Giardini terapeutici Perché gli ospedali non possono più fare a meno del verde

La semplice fruizione degli spazi naturali può influire positivamente sulla salute (fisica e mentale) dei pazienti e del personale sanitario. In Italia, però, queste soluzioni “nature based” faticano a consolidarsi, soprattutto al Sud

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«Preferirei del verde tutto intorno». A pensarla così non è solo il cantante indie Calcutta, ma ricercatori e medici di tutto il mondo sempre più interessati al rapporto tra la salute dei pazienti e la loro possibilità di usufruire di contesti come i cosiddetti healing gardens, giardini terapeutici. Il più importante studioso di design sanitario Roger Ulrich ha definito queste strutture come luoghi verdi progettati per «favorire il ristabilimento dallo stress e avere altri influssi positivi su pazienti, sui visitatori e sul personale». 

Il concetto alla base è che la semplice fruizione di spazi naturali possa influire positivamente sulla salute dei pazienti ricoverati nelle strutture sanitarie. Sono tanti i dati a supporto di questa tesi. In un suo articolo scientifico, Ulrich dimostrava come i pazienti che si erano trovati a contatto con la natura avessero avuto una degenza ospedaliera più breve, un minore uso di analgesici e meno disturbi durante la convalescenza.

Un altro studio condotto dalla dott.ssa Joanne Westphal, medico e architetto del paesaggio, ha valutato gli effetti della possibilità di accedere a un giardino sui pazienti affetti da Alzheimer. La dottoressa ha riscontrato pochi o nessun effetto nei pazienti che effettuavano visite in giardino di durata inferiore ai cinque minuti, in relazione a parametri quali il comportamento, l’uso dei farmaci, la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna e la variazione di peso. Viceversa, i pazienti che vi trascorrevano più di dieci minuti per visita hanno mostrato grandi miglioramenti in tutti i valori presi in esame, ad eccezione dell’uso dei farmaci, che è rimasto invariato.

A beneficiare degli healing gardens non sono solo i pazienti, ma anche gli operatori sanitari. Secondo diversi studi, la presenza del verde porta chi lavora nelle strutture sanitarie ad avere meno stress e a percepire come più piacevole il proprio lavoro. Quella degli healing gardens, va specificato, non è una novità assoluta. I primi ospedali e le prime infermerie del mondo occidentale prevedevano piante, erbe e un giardino di clausura come componenti essenziali del processo di guarigione. Ancora più indietro nella storia possiamo trovare i grandi giardini dell’antico Egitto, costruiti per offrire una fuga dall’ambiente esterno, aiutando così la guarigione. 

Nel corso dell’età moderna e contemporanea questi aspetti positivi della natura sono stati dimenticati, per poi essere riscoperti solo a metà degli anni Novanta, quando ci si è resi conto di come la funzione dei paesaggi verdi non fosse solo decorativa, ma avesse dei risvolti sanitari non trascurabili. Nel corso degli ultimi anni, gli healing gardens sono diventati sempre più popolari in tutto il mondo. I protocolli più importanti di edilizia sostenibile come Well, Leed e Sites hanno introdotto l’accessibilità a spazi naturali e aree verdi tra i requisiti premiali. Una novità che si accompagna all’orientamento maturato in campo medico di mettere al centro la salute del paziente non più intesa solo come benessere fisico, ma psicofisico. Un aspetto su cui il verde può influire molto. 

Gli esempi di aumento degli healing gardens si sprecano e vedono convergere culture spesso distanti. Nell’estate 2022 ad Alberta, in Canada, l’ospedale infantile ha inaugurato un proprio giardino terapeutico grazie all’attivismo della comunità indigena locale. L’attivista Georgina Bird ha descritto questo momento «non come una semplice vittoria per gli indigeni, ma come un modo per mettere a disposizione di tutti la nostra cultura». I nativi americani sono infatti una delle comunità più legate al proprio ambiente, come ha dimostrato il fenomeno dell’Environmental personhood (la personalità ambientale, che attribuisce a entità ambientali lo status di persona giuridica). 

Nel frattempo, negli Stati Uniti sempre più ospedali si sono dotati di queste strutture. È il caso per esempio dell’ospedale di Miami che ha al suo ingresso un healing garden che punta a creare un inedito incrocio tra giardini e oceano. Spostandoci in Asia, nel 2011 Singapore ha inaugurato un giardino terapeutico che si estende per due ettari e mezzo ospitando 500 piante utilizzate dalle scienze mediche asiatiche. Anche in Europa diversi Paesi si sono mossi: in Polonia nel giugno di quest’anno l’ospedale di Cracovia ha aperto un proprio spazio verde che mira ad aumentare il benessere dei pazienti stimolando i loro cinque sensi. 

E l’Italia? Il primo censimento degli healing gardens nel nostro Paese è targato 2018 e non è sicuramente brillante. In collaborazione con la rivista tecnica sul verde pubblico Acer, il gruppo di ricerca di Giulio Senes, professore di Pianificazione del paesaggio rurale e progettazione del paesaggio al dipartimento di Scienze agrarie e ambientali dell’Università degli studi di Milano, ha scoperto che su circa 850 strutture censite soltanto 46 (circa il 5 per cento) hanno registrato la presenza di un giardino classificabile come healing garden. A essere svantaggiato è soprattutto il Sud: trentadue delle quarantasei strutture si trovano nelle regioni del Nord. Il vento verde sta comunque iniziando a soffiare anche nel nostro sistema sanitario e nuovi ospedali come quelli di Como, Mestre e Firenze hanno iniziato a investire negli healing gardens

L’importanza del verde per la nostra salute mentale è sempre più riconosciuta, non solo negli ospedali. Anche le città, specialmente dopo la pandemia, hanno iniziato ad attrezzarsi per ospitare sempre più alberi e parchi, riconoscendo i loro effetti positivi sui cittadini. Il nesso tra verde e salute è l’ennesima prova che con le politiche ecologiche non stiamo salvando semplicemente le piante, ma noi stessi.