Psicodramma democraticoUna discussione sulle idee anziché sui nomi non è una discussione, ma una recita

Basta con la favola del povero segretario vittima delle correnti cattive. Il Pd deve senz’altro chiarire a se stesso qual è la sua funzione e la sua identità, ma certo non può risolvere il problema andando dallo psicanalista. Quello che serve è un congresso vero

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Di tutti i riti che accompagnano l’apertura della fase congressuale nel Partito democratico, il più stucchevole è quello che impone ai commentatori di intonare ogni volta il coro sulla necessità di discutere di idee e non di nomi, di valori e non di leader, esortando i dirigenti a non ridurre, sminuire, svilire tutto alla semplice scelta di un segretario.

So anch’io che sono cose che si dicono, convenevoli da ascensore della politica – la versione standard è sempre la stessa: il povero leader divorato dalle cattive correnti, nel partito che consuma un segretario a ogni tornata elettorale – ma è un modo ingannevole di raccontare le cose.

Dire che si debba discutere di idee anziché di nomi, infatti, significa dire che prima, da qualche altra parte, si prenderanno le decisioni che contano su identità, programma e obiettivi del partito, e solo dopo si deciderà chi dovrà portarle avanti. Ma se le decisioni che contano sono già prese, su quale base si sceglierà il leader, e con che coraggio lo si potrà ancora definire tale? Se il copione è già scritto, tanto varrebbe affittare una comparsa.

Non sto dicendo che questo accada, intendiamoci, il mio è un ragionamento per assurdo che serve a mostrare l’inconsistenza dell’ipotesi iniziale: se non si vuole che il congresso sia semplicemente un concorso di bellezza, come si ripete noiosamente in queste circostanze, ebbene, separare la discussione sulle idee dalla discussione sui nomi è proprio la strada più sicura per arrivare lì. Finita la discussione sulle idee, invece di fare le primarie, basterebbe guardare gli indici di ascolto e scegliere l’esponente che viene meglio in tv. Ma questo, per l’appunto, sarebbe palesemente assurdo. E certo non è quello che vogliono tanti autorevoli osservatori e commentatori.

Il Pd deve senza dubbio chiarire a se stesso qual è la sua funzione e la sua identità, ma certo non può risolvere il problema andando dallo psicanalista, e tantomeno in una seduta di autocoscienza tra capicorrente. Personalmente trovo le primarie in cui persino i passanti possono votare un modo folle e autodistruttivo di eleggere i vertici di qualsiasi associazione, ma al punto in cui siamo dubito ci siano le condizioni e tanto meno il tempo per riaprire anche quel capitolo.

Penso che abbia ragione Matteo Orfini nel dire che un partito non può discutere solo di alleanze, come ha fatto il Pd negli ultimi tre anni, dando l’impressione, fondata, che qualunque altra questione di merito e di principio fosse sacrificabile all’obiettivo di andare al governo.

Proprio per questo, però, ora il Pd ha bisogno di chiarire a se stesso, ai suoi militanti e ai suoi elettori che cosa vuole e per cosa si batte, cioè anzitutto, direi, per che cosa è disposto a non vincere le elezioni e a non andare al governo.

Capisco che questa affermazione apparirà probabilmente incomprensibile a molti degli eterni ministri dell’attuale gruppo dirigente, ma è una ragione di più per cominciare subito a parlare chiaro. E una discussione al termine della quale non si voti e non ci si conti non sarebbe una vera discussione, ma solo un esercizio retorico. L’ultima cosa di cui hanno bisogno.