Addio, Mosca L’Odissea dei russi che scappano per non farsi trascinare nella guerra di Putin

Dall’annuncio della mobilitazione parziale, circa 400mila persone hanno lasciato il Paese. Aumentano i flussi verso gli Stati dell’Ue, divisi sull’accoglienza

Russia, proteste e fughe contro la mobilitazione di Putin
AP/LaPresse

«Non ho alcuna intenzione di essere coinvolto in questa guerra». Mikhail risponde su Telegram dalla Turchia, dopo un viaggio lungo e contorto, in cui ha dovuto dirigersi a Nord per arrivare a Sud.

Via dalla Russia
Partito da Mosca in macchina, ha prima attraversato il confine con la Finlandia, poi preso una nave per l’Estonia, e infine un volo per Istanbul, pagando i biglietti con un conto bancario aperto in Armenia.

Un destino piuttosto comune, quello del trasferimento all’estero, fra i suoi connazionali: dal 21 settembre, data in cui il presidente Vladimir Putin ha annunciato la «mobilitazione parziale», circa 400mila russi sono espatriati.

Non ci sono statistiche ufficiali, ma l’agenzia Bloomberg ha calcolato questa cifra incrociando i dati registrati da alcuni dei Paesi confinanti. Più di 200mila persone sono entrate in Kazakhstan, altre 70mila in Georgia e più di 12mila in Mongolia. Nell’Unione europea sono arrivati 66mila russi soltanto nella settimana successiva alla chiamata alle armi: il 30% in più rispetto a quella precedente, segnala l’agenzia Frontex.

Uno di loro era proprio Mikhail. «Alla frontiera con la Finlandia mi hanno chiesto se stavo scappando per evitare di essere arruolato: gli ho detto la verità». Le possibilità di finire al fronte, spiega a Linkiesta, non sono in realtà così elevate. Il Cremlino ha deciso che le truppe impegnate in Ucraina saranno rinforzate con 300mila nuovi soldati, ma la procedura di reclutamento non è implacabile.

«Funziona così: le autorità ti consegnano un foglio di convocazione, che ti invita a presentarti alla caserma militare più vicina». Chi non obbedisce, riceve una multa che si aggira sul corrispettivo di 50 euro. «Se invece ti presenti, ricevi un altro documento, quello di arruolamento ufficiale». In questo caso disattendere l’ordine è penalmente perseguibile: chi lo fa rischia una denuncia e poi il carcere.

«Il primo foglio può essere anche mandato via posta, ma ha valore legale soltanto se viene consegnato a mano e controfirmato dal diretto interessato». Chi esce dal territorio russo, quindi, evita la chiamata senza violare alcuna legge.

«Obiettivamente c’erano poche possibilità che venissi chiamato nell’esercito. Ma non volevo correre il minimo rischio», racconta Mikhail. Il suo viaggio è stato precipitoso: «Ho attraversato la frontiera il 27 settembre, perché sui media indipendenti russi circolava la notizia che dal primo ottobre avrebbero concesso l’espatrio solo a chi era escluso da una possibile convocazione. Rischiavo di restare bloccato».

Mikhail è un consulente informatico e continua a lavorare da remoto: per lui non è difficile modificare la vpn del proprio computer in modo da risultare ancora collegato dalla Russia. «Amo Mosca e non voglio vivere in nessun altro luogo al mondo. Ma per ora non posso tornarci», confida, sempre attento a seguire a distanza l’evolversi della situazione nel suo Paese.

Come altri connazionali ha scelto la Turchia, dove i russi possono restare fino a tre mesi senza visto e fino a un anno con un permesso turistico. Stessa destinazione per Andrei, un altro giovane informatico russo, che invece ha lasciato il Paese all’indomani dell’inizio della guerra. «Il biglietto aereo allora sembrava carissimo: 80mila rubli, circa 1.300 euro. Ma non è nulla in confronto ai prezzi attuali», racconta a Linkiesta. I voli ora sono tutti esauriti o costano cifre molto superiori.

«Prima della guerra, ho speso quasi tutti i soldi che avevo da parte per comprare un appartamento, che non posso nemmeno vendere perché dovrei farlo di persona». Pure lui deve rimanere alla larga dal territorio russo, anche perché in passato ha sostenuto l’opposizione e preso parte alle proteste contro quello che non esita a definire un «regime fascista». «Tornerò soltanto se il governo di Putin cadrà e ci sarà una speranza di futuro per la Russia».

Cosa che al momento non vede, soprattutto nel suo settore professionale: «Ho passato gli ultimi sette anni a lavorare su tecnologie all’avanguardia, come le auto senza conducente, nella speranza di fare qualcosa di buono per l’economia nazionale. Putin ha distrutto tutto quello che abbiamo costruito con un’unica, pessima, decisione».

L’invasione dell’Ucraina ha spinto infatti ad andarsene soprattutto cittadini russi altamente qualificati. Una soluzione di certo non alla portata di tutti. «Ho amici che non hanno abbastanza soldi per mantenersi per un lungo periodo e per loro trovare un lavoro all’estero sarebbe molto difficile».

Un’accoglienza contrastata
Chi resta, sostiene Andrei, spesso si fa trascinare nel conflitto per mancanza di alternative. Anche per questo, dice, l’Unione Europea dovrebbe mantenere aperte le proprie frontiere.

«Chiuderle aiuta soltanto la narrativa di Putin: persone che potrebbero fuggire dalla Russia sono costrette a restarci: magari finiranno al fronte o comunque proveranno sempre un certo risentimento nei confronti dell’Europa».

Il tema dell’accoglienza verso i russi è stato molto dibattuto nelle ultime settimane a livello comunitario. L’Unione si divide in sostanza in due fazioni.

Da un lato ci sono i Paesi fautori della linea dura, quelli confinanti o vicini alla Russia, che vorrebbero blindare i propri confini o quantomeno ridurre drasticamente gli arrivi. Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia hanno già introdotto restrizioni all’ingresso; la Finlandia ha fatto lo stesso, sospendendo il rilascio dei visti turistici in Russia a partire da ottobre.

Come sottolinea il governo di Helsinki motivando la decisione, «i viaggi per turismo dei russi sono considerati una minaccia alle relazioni internazionali della Finlandia»: una definizione che prima d’ora veniva utilizzata per singoli individui, mai gruppi di persone accomunate dalla nazionalità.

Gli stessi governi dei Paesi che affacciano sul Mar baltico hanno spinto a livello europeo per una sospensione totale dei permessi di viaggio. Alla fine il compromesso raggiunto con le altre capitali prevede di mettere in pausa un accordo in vigore dal 2007, che consentiva ai russi di ottenere il visto tramite una procedura semplificata. Dopo l’annessione di quattro regioni ucraine, che l’Unione europea considera illegale, la Commissione ha raccomandato tramite nuove linee-guida uno scrutinio ancora più attento delle richieste di ingresso.

Ma al momento non si è arrivati a un blocco totale, anche perché alcuni Stati non sono affatto d’accordo: Germania e Francia, ad esempio, sostengono che i privati cittadini non possono pagare le colpe di una guerra voluta dal presidente Vladimir Putin.

Un argomento a cui tengono molto i russi esuli in Europa. «Per fortuna è possibile distinguere le persone comuni da quelle che prendono le decisioni politiche», dice Oksana, una giovane professionista di Mosca trasferita da poco in Germania dalla sua azienda, che ha chiuso le attività in Russia. «Secondo la narrativa dei nostri mezzi di informazione, europei e americani ci odiano. Ma vedo con i miei occhi che non è così»

Concorda con i suoi connazionali riparati in Turchia: chiudere le porte ai russi è una decisione controproducente per l’Europa, un «regalo al nostro regime politico». Lei ha un contratto di lavoro, che le permetterà di vivere in un Paese dell’Ue fino a che la guerra non sarà finita. Altri non sono così fortunati.

 

Per tutelare l’anonimato delle persone intervistate, sono stati utilizzati nomi fittizi.