Analisi del vuotoLetta dice di essere stato fregato da Conte, ma di aver fatto bene a fidarsi

Il segretario lancia il congresso di «Articolo 19%». Ancora una volta, proprio come nella successione a Zingaretti, lo stesso gruppo dirigente finge di cambiare per lasciare tutto com’è, ma soprattutto per coprirsi la ritirata

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In estrema sintesi, Enrico Letta sostiene di essere stato fregato da Giuseppe Conte, ma di aver fatto bene a fidarsi. Il segretario del Pd ha infatti ripetuto più volte in conferenza stampa che il principale responsabile della vittoria della destra è il leader del Movimento 5 stelle, con la sua scelta di far cadere il governo Draghi. Ma ha rivendicato al tempo stesso di avere fatto di tutto, ma proprio di tutto, per tenere insieme il cosiddetto campo largo (ed è verissimo). In compenso, Nicola Zingaretti ha dichiarato testualmente: «Il problema non era il campo largo. Ma non averlo avuto. Divisi si perde tutti».

Un ingenuo potrebbe concluderne che Letta e Zingaretti, almeno per il futuro, siano schierati su due posizioni opposte, che il primo sia contrario all’alleanza con il Movimento 5 stelle e il secondo la rivendichi, ma non è così. E non solo perché Letta ha anche aggiunto, ragionevolmente, che chi verrà dopo di lui dovrà cercare una «convergenza» con tutte le opposizioni.

Zingaretti si è dimesso da segretario nel 2021, dichiarando di vergognarsi del suo partito e prendendosela con le famigerate correnti, per poi contribuire con la sua corrente a eleggere Letta in Assemblea nazionale, secondo la stessa logica con cui ora Letta anticipa dimissioni a scadenza imprecisata, mentre annuncia un congresso in cui portare a compimento la fusione con Articolo Uno, cioè con i principali sostenitori dell’alleanza con Conte. Come si vede, è una logica che non ha nulla a che fare con la politica. Forse solo adesso si capisce davvero cosa intendessero con lo slogan: «Prima le persone» (difficilmente l’operazione «Articolo 19 per cento», con la trasformazione della lista «Pd-Italia democratica e progressista» in un partito che raccolga unitariamente tutte le microscopiche forze che ne facevano parte, cambierà le sorti della sinistra italiana, ma servirà a giustificare qualche corsia preferenziale in più).

Zingaretti si è dimesso perché la linea dell’alleanza con i cinquestelle e del sostegno a Conte perinde ac cadaver aveva portato il Pd in un vicolo cieco. Con l’aggravante del ridicolo, per un partito che aveva appena scritto sui manifesti (sia pure virtuali) di avere «una sola parola» e un solo nome per la presidenza del Consiglio, quello di Giuseppe Conte, e un minuto dopo non solo approvava e votava un altro nome, quello di Mario Draghi, ma sosteneva persino di non aver mai desiderato altro dalla vita.

Di conseguenza, sarebbe stato logico aspettarsi che il nuovo segretario cambiasse rotta. Letta invece confermava punto per punto la linea di Zingaretti, a cominciare dal rapporto privilegiato con Conte, presentandosi però al tempo stesso come il principale sostenitore di Draghi.

Il tentativo di difendere e addirittura rivendicare, contemporaneamente, tutte le scelte compiute assieme ai cinquestelle nel secondo governo Conte (cioè il programma dei cinquestelle) e tutte le scelte del governo Draghi per correggere, smontare o cancellare quelle stesse misure, obiettivamente, non poteva riuscire. Era ovvio, e lo testimoniano le stesse parole del presidente del Consiglio nell’ultimo discorso della fiducia, che a un certo punto si sarebbe dovuto scegliere: o con chi difendeva il superbonus o con chi lo voleva togliere; o con chi voleva i termovalorizzatori (come quello di Roma) e i rigassificatori (come quello di Piombino) o con chi non li voleva; o con chi voleva davvero sostenere l’Ucraina, anche inviando armi, o con chi ogni giorno cercava un pretesto per interrompere gli aiuti militari.

Non ci voleva la palla di cristallo per capire che a un certo punto la contraddizione sarebbe scoppiata. Ma persino dopo che Conte ha ritirato il sostegno a Draghi e innescato la crisi di governo, il gioco delle tre carte è continuato, persino peggio di prima. Al punto che Letta ha potuto firmare un accordo con Carlo Calenda che era tutto un inno alla famosa «agenda Draghi», senza che nessuno dei sostenitori della linea opposta di cui nel frattempo aveva riempito le liste si facesse sfuggire una parola. Salvo poi, dopo il repentino addio di Calenda, ricominciare a invocare accordi e alleanze con i cinquestelle all’indomani del voto.

Tra i seggi regalati ad Articolo Uno e l’accordo di coalizione garantito a Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, senza dimenticare il genere di candidati piazzati nelle stesse liste del Pd, erano decenni che la sinistra radicale non otteneva una rappresentanza parlamentare così numerosa. Il fatto che ciò sia accaduto quando di voti ne ha presi assai meno che in passato, e grazie al segretario del Pd che nel 2011 considerava «un sogno» l’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Monti, è solo l’ennesima conferma di quanto tutto questo non abbia niente a che fare con la politica, con le idee, con i valori e con tutti gli altri paroloni con cui si riempiono interviste e conferenze stampa.

Letta parla della necessità di lasciare la guida del partito a una nuova generazione, ed è chiaro a chi pensa. Ancora una volta, proprio come nel passaggio da Zingaretti a Letta, lo stesso gruppo dirigente finge di cambiare per lasciare tutto com’è, ma soprattutto per coprirsi la ritirata. Senza capire che il motivo principale per cui nemmeno il ricatto del voto utile è bastato a risollevare il partito dal tragico risultato del 2018 sta tutto qui: nel fatto che è ormai evidente come il Pd possa essere draghiano e contiano, populista e antipopulista, contrario al taglio dei parlamentari e favorevole al taglio dei parlamentari, e ai rigassificatori, e a qualsiasi altra cosa, purché questo gli consenta di restare al potere, a prescindere da ogni altra considerazione, sotto qualsiasi bandiera e in nome di qualsiasi principio.

Negli ultimi giorni di campagna elettorale, mentre i giornali erano pieni delle immagini delle fosse comuni di Izyum, Conte ha avuto il coraggio di pronunciare le parole: «Non si dica che Putin non vuole la pace». Parole che non hanno suscitato un battito di ciglia nei tanti esponenti del Pd e di Articolo Uno ansiosi di riabbracciarlo, quali che fossero le loro posizioni ufficiali sulla guerra, sulla Russia, sull’Europa e sulla Nato. Perché la verità è che di tutto questo importa loro ancor meno che del rigassificatore di Piombino o del termovalorizzatore di Roma (a proposito, piccola curiosità personale da residente nella capitale: i tanti dirigenti del Pd che vogliono tornare da Conte cosa pensano di fare al riguardo, si rimangiano pure quello, come i tre voti contrari al taglio dei parlamentari, o sperano che ormai il loro futuro leader se ne sia dimenticato?).

Difficile immaginare che da queste premesse possa prendere avvio un congresso vero, in cui si parla chiaro e ci si dice la verità. Proprio come nel 2013 e poi nel 2018, il pensiero di tutti è già alle prossime scadenze elettorali e all’ennesima ammucchiata da mettere insieme per scongiurare la sconfitta. È una fortuna che Italexit non sia riuscita a entrare, altrimenti avremmo rischiato di ritrovarci persino qualche militante di Casapound arruolato nella grande battaglia antifascista delle prossime elezioni regionali, europee, comunali e condominiali.