Racconti da SharmCosa significa essere un attivista alla Cop più sorvegliata e ambigua di sempre

Dal controllo spasmodico dei passaporti agli strumenti di spionaggio camuffati da app ufficiali: il governo egiziano si sta rivelando capace di aggirare il sistema di enclave libero creato dalle Nazioni unite. Ne abbiamo parlato con l’esploratore e divulgatore Alex Bellini

AP Photo/LaPresse

«La sorveglianza qui è fortissima, lo vedi dal numero di guardie che stanno a pattugliare le aree prospicienti le sale conferenze o appena fuori. Appena arrivato sono stato fermato più volte per una verifica del passaporto, solamente perché facevo molte foto. Dopo il primo giorno ho scelto di calmarmi un po’ perché sapevo che, continuando così, non sarei arrivato alla fine delle due settimane». 

Questo è il racconto di Alex Bellini – esploratore, attivista e divulgatore italiano, diventato noto al pubblico per le sue imprese estreme, tra cui le traversate oceaniche a remi in solitaria – che in questi giorni si trova in Egitto per seguire la Cop27 di Sharm el-Sheikh. Lui è uno che di viaggi se ne intende: oltre che divulgatore, è un avventuriero amante delle sfide al limite che lo hanno portato in giro per tutto il mondo. 

A partire dal 2019 il suo interesse per il tema ambientale si è fatto sempre più forte e lo ha condotto nell’ardua impresa di percorrere i dieci fiumi più inquinati al mondo, al fine di toccare con mano i rischi che l’umanità sta correndo sotto la minaccia ecologica. Anche grazie a questa ultima avventura è nato il suo ultimo libro “Viaggio a Oblivia” (Feltrinelli). Un racconto di viaggio che svela tutte quelle trappole psicologiche che impediscono a molte persone di uscire dalla bolla di ignoranza nei confronti dei danni provocati dai cambiamenti climatici.

Ecco, nonostante l’esperienza sia come mental coach che come osservatore in moltissime conferenze sul clima, comprese le Cop degli anni precedenti, Bellini non si aspettava un’accoglienza tanto guardinga e diffidente da parte del governo di Al Sisi. Certo, stiamo pur sempre parlando dell’Egitto, un Paese che conta più di sessantamila prigionieri politici e che in Italia conosciamo molto bene per le storie di Giulio Regeni e Patrick Zaki. 

Niente di troppo strano neanche per chi, da turista, è già passato da Sharm o dal Sinai: meta turistica fiorente negli anni ottanta-novanta, ma che è ha subito una forte battuta d’arresto dopo gli attentati terroristici di matrice islamica del 2005, in cui rimasero uccise ottantotto persone tra turisti e personale di albergo. Da quel momento in poi la tensione nella zona è cresciuta a dismisura, il governo ha intensificato i controlli e, nel tentativo di avere il polso della situazione, ha aumentato le ingerenze della polizia, raggiungendo un livello parossistico di vigilanza.

La differenza, nel caso della Cop, è che a gestire questo evento è la polizia dell’Onu. Come ogni anno, infatti, per tutta la durata del vertice il centro congressi e le aree limitrofe non sono più territorio del Paese ospitante: dal punto di vista giuridico diventa territorio internazionale, come le zone in mare aperto. Questa pratica, però, non sembra essere sufficiente a limitare il controllo della polizia locale. Il governo di al-Sisi infatti è in grado di aggirare il sistema di enclave libero creato dalle Nazioni unite, attraverso diversi metodi.

Addirittura, racconta Bellini, «esiste un’applicazione, lanciata dal governo egiziano, che serve da guida alle conferenze, ma in realtà funge da strumento di controllo per tutti partecipanti all’evento». Infatti, «per poter attivarla e accedere al programma è obbligatorio lasciare nome e cognome, numero di telefono, nazionalità, passaporto e, addirittura, è obbligatorio dare l’autorizzazione ad essere geolocalizzati». Di fatto non c’è movimento che passi inosservato dal governo egiziano.

Bellini racconta che anche per la Cop di quest’anno il luogo dei negoziati è stato diviso in due zone di sicurezza. La Green Zone è quella dedicata alla società civile e vi hanno accesso tutte le persone, come turisti appassionati dei temi della sostenibilità e visitatori vari (ovviamente l’ingresso è consentito previa registrazione nominale). Alla Blue Zone, la parte più interna, hanno accesso solamente gli accreditati come la stampa, gli osservatori, il personale Onu ed egiziano e tutti i delegati dei Paesi che prendono parte ai negoziati, comprese le istituzioni e i lobbisti. 

Secondo l’attivista italiano, la Green Zone di Cop27 è una delusione, perché rappresenta un pessimo sfoggio di greenwashing. «Mi ha ricordato un po’ l’Expo di Milano del 2015. Si tratta di una serie di manifestazioni in cui l’Egitto dichiara con grande vaghezza i suoi intenti sostenibili per il futuro, ma di fatto non è altro che una grandissima wishlist in cui c’è di tutto: dalla desalinizzazione dell’acqua dall’oceano, alle nuove tecniche sperimentali di coltivazione, passando per orti botanici, opere d’arte fatte di materiali rinnovabili e fontane con giochi d’acqua». Insomma, nulla di paragonabile alle iniziative più serie presentate l’anno scorso a Glasgow, in cui «erano presenti diversi speaker di un certo profilo, che mantenevano alta la qualità degli interventi».

La mancanza del coinvolgimento della società civile, motivo per il quale la conferenza è stata defezionata da Greta Thunberg e diverse associazioni ambientaliste, è palese. Per non parlare dell’impossibilità per gli attivisti di organizzare proteste in loco. L’ipocrisia del governo egiziano assume connotati grotteschi nei confronti del rapporto con i contestatori. Bellini spiega che «sono permesse manifestazioni e proteste solo in luoghi specifici, che la maggior parte delle volte si trovano in mezzo al deserto, aree difficili da raggiungere e lontane dalle persone. Inoltre, per poter organizzare, o anche solo accedere a queste proteste, bisogna inviare un’e-mail a un indirizzo governativo trentasei ore prima dell’inizio della dimostrazione, rilasciando generalità e numero di passaporto». Le proteste sono ammesse solo se autorizzate, perché niente di spontaneo o non tracciato è consentito dalla polizia egiziana: praticamente un ossimoro paranoico di orwelliana memoria.

Ad ogni modo, pare evidente che la questione dei diritti civili e sociali, come il diritto di parola o di dissenso, siano in qualche modo legati alla questione ambientale. In una società totalitaria, prima di tutto, è difficile smontare le strutture di potere vigenti e quindi è impossibile che la società civile possa fermare dei meccanismi consolidati come quelli che non tengono in considerazione l’inquinamento. Ed in più è facile che chi neghi diritti all’essere umano sia portato a negarli anche all’ambiente in cui viviamo. 

Secondo Bellini, la persona che ha espresso meglio questo concetto durante i negoziati è stata Mia Mottley, la prima ministra delle Barbados, lo Stato insulare parte delle piccole Antille nel mar dei caraibi. Un piccolo paradiso in pericolo, che si trova letteralmente con l’acqua alla gola per via dell’innalzamento dei livelli del mare. La ministra ha detto «che non ci sono una crisi ecologica, una crisi sociale e una crisi politica, ma una sola policrisi». Mottley, in uno dei suoi interventi al negoziato, ha spiegato che viviamo una situazione complessa in cui le diverse crisi si legano l’una con l’altra, creando una sfida multiforme e globale. Per questo motivo sarebbe impensabile provare a risolverne una sola ignorando tutte le altre. 

Il gioco si fa duro. Dobbiamo imparare a trattare con tutti, anche con chi la pensa diversamente da noi, perché la Terra è una sola. Come ha scritto Ferdinando Cotugno nella sua newsletter “Areale”, per gli ambientalisti e le organizzazioni della società civile far partecipare ai negoziati anche i lobbisti dei combustibili fossili è come avere le multinazionali del tabacco a un congresso medico sui danni del fumo. Il fatto, però, è che non si può fare a meno di loro per attuare la transizione ecologica. Così come non si può fare a meno dell’Egitto e di tutti gli altri Paesi che non rispettano né i diritti civili, né quelli ambientali. Anzi, è soprattutto da loro che bisogna partire nella contrattazione, affinché i passi in avanti già fatti gli scorsi anni non siano vani. Come ricorda Bellini sarebbe «inutile parlare solo tra persone che si intendono». Infatti il principio che ispira la Conferenza delle parti è proprio quello di «non lasciare nessuno indietro». 

«Per quanto possano essere difficili le contrattazioni – continua Bellini – è chiaro che qualunque accordo che produrrà un risultato concreto lo si farà attraverso iniziative globali come la Cop. Ho la sensazione che è qua dentro che ci si prepara per il futuro, quindi ho scelto di partecipare per essere testimone e per raccontare anche quello che si verifica al di fuori dei tavoli negoziali». 

D’altronde, continua «il fatto stesso che l’Egitto abbia organizzato tutto questo (il luogo in cui si riunisce la Cop dipende da una turnazione che coinvolge anno per anno tutti i Paesi dell’Onu, ndr) mette lo Stato nelle condizioni di fare i conti con le proprie contraddizioni interne». Contraddizioni che vengono amplificate perché sotto lo sguardo di tutto il mondo.

Perciò è cruciale mantenere alta l’attenzione sul tema ambientale e sui Paesi ospitanti anche dopo la fine della Cop. «Il rischio è che tra una settimana, quando tutto questo sarà finito e la gente sarà tornata a casa, l’attenzione dei media si affievolisca. Mentre gli attivisti che sono in galera, o che fanno lo sciopero della fame, probabilmente continueranno ad essere ignorati», conclude Alex Bellini.