Memorie di un baroIl capolavoro inedito di Sacha Guitry su un dandy francese che amava vincere al casinò di Monaco

Adelphi pubblica un’opera apparsa per la prima volta in Francia nel 1935, firmata da un autore che fu anche regista, attore e grande giocatore d’azzardo. Un personaggio disprezzato dalla critica ma osannato da Truffaut e Godard

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Per amore del paradosso, una nuova vita può nascere anche da una tragedia funesta. Una punizione antica «vai a letto senza cena» e un ragazzino di dodici anni è l’unico componente di una numerosa famiglia a salvarsi. Tutti gli altri «undici cadaveri tutti insieme» muoiono fulminati dai funghi velenosi. 

E lui, orfanello come Oliver Twist, rimane solo al mondo. Disperazione? Fino a un certo punto, perché la disgrazia fu veramente eccessiva, insomma «come fai a piangere undici persone? Non sa più per chi affliggerti… Sollecitato a destra e a manca, il mio dolore aveva troppe fonti di distrazione».

Sono appena le prime pagine e già non si può non amare il delizioso “Memorie di un baro”, il libretto inedito apparso in Francia nel 1935 e ora pubblicato da Adelphi. Lo scrisse Sacha Guitry, personaggio davvero inclassificabile e proprio per questo fascinoso, di imprecisato mestiere nel senso che ne faceva tanti e tanti gli riuscivano bene da improvvisato dilettante qual’era. 

In cinquant’anni scrisse un centinaio di commedie per il teatro, fu regista, attore, sceneggiatore per il cinema; gli piaceva disegnare e collezionare arte. Non molto amato dalla critica, di certo per i suoi atteggiamenti non proprio concilianti, fu riabilitato dalla Nouvelle Vague e in particolare da Truffaut e Godard che andavano al cinema senza preconcetti.

All’anagrafe Sacha fu Alexandre Georges-Pierre Guitry, nato nel 1885 a San Pietroburgo. Suo padre Lucien fu attore molto famoso, di stanza a Parigi, dove il ragazzo trascorreva l’estate mentre in inverno tornava in Russia. Raro caso di figlio cresciuto col papà, dopo la separazione dei genitori, passò di collegio in collegio tra mille difficoltà e insubordinazioni. 

Dal 1904 recita con Lucien ancora sotto falso nome come gli era stato imposto e comincia a scrivere le prime vere commedie, stese rapidamente in tre o quattro giorni. 

Nel 1914 non parte per la Guerra perché è stato riformato dall’esercito, allora gira il suo primo film Cheux de Chez Nous. Inizia a guadagnare bene, molto bene, si veste con eleganza vistosa, guida auto di lusso, è megalomane, inquieto (si sposerà cinque volte), vive una vita di leggerezza, i detrattori dicono superficiale, un vero dandy mondano e moderno, sarcastico e irriverente. Un giocatore d’azzardo capace di affrontare alterne vicende e alterne fortune.

Più saggio, insomma, ripercorrerne la vita che anticipare la trama delle “Memorie di un baro” (da cui fu tratto il film scritto, diretto, interpretato e sceneggiato da Guitry medesimo). Esile ed esilarante, pillole di saggezza certamente da non seguire a meno di non volersi rovinare. 

Dirò solo che dopo lo sterminio micotico della sua numerosa famiglia, il giovane narratore si trova a dover attraversare la Francia per campare: un cugino a Flers, in provincia, che lo frega, poi Caen dove capisce chi sono i ricchi, e finalmente Parigi, «impressione profonda… ma confesso non eccellente. No. Troppa gente. O per essere precisi gente di troppi generi. Troppi ricchi e troppi poveri, troppe ragazze sui marciapiedi, troppi lavoratori e troppi disoccupati. Troppa grandezza e troppa miseria». 

E infine il Principato di Monaco che lo conquista fin dal primo giorno, in particolare quel Casinò dove troverà la propria vocazione, il giocatore, il baro.

Centootto pagine scorrono davvero veloci per andare oltre e il cuore del libro sta proprio nel rapporto con la sorte e il denaro. Consapevole che chi gioca d’azzardo quasi sempre perde e il banco quasi sempre vince. Sia che si rispetti le regole oppure no.

 

 

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