Selezione innaturaleGli animali più belli sono anche quelli più tutelati, ed è un problema

Le specie considerate esteticamente più piacevoli agli occhi degli esseri umani sono anche le più protette, talvolta a scapito di altre che ne avrebbero maggiore bisogno. In tempi di crisi della biodiversità, è arrivato il momento di cambiare approccio

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Il senso estetico con cui ci orientiamo nel mondo ha un prezzo, perché impatta sulla tutela della biodiversità e delle specie a rischio. Detto in altre parole, oggi le specie animali che l’essere umano tende a considerare più belle sono quelle maggiormente tutelate, spesso a scapito di altre che, pur essendo più o in egual misura a rischio di estinzione, sono percepite come meno piacevoli esteticamente. In tempi di crisi della biodiversità, questo bias estetico non può più essere ignorato.

Eppure, non è facile trovare materiale sul tema per i non addetti ai lavori. Secondo Mariagrazia Portera, ricercatrice che si occupa del rapporto tra estetica e biodiversità, il motivo risiede anche nel fatto che si tratta di un ambito interdisciplinare, per giunta relativamente nuovo, che deve far dialogare filosofia e scienza. All’estero, dove il trend è più diffuso che in Italia, si parla di Environmental Humanities, Scienze umane per l’ambiente.

«Se vogliamo capire e coinvolgere quante più persone possibile nella sfida più straordinaria del nostro tempo, la lotta alla crisi climatica, è necessario mettere insieme gli sforzi sia degli umanisti sia degli scienziati», spiega Portera. «Sono dieci anni che mi occupo di temi a metà tra la filosofia e l’estetica, da una parte, e la teoria dell’evoluzione e la biologia evoluzionistica, dall’altra. All’inizio è stato complicato costruire un lessico comune alle diverse discipline».

Che la nostra umanissima idea di bellezza abbia un ruolo nella tutela della natura non è difficile da credere. Basta pensare alle cosiddette specie bandiera, quelle che le associazioni ambientaliste scelgono per sponsorizzare la propria mission e che sono sempre dotate di una certa attrattività estetica. In genere si tratta di mammiferi (che percepiamo più simili a noi e suscitano quindi maggiore empatia) e spesso rispondono allo “schema del cucciolo”, cioè hanno caratteristiche che suscitano tenerezza. Il panda gigante del Wwf è l’esempio più noto: nel 1965 l’animale era considerato rarissimo, ma dopo decenni di celebrità e di conseguenti sforzi di conservazione la sua popolazione è aumentata.

Insomma, quando si tratta di catturare l’attenzione e di convincere le persone a contribuire economicamente alla causa, capiamo bene che affidarsi all’immagine di foche, orsi polari e cuccioli di vario genere paga più che scegliere come testimonial coleotteri o ragni. Quello che le ricerche congiunte di umanisti e scienziati cercano di fare è quantificare esattamente l’impatto di questo pregiudizio estetico.

Dai pesci della barriera corallina alle farfalle
Uno studio recente ha cercato di rispondere concentrandosi sui pesci delle barriere coralline, che oggi sono a rischio a causa dell’inquinamento, dell’attività umana e del riscaldamento climatico che deteriorano il loro habitat. Tramite un questionario online e un algoritmo di machine learning, i ricercatori hanno individuato quali sono le caratteristiche di questi pesci che l’essere umano considera gradevoli.

A uscire vincitori dal “concorso di bellezza” sono state le specie molto simili tra loro: tendenzialmente diurne, sedentarie, colorate, tondeggianti e che vivono vicino al fondale. Sono stati giudicati meno belli, invece, i pesci di forma allungata e dai colori neutri. Il problema evidenziato dallo studio è che i primi sono in genere i più studiati e tutelati; mentre i secondi sono meno conosciuti e protetti, sebbene siano spesso enormemente minacciati dall’attività umana e, ricoprendo un ruolo ecologico più vario, risultino cruciali nell’ecosistema della barriera corallina.

All’Università di Firenze, Mariagrazia Portera e il ricercatore in zoologia Leonardo Dapporto stanno conducendo uno studio simile sulle farfalle europee. Il progetto di ricerca sperimentale si chiama “Unveiling” e chiunque, fino a metà 2023, può contribuire alla raccolta dati rispondendo a un questionario online. L’idea è nata quando Dapporto, stilando le liste rosse di protezione delle specie di farfalle in via d’estinzione, si è reso conto che, a parità di rischio, alcune erano inserite nelle liste e altre no. «Molto probabilmente questo dipende dal fatto che le specie nella lista sono quelle che percepiamo come più belle, mentre quelle fuori sono più “bruttine” agli occhi umani», spiega Portera.

Il progetto ha anche due spin-off: «Il primo è una mappatura della forma farfalla nell’arte, soprattutto dal moderno al contemporaneo, per capire quali specie sono più rappresentate e se c’è una sovrapposizione con quelle che il test ci dirà essere le più esteticamente attraenti oggi. Il secondo consiste nel verificare quali specie sono più citate nei portali delle ricerche scientifiche e se, anche in questo caso, c’è una sovrapposizione con i risultati del questionario».

La nuova estetica dell’Antropocene
Il punto di arrivo di questo studio, però, non è semplicemente biasimare quanto ci facciamo trascinare dalle preferenze estetiche perdendo di vista le specie con un oggettivo bisogno di protezione. Come un paio di occhiali dalle lenti colorate con cui guardiamo il mondo, e che non possiamo togliere, «l’esperienza estetica è un tratto che ci caratterizza in quanto esseri umani», prosegue Portera. «Ma in questa natura antropocenica, in cui l’atto umano è così determinante, forse le categorie estetiche con cui ci approcciamo al mondo hanno bisogno di essere rimodulate». Cosa significa? «L’attrattività estetica che stiamo misurando nel nostro studio è quasi sempre quell’idea di bellezza legata a ciò che risulta più piacevole allo sguardo, che conforta, che rassicura, che fa sentire in equilibrio con il mondo. Ma questa idea di bellezza è solo una delle categorie estetiche possibili. Forse per la natura dell’Antropocene le categorie estetiche più calzanti potrebbero essere quelle di ciò che è insolito, che sorprende, affascina, innesca meraviglia e curiosità».

Continuare ad affidarci a ciò che ci sembra “bello in modo tradizionale” non è utile nel momento in cui l’obiettivo è tutelare la natura. Che è fonte di bellezza, certo, ma non è al servizio esclusivo del nostro sguardo né obbligatoriamente aderente ai nostri canoni. Anzi, è fonte di bellezza perché è insolita, stupefacente, altra rispetto a noi. Dovremmo insomma de-centrarci, abbandonare l’ottica antropocentrica con cui ci orientiamo nel mondo e provare invece a metterci nei panni dell’altro essere vivente.

Essere individualmente consci dell’esistenza di un pregiudizio estetico nell’approccio alla tutela della biodiversità è già un passo nella giusta direzione, ma la vera rivoluzione la faranno probabilmente le campagne di comunicazione, se sapranno essere altrettanto consapevoli del tema. Il marketing della conservazione della biodiversità è in crescita e ancora poco studiato, ma può fare molto per la causa. Ad esempio, una serie di meme dedicati da un’associazione polacca alla scimmia con la proboscide del Borneo sono diventati un caso di studio nel 2020 proprio perché sono riusciti ad accendere l’interesse e a incentivare le donazioni per la salvaguardia di un animale dallo scarso appeal.

«Zadie Smith in uno dei suoi scritti diceva che la scienza è piena di dati, fatti e informazioni che ci descrivono quello che sta accadendo, ovvero il disastro climatico; ma ci mancano le parole intime per dirlo», conclude Portera. «Ci mancano le storie. Finché le cose non vengono intessute in un racconto, è difficile che ci risuonino dentro e ci spingano ad agire».