L’onere della prosa«Questo lo dice lei» e altri lapsus grillini del governo Meloni, prima vittima dei suoi complottismi

L’esecutivo appena insediato sembra letteralmente perseguitato dagli equivoci. L’impressione è che le manovre maggiormente sconsiderate siano nate più dall’imperizia che da un disegno preciso. Quanto tutto questo sia preoccupante o al contrario rassicurante è però difficile dire

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Quello che ha detto in tv il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato a proposito dei vaccini è gravissimo, tanto più perché a dirlo è un esponente del governo, ma come lo ha detto è illuminante. Soprattutto, verrebbe da osservare, è sintomatico.

Il sottosegretario, responsabile sanità di Fratelli d’Italia, era deciso a ripetere che il nostro paese ha avuto più morti di Covid di quasi tutti gli altri paesi del mondo (tesi più che fondata se riferita ai tempi del governo Conte, meno se riferita ai tempi del governo Draghi e del generale Figliuolo, sempre sia lodato, ma sono dettagli: il punto, ovviamente, è che lo ha detto Giorgia Meloni nel discorso di insediamento). Curiosamente, però, Gemmato è rimasto spiazzato dall’ovvia obiezione di Aldo Cazzullo secondo cui senza i vaccini le cose sarebbero andate ancora peggio. E ha replicato: «Questo lo dice lei».

L’implicita e certo involontaria citazione dell’ex viceministra all’Economia Laura Castelli, che così rispose in tv a un esterrefatto Pier Carlo Padoan intento a spiegarle alcune elementari nozioni di economia, è stata come un raggio di luce nel buio. Finalmente è apparsa chiara a tutti la profonda comunione non solo politica, ma anche culturale e psicologica, che lega i populisti italiani, ovunque si collochino.

Non bisogna lasciarsi ingannare dal fatto che Giuseppe Conte abbia attaccato il sottosegretario, come hanno fatto, giustamente, tutti i partiti di opposizione. I primi a introdurre la propaganda no vax nella politica italiana sono stati proprio i cinquestelle, da cui hanno copiato prima Lega e poi Fratelli d’Italia. Il fatto che gli uni o gli altri possano cambiare posizione nel modo più improvviso e radicale – sui vaccini, sull’euro, su Putin – fa parte del gioco, ed è anzi un’altra delle tante caratteristiche che li accomuna. Non è un caso se si esprimono allo stesso modo. Usano le stesse parole – il mainstream, la casta, l’élite – perché hanno le stesse idee.

Non meno significativo, al riguardo, è quel che Gemmato ha aggiunto subito dopo il castelliano «questo lo dice lei», e cioè: «Non abbiamo l’onere della prova inversa». Un’espressione che sembra rubata all’Avvocato del popolo.

Forse, immaginandosi sul banco degli imputati, il sottosegretario intendeva dire che non stava a lui dimostrarsi innocente (presumibilmente, della colpa di avere detto una fesseria). O forse, più verosimilmente, intendeva dire soltanto che non abbiamo la controprova, ma vuoi mettere dire «l’onere della prova inversa»? È da questi particolari che si riconosce lo stile populista. Uno stile che, contrariamente a un’opinione diffusa, trova il suo habitat naturale non tra gli ignoranti (il Movimento 5 stelle è sempre andato fortissimo tra i laureati) quanto, semmai, tra gli pseudo-colti (cioè, in molti casi, coloro dei quali si può dire che i libri su cui hanno studiato per laurearsi sono anche gli ultimi che hanno letto).

Un ignorante, invece di controprova, avrebbe detto magari che non abbiamo l’antiprova, il contrappasso o la contraerea, e sarebbe finita lì. Qui siamo di fronte a qualcosa di completamente diverso. Qui si tratta di qualcuno che dei libri li ha letti, o perlomeno deve averli sentiti nominare (personalmente, scommetterei sull’«Onere della prova» di Scott Turow) e vuole disperatamente farcelo sapere, come confermano al di là di ogni ragionevole dubbio le successive dichiarazioni sul fatto che «idee no vax non albergano nel nostro pensiero», che definirlo no vax sarebbe un «ossimoro scientifico» perché il vaccino lo ha fatto, essendo obbligato («sono un sanitario»), ma lo avrebbe fatto comunque perché «l’ho ritenuto giusto in quel momento storico». Argomento in sé inoppugnabile: in effetti anch’io, in un altro momento storico – che so: nel Medioevo – forse non l’avrei fatto.

Alle inevitabili polemiche, com’era prevedibile, Gemmato ha replicato che le sue parole sono state «decontestualizzate» e «oggetto di facili strumentalizzazioni». Cose che capitano, è l’onere della prosa. Tra l’altro aveva detto: «Io non cado nella trappola di schierarmi a favore o contro i vaccini». Trappola che in verità nessuno gli aveva teso, ma in cui ha avuto l’abilità di cadere lo stesso. L’idea che il resto del mondo sia continuamente impegnato nel tender loro trabocchetti come giustificazione di tutte le fesserie che dicono e fanno, com’è noto, è un’altra tipica caratteristica di tutti i populisti.

A conferma della tesi, è notevole il numero di trappole, qui pro quo e strumentalizzazioni in cui il governo Meloni, appena insediato, è già caduto. Si direbbe anzi che l’esecutivo sia letteralmente perseguitato dagli equivoci, e non solo in Italia. Il caso più clamoroso riguarda ovviamente la crisi diplomatica con la Francia, cioè il paese con cui Giorgia Meloni intendeva fare asse in Europa su delicatissime questioni come il tetto al prezzo del gas, la riforma del patto di stabilità e il Pnrr (e che per la cronaca era anche il paese che più ci era venuto incontro, fino a ieri, proprio sulla questione degli sbarchi e dei ricollocamenti). Un pasticcio culminato nella scena surreale di una presidente del Consiglio che in conferenza stampa giustifica la scelta di fare uscire un comunicato su una questione così delicata con il fatto che indiscrezioni di stampa riguardo alle scelte di un altro governo, dopo otto ore, non erano ancora state smentite. Come un redattore pigro che non abbia voglia di telefonare a un portavoce per verificare una notizia.

L’impressione è che le manovre maggiormente sconsiderate compiute finora dal governo siano nate più dall’imperizia che da un disegno preciso. Quanto tutto questo sia preoccupante o al contrario rassicurante è però difficile dire.