Memoria congelataIl piano per salvare le informazioni contenute nei ghiacciai (prima che sia tardi)

Il progetto di ricerca Ice Memory mira a preservare le preziose tracce del passato, custodite da polveri e gas intrappolati nei secoli all’interno dei ghiacci. Avviato nel 2015, ha consentito carotaggi da tutto il mondo, e il materiale verrà presto trasferito in un apposito archivio naturale in Antartide

Credits: LaPresse

Costruita intorno al III secolo a.C., l’immensa Biblioteca di Alessandria d’Egitto conteneva, secondo le stime, oltre 490mila rotoli: un patrimonio di conoscenze sul mondo antico senza eguali che però, come è noto, è andato distrutto. Con lo scioglimento dei ghiacciai stiamo subendo una perdita altrettanto grave per ricchezza, mole e valore. 

A paragonare i due eventi è Carlo Barbante, direttore dell’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche, professore all’Università Ca’ Foscari di Venezia e uno dei nomi dietro il progetto di ricerca internazionale Ice Memory, il cui obiettivo è preservare le informazioni contenute nei ghiacciai ad alta quota prima che sia troppo tardi. Secondo gli scienziati, infatti, con le attuali condizioni climatiche quelli al di sotto dei 3500 metri sono destinati a scomparire nei prossimi decenni.

Non passa mese che non esca qualche studio o report dedicato alla fusione dei ghiacciai, un processo ormai inesorabile e scatenato dai cambiamenti climatici. Gli ultimi dati, pubblicati in vista della Cop27 di Sharm el-Sheikh, arrivano dall’Unesco: qualsiasi cosa faremo (anche nel caso in cui dovessimo centrare gli obiettivi dell’accordo di Parigi), un terzo dei ghiacciai nei siti patrimonio dell’umanità è destinato a scomparire entro il 2050.  

«I ghiacciai sono la memoria del nostro pianeta: contengono informazioni straordinarie sulle condizioni ambientali e climatiche del passato», spiega Barbante. La neve, cadendo, ingloba al proprio interno alcune sostanze gassose e tutta la polvere presenta nell’atmosfera; poi si deposita nei siti ad alta quota e diventa ghiaccio. Anno dopo anno, strato dopo strato, i ghiacciai custodiscono la traccia del nostro passato: decifrando le informazioni che contengono si riesce a ricostruire la storia delle eruzioni vulcaniche, ad esempio, oppure l’andamento dell’inquinamento antropico, delle emissioni di metalli pesanti o dei composti radioattivi. 

Nei siti elevati delle Alpi – dove, perlomeno in tempi normali, l’accumulo di neve e ghiaccio è continuo e la fusione stagionale ridotta – è possibile «andare indietro nel tempo anche di alcune migliaia di anni», prosegue il professore. «Ma in un contesto di riscaldamento globale generalizzato, e soprattutto molto accelerato negli ultimi decenni, questi archivi sono in gravissimo pericolo, perché fondono e scompaiono. Il progetto Ice Memory vuole quindi andare in siti di alta quota e fare dei carotaggi, stoccando e preservando le informazioni contenute nel ghiaccio per le generazioni future di scienziati». L’auspicio è che un giorno sarà possibile eseguire analisi con strumentazioni molto più avanzate di quelle oggi a disposizione.

A che punto è il progetto oggi
Ice Memory, racconta Barbante, «è nato di fronte a una birra, come spesso succede, dalla condivisione di un’idea mia e di un collega francese. Ci siamo detti che dovevamo fare qualcosa per i ghiacciai che stanno fondendo in modo così rapido e soprattutto per le informazioni, per noi così preziose, che in questo modo se ne stanno andando». Avviato ufficialmente nel 2015, il progetto oggi è riconosciuto dall’Unesco ed è guidato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia e dall’Istituto di Scienze Polari del Cnr, insieme alla Fondation Université Grenoble Alpes. Negli anni è stata creata anche la Fondazione Ice Memory, che riunisce per ora gruppi francesi, italiani e svizzeri.

Il progetto è in sostanza un sistema aperto a cui tutte le nazioni possono contribuire. A oggi sono già state realizzate diverse spedizioni nei ghiacciai di tutto il mondo per eseguire i carotaggi, cioè estrarre delle carote di ghiaccio (spezzoni lunghi un metro e spessi oltre dieci centimetri, che pesano svariati chili) che al momento sono conservate nei freezer dei vari laboratori e presto verranno trasferite in un apposito archivio in Antartide.

«Abbiamo già selezionato e prelevato campioni dal Monte Bianco, dal colle Gnifetti sul Monte Rosa, dall’Ortles, dal Gran Combin in Svizzera e anche da siti extraeuropei in Caucaso e Bolivia», racconta Barbante. «Cerchiamo soprattutto ghiacciai di due tipi: quelli che già sappiamo contengono un record climatico ben preciso, magari perché ci abbiamo lavorato in passato, e quelli che più probabilmente spariranno presto». Quest’ultimo è il caso del ghiacciaio del Calderone, in Abruzzo, un altro dei siti visitati recentemente dalla spedizione di Ice Memory: unico ghiacciaio degli Appennini, a circa 2600-800 metri di quota, oggi ha un’estensione di soli 25 metri.

Dalla Marmolada al Kilimangiaro: i prossimi passi
Il progetto non ha una data di scadenza, anche se ovviamente la crisi climatica rende tutto più urgente: finché sarà possibile e ci saranno le forze e la volontà per farlo, si continueranno a prelevare e stoccare carote di ghiaccio. D’altronde, i ghiacciai del mondo ricchi di informazioni sul passato del pianeta o a maggiore rischio di scioglimento non mancano di certo. 

«Abbiamo altri tre obiettivi: la Marmolada, il ghiaccio del Montasio in Friuli e una missione internazionale sul Kilimangiaro, che speriamo di fare a settembre. Siamo pronti, ma mancano i permessi delle autorità locali», spiega Barbante. Sul Kilimangiaro – la più alta montagna africana (5895 metri), situata in Tanzania – c’è il ghiacciaio di Rebmann, ovvero quel che resta dell’immensa calotta glaciale che un tempo copriva interamente la sommità: se la tendenza al riscaldamento degli ultimi trent’anni resterà immutata, potremmo assistere alla deglaciazione totale entro il 2040.

Quest’anno è in programma anche l’avvio degli scavi per costruire il bunker-archivio in Antartide dove tutte le carote glaciali prelevate fino a oggi e in futuro verranno catalogate e conservate. L’intento non è mai stato quello di edificare qualcosa di artificiale, ma di creare una sorta di tunnel sotto la neve e il ghiaccio, a una decina di metri di profondità, che funzioni letteralmente come un freezer. La fattibilità e l’efficacia sono già state accertate tramite alcuni test. È stato scelto l’Antartide, spiega Barbante, prima di tutto «perché è un frigorifero naturale. Inoltre, questo luogo dal punto di vista giuridico ha uno status particolare: è una terra di scienza e di pace. Stiamo preparando tutta la documentazione per poter trasportare là il materiale».