Reazioni alla crisi climaticaClonare gli animali è l’ultima spiaggia per salvarli dall’estinzione?

Nell’ottica di proteggere le specie più minacciate dal riscaldamento globale, la clonazione e la conservazione del Dna stanno diventando metodi sdoganati e socialmente accettati. Dai casi di successo a quelli più sfortunati, passando per progetti apparentemente impossibili (riportare in vita il mammut lanoso): come si sta muovendo (e si muoverà) la comunità scientifica

Una foto della pecora Dolly, primo mammifero a essere clonato da una cellula somatica (LaPresse)

È possibile salvare la natura riproducendola? Via via che l’incubo distopico di Jurassic Park è diventato un’ipotesi non così remota e lo scandalo della pecora Dolly si è tramutato nella possibilità concreta, anche se molto costosa, di perpetuare in nuovi, identici esemplari il proprio animale domestico preferito (un servizio per cui si può anche chiedere un preventivo online), la clonazione è un modo discusso ma sempre maggiormente accettato, ed efficace, per salvare dall’estinzione le specie più minacciate dai cambiamenti climatici. O addirittura di far tornare in essere specie scomparse: la cosiddetta de-estinzione. Una risorsa usata, insieme alla reintroduzione in natura degli esemplari custoditi nei tanto vituperati zoo, per invertire il corso degli eventi naturali o indotti.

Uno degli esperimenti più riusciti, che combina nella sua storia entrambi i sistemi, riguarda il cavallo di Przewalski, o takhi, un cavallo selvaggio delle steppe centroasiatiche osservato e descritto per la prima volta dall’esploratore russo che gli ha dato il nome nel 1879. Un tempo molto diffuso, si è via via ridotto di numero fino a essere dichiarato «estinto in natura». Nel 1977 ne restavano in tutto il mondo solo trecento esemplari in cattività. E proprio da questi è cominciata la rinascita. 

La “Fondazione Przewalski per la conservazione e la protezione del cavallo”, creata nei Paesi Bassi nello stesso anno, ha portato i primi animali in Mongolia nel 1992, nel Parco Nazionale Khustain Nuruu. Da allora vari programmi per la loro reintroduzione hanno permesso di riportare allo stato brado piccoli gruppi di cavalli di Przewalski in Mongolia, Repubblica Popolare Cinese, Francia, Spagna e persino, per un bizzarro caso, anche in Ucraina, sul sito del disastro di Chernobyl. 

Lì, una trentina di esemplari anziani e malandati provenienti dalla riserva di Ascania-Nova, in Crimea, nel 1998 erano stati liberati all’interno dell’area di esclusione. Lo scopo era misurare su di loro l’effetto delle radiazioni. Invece di morire, si moltiplicarono e divennero centocinquanta, secondo l’ultimo conteggio e fatti salvi gli eventi della guerra in corso. 

Attualmente si calcola che ne esistano circa milleottocento esemplari. La loro scomparsa non è più un allarme immediato, ma è sempre una situazione precaria perché la specie risulta elencata tra quelle «minacciate» nella Lista Rossa della Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura). I problemi sono di vario genere, a partire dal fatto che immettere in un ambiente selvaggio animali nati in cattività non è affatto facile e aumenta il rischio di incidenti e morti premature, ma riguarda anche la scarsa varietà genetica. Tutti gli animali attualmente esistenti discendono da un gruppo ristretto di cavalli (una trentina) che si trovavano in cattività alla fine della Seconda guerra mondiale, a loro volta nati da 13 cavalli bradi catturati intorno al 1900. 

Ecco intervenire, allora, anche la clonazione. Il 6 agosto 2020, grazie a una collaborazione tra lo Zoo di San Diego, Revive and Restore e ViaGen Equine, è nato in Texas Kurt, il primo clone di un cavallo di Przewalski. Chiamato così in onore del dottor Kurt Benirschke – il creatore del San Diego Zoo Global Frozen Zoo, che dal 1975 raccoglie e preserva materiale genetico di animali in via di estinzione – ha il patrimonio genetico di un cavallo custodito in passato nella riserva, Kuropovic, scelto per la purezza delle sue linee di discendenza. 

Alla Revive and Restore si sta supportando anche un progetto davvero da film: riportare in vita il mammut lanoso. Non per girare in real life il famoso film d’animazione “L’era glaciale”, ma per contribuire a salvare il Pianeta. In realtà, si tratterebbe piuttosto di una sorta di “proxy”: un incrocio, dato che i numerosi esemplari trovati congelati e quasi intatti, soprattutto in Siberia, non hanno conservato il corredo genetico completo. 

Ma qui arriva in soccorso l’elefante asiatico, che con il suo antico progenitore ha in comune il novantanove per cento del Dna. Ne nascerà, si spera già entro il prossimo decennio, un ibrido, un elefante molto resistente al freddo. Da impiegare, magari, nel famoso Pleistocene Park, la riserva naturale creata nella Repubblica di Sacha-Jacuzia, nell’Estremo Oriente russo, dall’ecologo Sergey Zimov, padre della Northeast Science Station di Chersky (una delle più grandi stazioni di ricerca artiche).

L’obiettivo è ricreare, con tutti i suoi abitanti, l’ecosistema della steppa durante l’era glaciale, allo scopo di conservare lo strato di carbonio organico sotto il permafrost, il terreno perennemente ghiacciato tipico della Russia, del Nord Europa e dell’America settentrionale che imprigiona enormi quantità di anidride carbonica. Per effetto del riscaldamento globale la temperatura è, attualmente, superiore di 1,2°C rispetto ai livelli preindustriali, e il sistema che ha funzionato per milioni di anni rischia di collassare. Per comprimere e compattare in ghiaccio la neve soffice che fa da isolante e innalza la temperatura, occorrono le zampe dei grandi mammiferi come renne, bisonti, alci, buoi e cavalli muschiati, yak e, prossimamente “quasi” mammut. 

In corso d’opera è anche il progetto per la “de-estinzione” di un’altra creatura del Pleistocene: il tilacino o tigre della Tasmania, il più grande mammifero marsupiale australiano. Dopo un tentativo abbandonato nei primi anni Duemila, ora ci riprova, in collaborazione con l’università di Melbourne, la Colossal Bioscience, startup fondata dal genetista di Harvard, George Church, che annovera fra i suoi investitori anche Paris Hilton.

L’ultimo esemplare dello sfortunato canide, cacciato dai dingo per competizione naturale e dai coloni europei grazie anche a una taglia pagata dal governo, si chiamava Benjamin e morì nel settembre 1936 allo zoo di Beaumaris, a Hobart, in Tasmania, due mesi dopo aver ottenuto lo status di specie protetta.

Nel suo caso si può contare su esemplari conservati correttamente, da cui si può estrarre il Dna, e su un parente stretto vivente, il dunnart, o topo dalla coda grassa, con cui ha in comune il novantasei per cento del patrimonio genetico. Se l’esperimento (il primo di clonazione di un marsupiale) riuscirà, dopo anni di ricerche e dopo averlo reintrodotto in natura, si avrà però solo un tilacino al novanta per cento. Insomma, non proprio come l’originale ma, assicurano gli scienziati, un predatore in grado di rioccupare i vertici della catena alimentare e riequilibrare l’ecosistema compromesso dal proliferare di altri marsupiali erbivori come i wallaby dal collo rosso e i pademelon della Tasmania, che distruggono la vegetazione. 

Ci sono, però, casi davvero sfortunati, come quello dello stambecco dei Pirenei, che si è estinto due volte. Cacciato senza freni soprattutto come trofeo, soggetto a malattie infettive e reso sempre più debole dagli incroci tra consanguinei a cui era costretto dalla diminuzione del numero degli esemplari, la sua ultima della sottospecie – una femmina di nome Celia – si è arresa il giorno dell’Epifania di due anni fa, il 6 gennaio 2020. 

Negli anni successivi un gruppo di ricercatori spagnoli ne ha tentato la clonazione: hanno estratto il Dna dalle sue cellule e lo hanno inserito nell’ovulo di una capra domestica. Purtroppo, lo stambecchino morì quasi subito dopo la nascita a causa di una malformazione polmonare. Ha però conquistato un importante primato, almeno dal punto di vista scientifico: è stato in assoluto il primo esemplare di animale estinto a essere stato riportato in vita, sia pure per poco, e questo ha aperto la strada ad altri tentativi. 

Il prossimo passo potrebbe essere la “resurrezione” di un’icona delle specie estinte, il dodo, gigantesco uccello endemico delle Mauritius che fu avvistato per l’ultima volta nel 1662. Grande e stupido – questo almeno pare significhi il suo nome in portoghese, a causa della sua abitudine di avvicinarsi senza paura tanto ai marinai come ai cani e ai gatti che li accompagnavano – è però una star, effigiato in fumetti e marchi. 

Ora che il suo genoma è stato interamente sequenziato dai ricercatori della University of California Santa Cruz, si aprono nuovi scenari e una grande incognita: se con i mammiferi la strada è aperta, per i volatili, che si riproducono con le uova, è ancora tutta da scoprire. L’utilità e l’opportunità di queste ricerche spettacolari sono molto discusse in ambito scientifico. Considerando che, secondo la Iucn, in dieci anni si sono estinte almeno centosessanta specie, la domanda è se non convenga concentrarsi sulla tutela dell’esistente.

Tuttavia, proprio perché i cambiamenti climatici e ambientali sono così rapidi e il tasso di estinzione delle specie (animali e vegetali) è mille volte superiore a quello naturale, la conservazione del Dna e la clonazione potrebbero davvero essere l’ultima spiaggia. Attualmente ci sono diversi progetti finalizzati alla conservazione del Dna delle specie a rischio. Un esempio è The Frozen Ark, promosso dalla Zoological Society di Londra. A loro potrebbe essere affidato il ricordo e la speranza del mondo come lo conosciamo.