Il grande freddoNeanche un gelido inverno riuscirà a congelare il conflitto in Ucraina

Purtroppo l’abbassamento delle temperature renderà ancora più efficaci gli attacchi russi sferrati contro le infrastrutture critiche ucraine, ma per il Cremlino aumenteranno le spese per preservare l’equipaggiamento nel gelo della steppa

LaPresse

Con la liberazione di Kherson ormai completa e l’inverno alle porte, in molti hanno iniziato a interrogarsi su come la guerra russo-ucraina evolverà nel corso dei prossimi tre mesi, i più rigidi in una regione famosa proprie per le temperature estreme. La speranza diffusa è che il gelo eurasiatico porti a un rallentamento delle operazioni e che congeli (letteralmente) la guerra almeno per qualche mese, fermo restando che un cessate-il-fuoco negoziato sarebbe piuttosto deleterio per le prospettive dei difensori.

La speranza, per quanto legittima, non può però travisare il cinico dato oggettivo: il calo delle temperature avrà ovviamente un effetto importante sulla condotta della guerra, ma di per sé non sarà abbastanza per fermare i combattimenti. Esistono molti esempi storici, ovviamente anche in Ucraina, di forze armate che hanno potuto continuare a lottare anche nelle condizioni meteorologiche più estreme. In quasi tutti i casi, a partire dallo scontro titanico della Seconda Guerra Mondiale, si trattava di forze decisamente peggio preparate all’inverno rispetto ai due schieramenti che si confrontano oggi. Combattere in uno scenario invernale presenta certamente sfide ulteriori, soprattutto in termini logistici, ma anche opportunità per le forze in campo che rende molto allettante la continuazione delle operazioni.

Prima di tutto, l’abbassamento delle temperature renderà ancora più efficaci gli attacchi russi sferrati contro le infrastrutture critiche ucraine. Bersagliare le centrali energetiche e i servizi pubblici civili nel mezzo dell’inverno aggrava ancora di più la situazione umanitaria in temperature rigidissime. Ciò crea un dilemma per Kyjiv e i suoi alleati. Come allocare in maniera efficiente i nuovi sistemi d’arma (soprattutto i sistemi antiaerei) e le risorse messe a disposizione dei difensori, proteggendo i civili senza però ridurre il flusso di rifornimenti destinato al fronte?  Con la prospettiva di decine di migliaia di casi di ipotermia e altre malattie, è ovvio che la difesa delle retrovie diventerebbe prioritaria.

Il peggioramento del meteo avrà anche ramificazioni per la guerra aera. Se le precipitazioni dovessero aumentare e l’inverno dovesse portare bufere e maltempo, ciò renderebbe complicato sia l’utilizzo di droni ucraini e russi (soprattutto le munizioni circuitanti iraniane, che sembrano abbastanza cheap e poco resistenti alle intemperie) sia l’utilizzo di alcuni tipi di sistemi satellitari da osservazione terrestre, che spesso dipendono dall’assenza di nuvole. Ciò ridurrebbe grandemente la visibilità per le forze sul campo e renderebbe più impreciso l’utilizzo mirato dell’artiglieria, fatto soprattutto dagli ucraini. Anche la mimetizzazione di depositi di munizione e linee logistiche sarebbe più complessa a causa della mancanza di fogliame.

C’è poi la questione del terreno. Un inverno abbastanza freddo porterebbe al congelamento di fiumi, laghi e canali che difendono i campi ucraini e che spesso danno un vantaggio ai difensori e alla fanteria rispetto a offensive corazzate. Il congelamento dei campi indurirebbe il terreno abbastanza da permettere alle colonne militari di abbandonare le strade lungo alle quali sono spesso costrette a viaggiare durante le stagioni fangose. L’inverno profondo, insomma, è la stagione perfetta per offensive e controffensive corazzate.

Tutto ciò è ovviamente basato sull’assunto che l’inverno si presenterà in maniera omogenea in tutto il Paese, cosa assolutamente non scontata in tempi di cambiamenti climatici. Già nel 2022 la re-invasione russa è potuta partire in un mese che normalmente vedrebbe i campi ucraini sommersi nel fango. A partire dagli anni ’90, la temperatura media dell’Ucraina in inverno è aumentata di un grado. In più, il Donbass e l’est del Paese si trovano in una macroregione molto più severa climaticamente rispetto al sud, caratterizzata da monsoni e freddo estremo (basta dare un’occhiata ai dati e alle mappe della Banca Mondiale sul cambiamento climatico). Ciò significherebbe che le truppe russe sarebbero soggette a fenomeni atmosferici molto più estremi, che vanno in parallelo a una “pesantezza” molto più grande delle linee logistiche. Ogni tacca in meno sul termometro si traduce in più carburante per scaldarsi, più uniformi invernali da consegnare (l’Ucraina ne ha ricevute 500mila dal Canada), più pezzi di ricambio e oli di motore e grasso per fucili per preservare l’equipaggiamento nel gelo della steppa.

Tutti fattori che non possono non avere un effetto sul morale delle truppe. Al netto dell’addestramento ricevuto dai civili mobilitati, le forze russe sono nettamente più demoralizzate e soffriranno per questo anche maggiormente da temperature proibitive. Gli ucraini possono anche contare sul supporto della popolazione locale, che fornendo banalità come legna da ardere o vestiti pesanti puliti renderanno più sopportabile l’inverno.

Nessuna di queste premesse rende impossibile le operazioni invernali. Le tendenze di medio periodo (il ritmo di addestramento, la fragilità endemica della logistica russa, il flusso dei rifornimenti) suggeriscono che entrambi gli schieramenti tenteranno anzi di disturbare la ricostituzione delle reciproche capacità di combattimento. L’inverno introdurrà un ulteriore elemento di frizione nelle operazioni: rimane da vedere se e come ucraini e russi lo sfrutteranno a loro vantaggio.