Doppie punte e Ayatollah Leggere Instagram lontano, lontanissimo, da Teheran

Le star occidentali sforbiciano e poi instagrammano per «sensibilizzare» sulla battaglia di libertà delle donne iraniane. Ma farlo in un paese in cui nessuno t’impone alcunché non è un gesto solidale, è un modo di stare al centro dell’attenzione

AP/Lapresse

«Non è un problema di doppie punte, vorrei segnalare: è una tragedia collettiva e una rivoluzione possibile»: l’ha scritto cinque giorni fa Concita De Gregorio, giacché quelle parecchio brave sono capaci di intercettare in anticipo il materiale umano su cui ti verrà voglia di soffermarti più tardi.

L’ha scritto prima che Isabelle Adjani e a scendere tutte le più belle attrici del cinema francese facessero dei video che somigliano alla parte più tenera di noi, quella che si raccomanda col parrucchiere di non tagliare troppo.

Prima che le donne si sforbiciassero le chiome nelle vie di Bologna e negli Instagram assortiti, prima che attrici romane inserissero le loro ciocche in una busta diretta all’ambasciata iraniana, e ora sì che gli ayatollah diverranno illuministi: abbiamo ricevuto capelli di attrici, poffarbacco, vedi mai che se non stiamo buoni Pantène ci tolga la sponsorizzazione di stato, le aziende sono sensibili alle buone cause, guarda le patatine come hanno cazziato quelli del Grande Fratello.

Prima che sbuffiate dicendo che sì, vabbè, ma che vogliamo da voi, fate quel che potete, non è che potete paracadutarvi imbottite di tritolo sull’Iran, non è che possiate fare altro che gesti dimostrativi e solidali, e se non li fate vi accusiamo di occuparvi solo delle file divise per sessi ai seggi, per non farvi dire «e allora le iraniane?» qualcosa dovevate fare, e allora fate questa manfrina che descrive Concita: «Ragazze italiane – su Instagram, su TikTok – si tagliano gli ultimi due centimetri della fluente chioma trattata con prodotti volumizzanti, forse sponsor».

Il fatto è che non per tutto c’è un cancelletto, non per tutto c’è un gesto efficace, non per tutto c’è una soluzione facile, a portata di quindici secondi di storia Instagram, ma pure di due minuti di video TikTok. A volte – spesso – non possiamo fare niente.

È meglio un gesto dimostrativo di niente, diranno le mie piccole lettrici. Meglio del silenzio, dell’indifferenza, del restare accomodate nelle nostre vite con problemi inventati. Forse no.

Forse andare a tagliarsi i capelli in piazza o su YouTube, in una nazione in cui nessuno t’impone o anche solo ti suggerisce di coprirteli, in una città in cui nessuno ti arresterà se sfidi la legge morale, in cui la polizia morale non c’è o almeno non in divisa (certi commentatori sui social sono altrettanto prescrittivi, ma possono prenderti a notifiche, non a bastonate), forse quello non è un gesto solidale: forse è solo un modo di stare al centro dell’attenzione.

Magari è una scorciatoia perché uno qualunque dei mille premi al giorno assegnati in questo paese dove una gloriosa didascalia non si nega a nessuno finisca sui giornali: le premiate si sono fatte tagliare una ciocca, siamo sul pezzo, manda il comunicato alle pagine di esteri.

Il tentativo di catalizzare attenzione sarà perlopiù in buona fede, ma la buona fede smette di valere come attenuante intorno alla seconda media: un’adulta ha il dovere di distinguere ciò che serve davvero a tutelare la vita di qualcun’altra da ciò che serve solo a lei stessa, alla sua vanità, al suo esibizionismo, alla sua smania d’essere parte della conversazione collettiva e protagonista del trending topic del giorno.

A scuola non insegnano evidentemente più la capacità di astrazione se, dal gesto «mi taglio i capelli in pubblico per sfidare un regime che ha un corpo di polizia apposito per punire la mia immoralità se scopro il capo in pubblico», quello che traiamo è: mi taglio i capelli in pubblico prima di andare a prendere l’aperitivo, mi taglio i capelli in pubblico invece d’andare al cinema, mi taglio i capelli in pubblico e m’instagrammo col cancelletto solidale.

Se non siamo più capaci di capire che il punto è rischiare la vita per la propria libertà, e non le cazzo di forbici che magari – invero un rischio eroico – ti rovinano un taglio costoso e donante.

Intendiamoci: è una buona notizia, la nostra incapacità di capirlo. La differenza, tra la libertà nostra che al massimo facciamo i capricci perché non c’è una fila per le persone non binarie ai seggi, e quella di chi non può andare in giro non accompagnata, o a capo scoperto, o decidersi atea o capofamiglia o quel che le pare, la differenza è di così tanti ordini di grandezza che neanche riusciamo a immaginare cosa voglia dire quando andare in piazza a tagliarti i capelli come gesto di protesta significa che magari l’ordine costituito t’ammazza.

C’è una foto d’una ragazza a capo scoperto che gira sui social in questi giorni. È sulla tomba della madre, ammazzata dalla teocrazia perché osava protestare. È meno fotogenica di Jane Birkin che taglia una ciocca a Charlotte Gainsbourg, e viceversa, o di Isabelle Huppert o Marion Cotillard che partecipano al grande gioco di società di Barbie si taglia una ciocca e poi la sventola eroica alla telecamera del telefono, con l’eroismo di chi non rischia niente, al massimo che la luce ad anello dietro al telefono non la illumini nel migliore dei modi.

Chissà quante saranno ciocche di extension, pensano le più scettiche davanti a questi video di buona volontà e buonissima fotogenia.

Chissà cosa ne pensa, la ragazza sulla tomba della madre. Magari è arrivato persino lì l’illusionismo di parole come «sensibilizzazione». Magari crede in una primavera francese, italiana, instagrammatica che riscatterà le iraniane. Magari tutto quel che serve agli ayatollah, per essere ricondotti alla ragionevolezza, è una busta con dentro una ciocca e un autografo di Margherita Buy.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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