La squadraccia di governo La prima sfida di Meloni è gestire il ricatto di Salvini sul Viminale (e poi la questione Ronzulli)

Il segretario leghista punta su un ministero di peso per iniziare la remuntada populista e si fa fotografare coi suoi 95 parlamentari per mandare un messaggio alla collega sovranista: i numeri in Parlamento contano. La leader di Fratelli d’Italia, poi, non vuole il braccio destro di Berlusconi al governo

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Prima ancora che una questione di nomi, c’è una questione di metodo nella formazione del primo governo a guida nazionalista e femminile. Giorgia Meloni ha sbarrato gli occhioni celesti quando ha sentito Matteo Salvini dire, nella conferenza stampa dopo il Consiglio federale dell’altro giorno, che la presenza leghista nel governo servirà a recuperare i consensi perduti.

Perdita che secondo il tenente del Carroccio è dovuta all’astensione dove sarebbero confluiti i suoi voti. Ben sapendo invece che glieli ha succhiati Fratelli d’Italia, come spiegano tutti gli studi seri dei flussi elettorali. Allora recuperarli significa riprenderseli ai danni del partito del prossima presidente del Consiglio, la quale ha sputato sangue per arrivare al 26% per cento, partendo da poco più dell’1 per cento dopo aver lasciato il Popolo delle libertà dell’allora padre politico Silvio Berlusconi.

È questo il punto, di metodo, che va oltre i nomi di chi fa il ministro. Perché se il problema è farsi la guerra, questo in sostanza è il ragionamento di Meloni, si comincia con il piede sbagliato: qui si tratta di salire su una nave malconcia per affrontare una vera e propria tempesta perfetta, con onde giganti e senza sapere se i motori saranno in grado di scavalcarle.

Meloni predica responsabilità e grande prudenza, incredibilmente sulla scia di Mario Draghi, e questo la sta accreditando al Quirinale, dove non temono sorprese sui nomi come accaduto con il governo gialloverde quando Giuseppe Conte presentò al capo dello Stato quello di Paolo Savona per l’Economia e venne bocciato.

Allora Salvini non può pensare di trasformare il governo nel palcoscenico elettorale della sua remuntada. Magari proprio dal Viminale, con processo Open Arms ancora aperto a Palermo, l’attenzione e la prospettiva di nuovi scontri frontali con l’Europa che in questo momento ha tanti altri problemi da affrontare con i gasdotti sabotati e l’Ungheria di traverso sulle sanzioni a Mosca. Per non parlare dell’imbarazzo di come gestire un grande governo comunitario guidato dal presidente del Partito dei Conservatori.

Tutto nasce da quel proclama di via Bellerio per giustificare la disfatta nelle urne. «Se la Lega fa la Lega non ce n’è per nessuno». La logica conseguenza è che se la Lega non può fare la Lega, con un ministero di peso, che ci sta a fare al governo?

Da qui nasce l’illazione del sostegno esterno. Salvini dice che si tratta di un’invenzione giornalistica («quante sciocchezze che scrivete»). Anche Meloni invita a non credere alle «bugie che circolano». Ma lo spiffero è arrivato dalla Lega. Una minaccia che ha il sapore del bluff e la presidente del Consiglio in pectore vuole andare a vedere le carte, come a poker. Sta di fatto che la grana Salvini al ministero dell’Interno non è affatto una bugia.

Lui insiste per avere quella poltrona dalla quale può recuperare l’identità perduta. Non può certo recuperarla dall’Agricoltura o dalle Infrastutture o dal dicastero del Lavoro, considerate comunque di seconda fascia rispetto all’Interno, alla Difesa o agli Esteri. E che lui insista e carichi come un ariete lo dimostra cosa è uscito ieri dall’assemblea dei 95 parlamentari eletti, molti di più di quelli che il suo otto e rotti per cento gli avrebbe assicurato se si fosse votato con un sistema proporzionale.

La suddivisione dei collegi uninominali calcolati su una percentuale vicina al 20 per cento lo ha favorito moltissimo. Quindi Salvini si fa fotografare con il suo mucchio parlamentare per ricordare quanti sono, che al Senato la maggioranza vanta solo dodici senatori in più di tutte le opposizioni divise. E mette la foto in rete.

Ma fa di più. Organizza la claque dei 95: applausi e cori per il segretario, altro che leader sfiduciato e in crisi, fa sapere via Bellerio. «In blocco – recita una nota del partito – hanno chiesto al segretario di tornare al governo per occuparsi di sicurezza e immigrazione».

Vedremo come se la caverà la leader di Fratelli d’Italia, come e se riuscirà a evitare che la mina vagante chiamata Matteo approdi di nuovo al Viminale. Anche da questo si vedrà di che tempra è fatta la prima presidente del Consiglio donna che vuole andare a vedere le carte dell’alleato scomodo.

Meloni non vuole vedere attorno al tavolo ovale della sala del Consiglio dei ministri Licia Ronzulli. È lei che gestisce Forza Italia per conto di Silvio Berlusconi, il braccio destro di Salvini ad Arcore, la senatrice odiata, ricambiata, da Mariastella Gelmini e Mara Carfagna.

Ronzulli, insieme con Antonio Tajani, è stata l’acerrima nemica dell’ala moderata e draghiana del partito berlusconiano e la principale avversaria dell’avanzata di Fratelli d’Italia. Meloni al massimo le vorrebbe date un posto da sottosegretaria o da vice ministro. Seduta attorno a quel tavolo invece no. Ma il Cavaliere la vuole lì, accanto a Tajani ministro degli Esteri.

Un’altra bella grana ed è solo una delle tante.