Pace fatta?Come è andato il debutto europeo di Giorgia Meloni

Guerra, energia e migrazioni al centro degli incontri: sintonia e toni morbidi con le istituzioni comunitarie, completamente abbandonata la retorica sovranista

Meloni con Ursula von der Leyen
European Union, 2022

Un tour a tappe serrate: prima l’ambasciata italiana, poi il Parlamento, la Commissione e il Consiglio, per sette ore complessive di colloqui bilaterali, un pranzo e una cena di lavoro, strette di mano e sorrisi con i fotografi davanti e le bandiere dietro. Il primo viaggio internazionale di Giorgia Meloni da presidente del Consiglio l’ha portata a Bruxelles, nei palazzi di quelle istituzioni europee così spesso criticate in passato.

Ora però i toni sono diversi e nella nuova veste istituzionale con quelli che definiva «euroburocrati» è meglio andare d’accordo.

«L’Italia vuole partecipare, collaborare, difendere il proprio interesse nazionale all’interno della dimensione europea», dice la presidente nei quattro minuti, senza domande, dedicati ai cronisti. «Non siamo dei marziani, ma persone in carne ed ossa che spiegano le loro ragioni».

E infatti la trasferta belga si è svolta all’insegna della concordia, della disponibilità e della collaborazione, come si addice del resto al primo incontro fra i vertici comunitari e la rappresentante di un nuovo governo.

I crucci del governo
Al di là di una visita conoscitiva e di convenevoli piuttosto scontati, il nuovo governo italiano ha una serie di dossier aperti su cui insistere.

Il primo riguarda sicuramente il prezzo dell’energia: in continuità con la linea di Mario Draghi, l’esecutivo di Meloni spingerà per ottenere un tetto al prezzo del gas importato nell’Unione, e come il suo predecessore si sconterà con lo scetticismo di Germania e Paesi Bassi, che causa la riluttanza della Commissione a procedere in questa direzione.

La presidente italiana ha citato i «passi avanti» fatti a livello comunitario sul tema, ma per il primo test concreto servirà aspettare il 24 novembre, quando il ministro Gilberto Pichetto Fratin siederà insieme ai suoi omologhi nel Consiglio energia, gustoso antipasto del Consiglio europeo del 15-16 dicembre, l’ultimo dell’anno e il primo di Giorgia Meloni.

L’altra preoccupazione impellente di Palazzo Chigi riguarda l’ampio tema del debito pubblico e delle regole fiscali comunitarie. Forse per questo Meloni ha trovato il tempo per un pranzo con il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, durante il quale sono state affrontate tutte le emergenze del momento, come filtra dallo staff presidenziale.

Considerati ruolo e competenze di Gentiloni, è probabile che si sia parlato soprattutto di Pnrr e Patto di stabilità e crescita. La gestione del Piano nazionale di ripresa e resilienza potrebbe costituire un punto di attrito tra Roma e Bruxelles: Meloni ha garantito che verranno rispettate le tabelle di marcia comunitarie, ma insistendo sulla necessità di effettuare alcune modifiche dati i cambiamenti intercorsi nel panorama economico europeo dal momento dell’approvazione.

Qualche correttivo si può fare, sostiene la Commissione, ma con un raggio d’azione limitato e cioè sempre nell’ambito del regolamento che istituisce il fondo per la ripresa e la resilienza. Che all’articolo 21 specifica come ogni Stato membro possa in teoria, «a causa di circostanze oggettive», rielaborare il proprio piano. Alla Commissione spetta il compito di valutarlo e, se lo ritiene conforme, proporlo agli altri Stati membri per l’approvazione.

Sul secondo punto, non è un mistero la volontà italiana di cambiare le regole del Patto di stabilità e crescita: il rapporto entro il tre per cento fra deficit e prodotto interno lordo e il taglio obbligatorio annuo di un ventesimo della quota eccedente il sessanta per cento del proprio debito pubblico sono considerate troppo costrittive per l’economia nazionale.

Ma anche per quella europea, visto che la settimana prossima verrà presentata dalla Commissione una proposta di riforma che dovrebbe essere gradita ai governi dei Paesi più indebitati: secondo le ultime indiscrezioni, l’idea è quella che ogni Paese stabilisca con la Commissione un «piano personalizzato» di rientro dal debito, da seguire pena una procedura d’infrazione europea.

Allineata all’Europa
Sulla questione migratoria, invece, Meloni sembra voler comunicare a Bruxelles una posizione diversa da quella dell’esecutivo precedente, ma non necessariamente in contrasto con i recenti orientamenti comunitari. «Per noi la priorità diventa una cosa che è già prevista nelle normative europee, cioè la difesa dei confini esterni», spiega la presidente, aggiungendo di aver trovato «orecchie disponibili all’ascolto».

Il punto più importante per le istituzioni di Bruxelles resta comunque la posizione italiana sulla guerra. «Siamo totalmente allineate. Manterremo la nostra postura ferma sulle sanzioni alla Russia e sul sostegno all’Ucraina» ha comunicato in una nota dopo l’incontro la presidente del Parlamento comunitario.

Proprio con Roberta Metsola sembra emergere una particolare sintonia: dalle battute sul meteo bruxellese in italiano, lingua utilizzata anche per buona parte del colloquio, alla conoscenza pregressa fra le due donne e soprattutto a una certa affinità politica. Metsola è infatti una conservatrice del Partito popolare maltese, uno dei più tradizionalisti della sua famiglia politica su temi come l’aborto, che sull’isola resta illegale.

Tra Meloni e Metsola potrebbe formarsi l’asse più solido della presidente a Bruxelles, grazie anche alla rete di relazioni intessuta dal suo ministro agli Affari europei Raffaele Fitto, che da presidente del gruppo parlamentare dei Conservatori e riformisti europei (Ecr) ha sostenuto l’elezione della maltese all’Eurocamera.

Soprattutto, Meloni potrebbe approfittare di una coincidenza fortunata per costruire la sua strategia europea. Molte delle iniziative auspicate dall’Italia, a partire dall’istituzione di un fondo di debito comune per fronteggiare la crisi energetica, implicano un allargamento del raggio d’azione delle istituzioni comunitarie.

In altri campi, come la questione migratoria, le esigenze collimano: la «difesa dei confini esterni» citata da Meloni è già al centro dell’agenda della Commissione e la volontà di trovare un meccanismo per redistribuire le persone migranti tra i Paesi europei è un desiderio tanto del governo italiano quanto dei vertici dell’Unione europea.

Non è sfuggito a Bruxelles l’abbandono della retorica sovranista e anti-europea della leader di Fratelli d’Italia, per molti un tentativo di accreditarsi come una conservatrice di centro-destra piuttosto che come una nazionalista radicale alla guida di un partito post-fascista: il modo cioè in cui era percepita prima delle elezioni.

«Parlare direttamente con le persone può aiutare a smontare una narrativa che è stata fatta spesso sulla sottoscritta e sul governo italiano» ha detto nel suo punto stampa Giorgia Meloni, che da qualche tempo sottolinea l’esigenza di trovare «soluzioni europee» ai problemi nazionali. Difficile, per chi rappresenta l’Unione europea, non annuire.