezioni: per diverse ragioni Giulio Tremonti, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini rischiano di far durare poco il centrodestra a Palazzo Chigi

Unsplash

Non si sa se Giorgia Meloni durerà sei mesi, come profetizza Carlo Calenda. Dipenderà dai numeri che avrà in Parlamento. Dalla capacità di affrontare la tempesta che sta provocando l’amico moscovita di Silvio Berlusconi e di Matteo Salvini. Il capo leghista è stato smentito proprio da Vladimir Putin sull’efficacia delle sanzioni. All’oligarca del Cremlino danno tanto fastidio e gli fanno tanto male al punto da metterle sul tavolo come merce di scambio con il suo gas.

Ma a parte queste sfumature che segnalano la politica di Salvini, c’è da prendere atto di quello che ci aspetta se dovesse vincere la destra. Meglio dare il voto utile a Forza Italia, il vero voto utile, come consiglia Augusto Minzolini sul Giornale, affinché vinca il centrodestra a guida europeista e liberale. Allora stiamo freschi, il governo durerà otto e non sei mesi, anzi Meloni può dormire su due guanciali visto che il Cavaliere è un uomo di poche pretese ministeriali.

Il problema è che a complicarsi la vita è anche lei stessa. Meloni ha candidato Giulio Tremonti, una sorta di dottor Stranamore, a tratti geniale, anticipatore di trend macroeconomici, ma un guastatore seriale. L’ha candidato all’uninominale a Milano ma lui teme di non farcela («una sfida molto difficile», confessa al Corriere della Sera), ma non può lamentarsi avendo il paracadute nel listino proporzionale. Per lui è sempre troppo poco. E poi da quando ha capito che non diventerà ministro, e che al massimo potrà fare il presidente della commissione Finanze, si  è messo ad avvelenare i pozzi in cui la leader di Fratelli d’Italia, per necessità e per accreditarsi in certi ambienti, vuole attingere. Per esempio Fabio Panetta per l’Economia e Stefano Cingolani ancora alla Transizione Ecologica. Entrambi molto cari a SuperMario. Così Tremonti spara in tutte le l’occasione che ha, in tv e nelle interviste ai giornali, a tutto ciò  che si muove nei dintorni del presidente del Consiglio.

Ieri sul Corsera ha detto che il Draghi, più che per il whatever it takes, dovrebbe essere ricordato per whatever mistakes, perché il risultato è che la Banca centrale europea possiede il 35% del debito italiano. L’acquisto dei titoli di Stato sarebbe dovuto essere un intervento di pronto soccorso e invece è durato dieci anni. E diciamolo: meno male, altrimenti chissà che fine avremmo fatto. Ma non mi inerpico su cose tanto raffinate. 

Il colpo dell’ex ministro dell’economia è duro, mentre Draghi sta cercando di levare qualche castagna dal fuoco a chi lo sta riportando in Parlamento e chiede lumi su chi mettere a via XX Settembre al posto di Daniele Franco.

Già, Daniele Franco. Sempre nella stessa intervista al Corriere, Tremonti sostiene che l’allora funzionario della Banca d’Italia, insieme al ministro Renato Brunetta, avrebbe scritto la drammatica lettera firmata dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Trichet e dall’allora governatore della Bce Draghi. 

Quella lettera segnò il destino finale del governo Berlusconi. Tremonti non lo dimentica, ma forse dimentica che lo spread era arrivato a 575 punti, Bossi non voleva fare la riforma delle pensioni, lui stesso portava i provvedimenti e le Finanziarie in Consiglio dei ministri senza farli leggere prima neanche al presidente del Consiglio Berlusconi. Oltre al fatto che lavorava alacremente per sostituire Berlusconi. E al netto della rottura di Gianfranco Fini e delle cene eleganti. 

Vabbè, Meloni si è messo in casa un personaggio ingombrante che sulle sanzioni alla Russia la pensa come Salvini, ovvero che non servono a nulla perché nella tundra e nella taiga vale «l’arte del contadino russo di fare la fame», mentre noi molli  e viziati occidentali siamo pronti a calare le braghe. Forse è un po’ vero ma noi italiani speriamo di non fare brutta figura, quella che vorrebbe farci fare Salvini.

Il leader leghista ha una strana e perfetta sintonia  con Mosca. Quando insiste sul pericolo delle sanzioni, come ha fatto domenica a Cernobbio, l’indomani si fanno vivi i russi. Questa volta con la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. È entrata a gamba tesa nella campagna elettorale italiana, affermando che il piano italiano per ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche del suo Paese, scritto da Cingolani, «è imposto a Roma da Bruxelles, che a sua volta agisce su ordini di Washington. Alla fine saranno gli italiani che dovranno soffrire». Roma sarebbe spinta al «suicidio economico per la frenesia sanzionatoria euro-atlantica», con il risultato che le imprese italiane saranno «distrutte dai ’fratelli’ d’Oltreoceano», poiché le aziende americane oggi «pagano l’elettricità sette volte meno di quelle italiane», ha aggiunto Zakharova in un post su Telegram.

Insomma, gli americani stanno facendo concorrenza sleale ai produttori italiani, per cui «quando le imprese italiane crolleranno, saranno comprate a buon mercato dagli Yanke». C’è da scommettere che Salvini la pensi allo stesso modo, del resto non era lui che considerava Putin il miglior politico al mondo e che avrebbe ceduto due Mattarella al posto di mezzo Putin?

Meloni non sa come districarsi da questo problema. Sì, quanto durerà Meloni a Palazzo Chigi potrebbe essere una scommessa da allibratori avendo persone in casa come Tremonti e alleati come Salvini e Berlusconi. I quali più perderanno consenso e più famelici diventeranno. Il capo leghista sta avendo sbocchi di bile leggendo certi sondaggi che lo vedono scivolare al quarto posto e che in Veneto lo danno dietro a Fratelli d’Italia, al 20% contro il 30%. L’alto ieri a Treviso c’era poca gente sotto la Loggia dei Cavalieri, nonostante la presenza di Luca Zaia.

Salvini deve guardarsi le spalle anche in quei territori del nord dove prima stravinceva, dove mieteva consensi tra i piccoli e medi imprenditori, e i loro operai. Ora sono freddi, si sentono traditi per aver fermato Mario Draghi. Il leghista sente il fiato sul collo di Meloni in Lombardia e nel Vento, le due Regioni fondanti della Lega. Eppure il presidente della Confindustria del Venero, Enrico Carraro, lo aveva avvertito che, se avesse fatto cadere il governo, gli imprenditori se lo sarebbero ricordato nelle urne. Ora i meloniani quei voti vogliono prenderseli. Questa sera alcuni industriali veneti hanno a cena un ospite d’onore, Guido Crosetto, addetto alle relazioni pubbliche con il modo economico.

Tutto questo nella ricca terra del Doge Zaia, che affila i coltelli del macellaio: questa volta Salvini al governo gli dovrà portare su un vassoio d’argento l’autonomia regionale. Un altro problemino per Meloni.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter