Occidente faustianoLe democrazie liberali dovranno scendere a patti con autocrazie inaffidabili?

Le trasformazioni geopolitiche del terzo millennio sembrano suggerire al mondo liberale una riglobalizzazione selettiva, solo tra Paesi fidati. Ne abbiamo parlato con Gianmarco Ottaviano, autore di “Riglobalizzazione”, il nuovo saggio edito da Egea

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La globalizzazione non è più la stessa. La crisi del multilateralismo, resa evidente dall’invasione dell’Ucraina e le conseguenti sanzioni economiche inflitte alla Russia dalla comunità internazionale, porterà inevitabilmente ad un nuovo assetto geopolitico mondiale. Dall’inizio del millennio l’economia globale stessa è entrata in acque molto agitate: la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, le disuguaglianze crescenti insieme alle pressioni migratorie, fino ad arrivare alla pandemia di Covid-19 hanno spinto molti Paesi verso la creazione di alternative all’economia globale integrata, al fine di non soccombere schiacciate dal peso degli stravolgimenti economici.

Secondo Gianmarco Ottaviano, docente di Economia politica all’Università Bocconi, l’esito più probabile della trasformazione in corso non sarà la deglobalizzazione tanto temuta (o auspicata) da molti commentatori, quanto la “Riglobalizzazione” che dà il titolo al suo nuovo saggio edito da Egea. In cui il professor Ottaviano riflette sul futuro prossimo dell’economia internazionale, sulle conseguenze che le nuove logiche multilaterali sortiranno sulla sicurezza planetaria e sul nuovo ordine mondiale che si va configurando.

«La multilateralità, con l’affermarsi di Paesi emergenti come quelli del gruppo Brics, è entrata in crisi anche perché le organizzazioni internazionali sono state troppo lente nel rispecchiare i nuovi assetti di potere economico che si stavano creando», sostiene il professore. Istituzioni globali come la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e, più tardi, l’Organizzazione mondiale del commercio avevano contribuito grandemente alla crescita di tutti i Paesi emergenti, ma una volta che questi avevano raggiunto standard economici pari o superiori a quelli occidentali, non gli è stato riconosciuto lo stesso primato. 

Questo evento e le reazioni da esso scatenatesi hanno messo in evidenza la diversità dei punti di vista nazionali e la difficoltà a convergere su iniziative comuni. Se da un lato la globalizzazione ha creato un grande mercato integrato in cui poter sfruttare al meglio i vantaggi comparati dei vari Paesi e le economie di scala dei processi produttivi, dall’altro ha unito i destini di nazioni con storie, culture, istituzioni, tradizioni e sensibilità in alcuni casi molto diverse tra loro. E i nodi, ora, stanno venendo al pettine. 

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha sollevato, una volta per tutte, una domanda fondamentale e scomoda per i sostenitori della globalizzazione: «È prudente che società democratiche, le cui economie sono fondate sul capitalismo di mercato, mantengano normali relazioni economiche con società autocratiche, le cui economie sono invece fondate sul capitalismo di Stato, quando queste società autocratiche diventano tanto più aggressive quanto più si arricchiscono, proprio grazie a quelle relazioni economiche?». Questo è il dilemma faustiano che il professore propone. 

Alle tensioni degli ultimi anni, i Paesi hanno risposto muovendosi perlopiù in due direzioni. La prima è quella del ritorno ai nazionalismi. Un approccio che, tuttavia, non è in grado di gestire l’accumularsi di emergenze globali che ci troviamo ad affrontare e che richiedono soluzioni internazionali. «Emergenza climatica, crisi migratoria, tassazione dei profitti delle imprese e gestione della pandemia sono una serie di problemi che possono essere risolti solo interagendo con gli altri paesi: – sostiene il professore – La più grande dimostrazione dell’assurdità di poter parlare di sovranità nazionale assoluta è proprio il cambiamento climatico».

Ecco allora la seconda direzione di sfogo delle tensioni politiche, quella che abbiamo sotto gli occhi in questo momento. Paesi che, avendo capito di non potercela fare da soli, cercano di selezionare le proprie alleanze in base ad affinità elettive di natura economica e politica. Di fronte ai limiti del nazionalismo, insomma, cercano una “riglobalizzazione selettiva”: tra amici fidati. 

«L’idea sottostante è che un Paese possa garantirsi un futuro radioso solo se in pieno controllo della propria sicurezza nazionale anche sotto il profilo economico», spiega Ottaviano. «Tutti i paesi che vedono lo sviluppo economico come un obiettivo, come sembra essere la situazione ad oggi in Cina, sono paesi con cui è più facile trovare dei punti di incontro che vadano al di là dello scontro ideologico». In questo senso si arriva alla conclusione, tra l’ovvio e il paradossale che, se economia e commercio vengono prima dei valori per un paese, quello è proprio il segno che ci si può fidare l’uno dell’altro. 

Ma il professore continua: «Poniamo però che la “riglobalizzazione selettiva” in corso possa essere sostenibile dal punto di vista delle affinità elettive e che le tendenze in atto trovino conferma, portando i Paesi a dividersi in due principali sfere di influenza, americana e cinese, in competizione tra loro per l’egemonia planetaria. Ci ritroveremmo un mondo più sicuro di quello in cui attualmente viviamo? C’è da dubitarne». 

Da un punto di vista politico si tratterebbe di una riedizione della dottrina della “distruzione reciprocamente assicurata”, in un’era però in cui la potenza devastatrice delle armi di distruzione di massa e il numero di Paesi che le possono usare sono cresciuti fortemente rispetto ai tempi della Guerra fredda. Da un punto di vista economico, poi, i fattori produttivi resterebbero comunque suddivisi tra i Paesi in modo ineguale e la tentazione di sottrarli con la forza agli altri resterebbe una minaccia costante alla sicurezza di tutti. 

Ad esempio il cambiamento delle fonti energetiche avrà importanti impatti in termini geopolitici. «Il passaggio dagli idrocarburi alle fonti rinnovabili sarà una rivoluzione democratica» – dice provocatoriamente il professore. Perché queste ultime sono difficilmente controllabili da un solo soggetto e non rispettano alcun confine di sorta. La verità è che «questo fatto sposta il conflitto sul sull’accesso alle risorse, da ciò che genera l’energia, alle componenti che permettono a quell’energia di trasformarsi: ovvero ai minerali di transizione, che permettono di trasformare e accumulare l’energia elettrica. Questo porterà ad una nuova riconfigurazione della della mappa dei conflitti e degli alleati internazionali».

In tutto ciò, secondo Ottaviano, «il ruolo dell’Unione europea in questo momento resta critico». Infatti se da un punto di vista economico l’Ue interagisce molto sia con gli Stati Uniti che con la Cina, dal punto di vista delle alleanze strategiche sta con gli Usa. O meglio, è proprio dipendente dalla protezione americana, per quanto riguarda la propria sicurezza nazionale. «Almeno dall’invasione dell’Ucraina ci siamo tutti resi conto che l’Europa, da sola senza la Nato, e senza il suo arsenale e le sue competenze tecnologiche, non sarebbe affatto in grado di difendersi a sufficienza».

La realtà è che il terzo polo geopolitico mondiale si trova in una situazione per certi versi simile a quella della Cina, che è una potenza economica, ma non una potenza militare. «Quindi il ruolo dell’Ue, in questo momento storico, è proprio quello di cercare di trasformare il suo primato economico anche in un’indipendenza strategica dal punto di vista militare. Questo sarà al centro del dibattito dell’Ue in termini di visione di lungo periodo, al di là delle attuali contingenze». 

Nonostante il processo di trasformazione in atto, insomma, secondo Ottaviano «solo l’approccio multilaterale nato dalle ceneri della Seconda guerra mondiale può cementare la sicurezza di tutti i Paesi nella fiducia e nel rispetto reciproci, riflettendone le esigenze in modo inclusivo. Non esistono soluzioni locali a problemi globali. Non esiste sicurezza nazionale senza sicurezza internazionale».

 

 

 

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