Lui/lei se ne fregaGiorgia Meloni ha appena scoperto che governare stanca (e non ha ancora cominciato)

Il governo non è partito proprio alla grande, tra strizzate d’occhio ai No Vax, manganelli all’Università e le inchieste sul ministro della Difesa Guido Crosetto

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Quattro grane in quattro giorni forse è un record, ma anche se non lo fosse in ogni caso il governo Meloni non è esattamente partito alla grande: avessero letto Lenin si sarebbero ispirati al suo libretto “Meglio meno ma meglio”.

Invece «il presidente del Consiglio», come amabilmente con una nota ufficiale Palazzo Chigi ha ordinato agli uffici si definisca Meloni (e meno male che hanno tolto l’iniziale «signor presidente», una cosa da fratelli Marx più che Fratelli d’Italia) è partito/a a razzo ammonticchiando subito sul tavolo una serie di brutte figure e di scelte controverse.

Difficile fare una graduatoria, ma balza subito agli occhi il primo contrasto tra Meloni e il Presidente della Repubblica, e su una materia sensibilissima come la battaglia contro il Covid.

Il nuovo governo ha lanciato segnali inequivocabili sul “rompete le righe”, e meno male che, a differenza di Di Maio (do you remember Di Maio?) che andò sul balcone di Palazzo Chigi urlando di aver sconfitto la povertà, stavolta né lei né il poco noto ministro della Sanità, Orazio Schillaci, abbiano fatto una scena analoga sulla fine del Covid.

Però l’allusione quasi in salsa no-vax non è sfuggita a nessuno, emblematico l’annuncio che tra poco i medici potranno evitare di mettersi le mascherine, una narrazione irrobustita anche dal divieto di pubblicare quotidianamente i dati del contagio e delle vittime talmente pericolosa (chi l’ha detto che la battaglia è stata vinta?) che Sergio Mattarella ci ha dovuto mettere una pezza: «Dobbiamo ancora far uso di responsabilità e precauzione».

Il senso dell’operazione “pubblicitaria” del governo è chiara: riprendiamo a fare come ci pare. La stessa “ideologia” vagamente proto-berlusconiana che ha spinto «il presidente del Consiglio» Giorgia Meloni ad annunciare l’innalzamento del tetto al contante, una misura considerata dagli esperti molto grave dal punto di vista della lotta all’evasione, che lei aveva sbandierato al Senato citando una poi ritrattata frase dell’ex ministro Padoan così irridendo l’opposizione: il tetto doveva essere di 10mila euro ma poi è servito un compromesso al ribasso a quota 5000: Giorgia ha tenuto il punto per 24 ore.

Poi dopo anni si sono rivisti i manganelli all’Università di Roma con un’azione poco proporzionata a quanto stava accadendo, comunque intollerabile, che ovviamente ha dato la stura agli studenti per occupare una facoltà della Minerva e c’è da star certi che la cosa non finirà qui.

Il nuovo ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha naturalmente coperto la condotta della polizia e si è anche fatto già notare per ostacolare lo sbarco di un paio di navi con a bordo centinaia di profughi, ed è come un déjà vu dell’epopea di Salvini, il quale ha messo al lavoro il collega Calderoli su un improbabile progetto sull’autonomia regionale, altro cavallo di battaglia leghista degli anni Novanta.

Infine si pone una questione sul ministro della Difesa Guido Crosetto, un problema che qualcuno aveva visto appena spuntato il suo nome come possibile titolare di quel ministero stante la sua lunga attività di lobbista proprio nel mondo della Difesa.

Gli articoli sul Domani hanno gettato altra benzina sul fuoco ponendo concretamente il problema politico della opportunità di questa nomina, una polemica che ha innervosito molto il ministro che ha annunciato querele e che non è destinata a chiudersi in breve tempo. Forse abbiamo dimenticato qualcosa da questo lungo cahier des doléances perché ogni momento ce n’è una nuova e tenere il conto per il cronista non è semplicissimo.

Quella che come impressione resta indelebile, è che già, parafrasando Pavese, “governare stanca” e anche se «il presidente» Giorgia ha solo 45 anni la stanchezza potrebbe farsi sentire prima di quanto lei immagini.