Compagni che sbaglianoLe ambizioni sbagliate di Letta e il fallimento postumo dell’Alleanza Cocomero

La catastrofica scelta del segretario Pd di allearsi con Verdi e +Europa si è rivelata un’alleanza elettorale ridicola e senza futuro. Forse si poteva combattere per la vittoria con un’altra intesa riformista e di governo

Unsplash

Esattamente quattro mesi fa Enrico Letta impostava così la campagna elettorale: «O noi o Meloni vuol dire che o noi convinciamo con qualcuno che in passato ha votato per loro o noi questa sfida non la vinciamo».  La Direzione del Partito democratico gli conferì il mandato per un’intesa con Carlo Calenda, poi con i neonati rossoverdi (il Cocomero), non certo con il Movimento 5 stelle, mentre i giornali riferivano della velina secondo la quale «Renzi toglie voti». 

In realtà già qualche giorno prima – lo racconta Matteo Renzi nella nuova edizione del suo libro Il Mostro – il segretario del Pd aveva praticamente deciso che con Italia viva non ci sarebbero stati accordi. Ricordiamo tutti come finì la storia, con un’alleanza tra Pd, +Europa, Sinistra italiana/Verdi, una piccola intesa sbilanciata a sinistra battezzata “Per una Italia democratica e progressista”, una sigla che certo non passerà alla storia è che il 25 settembre andò clamorosamente a sbattere. 

Quattro mesi dopo quelle “ambizioni sbagliate”, come il titolo del secondo romanzo di Alberto Moravia, eccoci qui con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi e un’opposizione divisa che non riesce a vivere nella società. Ma mentre M5s e Terzo Polo, in modo sideralmente e irriducibilmente lontano, fanno politica, la piccola alleanza imbastita da Letta è già morta.

Se la sinistra avesse vinto le elezioni, il governo Letta-Fratoianni cadrebbe martedì prossimo sull’Ucraina, quando il Pd voterà a favore della continuazione del sostegno militare alla Resistenza ucraina – malgrado i mal di pancia già emersi nella riunione del gruppo, tipo Laura Boldrini e Arturo Scotto – e i rossoverdi voteranno per il suo stop. Sarebbe crisi di governo. 

Qualcuno potrebbe dire: e meno male che non hanno vinto. Invece Azione-Italia viva è d’accordo con il Pd e dunque, per farla breve, il dissenso vero è più tra il Pd e Nicola Fratoianni che non tra il Pd e Calenda. Sull’Ucraina, almeno: ma è di gran lunga la questione più dirimente di questa fase storica. Però anche sulla legge di Bilancio c’è da dire che un grande partito d’opposizione può benissimo scendere in piazza e al contempo confrontarsi in Parlamento e anche faccia a faccia con la presidente del Consiglio nel merito delle misure, come farà Calenda. 

Ma lo sa la gente quanti incontri riservati l’opposizione fa con il governo – qualunque opposizione, qualunque governo – su tutto? Tutto questo mentre +Europa di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova, che non è riuscita a superare il 3 per cento seppur di poco, si chiede se non sia il caso di riprendere il filo con Azione dopo la rottura di quest’estate che bene non le ha portato, e ieri Calenda al Festival de Linkiesta ha detto che «devono decidere, le nostre porte sono aperte a partire dalla Lombardia: che c’entrano con Maiorino e Cinque Stelle?». 

Quanto ai rossoverdi dall’inizio della legislatura si sono fatti notare esclusivamente per la controversa vicenda di Aboubakar Soumahoro, indotto ad autosospendersi dal gruppo in base all’opinione che non poteva non conoscere le magagne della cooperativa della suocera implicitamente espressa dai due leader, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, i quali loro sì potevano non sapere chi andavano candidando. In tutto questo – ma qui la facciamo breve – il Pd si è infilato in un congresso complicato e tuttora politicamente indecifrabile che alla fine sarà più un regolamento di conti tra i leader che quella grande operazione politica di apertura tanto evocata a chiacchiere. 

Ecco dunque cosa rimane tra le poche pagine chiare e le tante pagine scure di una catastrofica fase politica nel segno del più clamoroso errore della storia della sinistra: allestire l’alambicco  “Per un’Italia democratica e progressista”, un’alleanza elettorale ridicola mentre forse si poteva combattere per la vittoria con un’altra intesa riformista e di governo. E la cosa bella è che il gruppo dirigente della Caporetto di settembre se ne sta ancora lì, barricato al Nazareno con le sue ambizioni sbagliate.