Nube di diossinaIl problema tutto italiano dello smaltimento dei rifiuti speciali pericolosi

Dopo la tragedia sfiorata nello stabilimento Nitrolchimica, a San Giuliano Milanese, viene spontaneo interrogarsi sul numero di aziende che riescono ad aggirare le direttive e a liberarsi dalla morsa delle istituzioni, pur con progetti inconcludenti e dalle implicazioni dannose

LaPresse

Lo scorso 7 settembre dall’area industriale di San Giuliano Milanese, alle 10:10 del mattino, si innalza una nube scurissima. Una zona densa di aziende e strutture produttive, di quelle grandissime che fatturano cifre a sei zeri e che attirano ogni giorno migliaia di lavoratori che tengono viva quella che si è guadagnata il soprannome di Silicon Valley lombarda. Sono le 10 di mattina di un mercoledì qualunque ma in via Monferrato 118 le fiamme sono altissime, sfiorano i 15 metri, sono più di venti le squadre dei vigili del fuoco all’attivo per placare il disastro. 

Ma prima la paura, il boato avvertito a qualche azienda di distanza, un terremoto che rende l’aria immediatamente irrespirabile. Poi la gola chiusa e gli occhi che bruciano, i feriti allontanati appena si è potuto, con ustioni di secondo e terzo grado. Il terremoto che ha fatto guardare all’insù ha coinvolto ed è partito da Nitrolchimica SpA, azienda attiva dal 1975 nel recupero e trattamento di rifiuti pericolosi e non. Tra serbatoi e macchinari qualcosa è andato storto quel giorno, perciò forse servirà fare un passo indietro.  

Che siano urbani o speciali, il mercato dei rifiuti è fiorente e ha resilienza da vendere. Secondo il WAS annual report 2021 presentato da Althesys, infatti, il settore nel 2020 ha attirato più investimenti (538 milioni di euro circa, in aumento dell’otto per cento rispetto all’anno precedente) con un interesse particolare per i rifiuti speciali, che aumentano in quantità (tre per cento) al contrario di quelli urbani (-1,6 per cento). Maggiore è la produzione e disponibilità di rifiuti da smaltire, maggiori sono gli introiti per l’intero indotto, il cui potenziale è tale da aver attirato anche i fondi del Pnrr: cinquantanove miliardi di cui due solo per interventi che migliorino la gestione dei rifiuti speciali (pericolosi e non). Oro che cola, un settore che punta sempre più alla circolarità dei servizi e a ridurre gli sprechi, con il riutilizzo di ciò che viene smaltito.

Tutto parte però dalla materia prima e da chi la produce: secondo l’Ispra, a livello nazionale, le Regioni del Nord sono quelle che producono il quantitativo di maggiore rilevanza. Si parla di 88,6 milioni di tonnellate (il 57,6 per cento del totale nazionale) nel 2019, contro 27 milioni di tonnellate nel Centro e 38,3 milioni nelle regioni del Sud. Al Nord, Lombardia e Veneto hanno la più alta concentrazione di rifiuti speciali prodotti, rispettivamente 33,5 milioni di tonnellate e 17,3 milioni. Edilizia, chimica, gestione delle acque reflue, reparto manifatturiero e altri ancora. I segmenti che generano rifiuti speciali sono molteplici. 

«Anche a casa nostra abbiamo rifiuti speciali, basti pensare alle batterie o ai farmaci», spiega Arianna Azzellino, ricercatrice e docente presso il dipartimento di Ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano. I rifiuti speciali pericolosi, infatti, possono avere sia origine civile, sia industriale. Ciò che li accomuna è la nocività, la pericolosità. Se, secondo Azzellino, la differenziazione, anche linguistica, tra speciali e pericolosi è meramente normativa, non è trascurabile l’approccio attraverso cui i rifiuti speciali devono essere trattati. Flussi in cui conta non solo l’origine dello scarto, ma anche lo stato fisico (liquido, fangoso, solido polverulento e non) e la classificazione (in base alle sostanze contenute). 

Nel caso dei rifiuti speciali pericolosi di origine industriale e sanitaria, per esempio, la normativa è stringente e prevede l’intervento di aziende private, dotate di permessi ad hoc e autorizzazioni aziendali specifiche che garantiscano la massima cautela nella raccolta, trasporto e smaltimento degli scarti. Però, per quanto stringente la normativa e delicata la materia, non sempre gli enti preposti riescono nel compito di rendere innocue le sostanze maneggiate.

«La storia italiana è costellata da incidenti legati allo smaltimento non efficace di questo tipo di rifiuti, in primis quelli ospedalieri. In Lombardia, per esempio, ci sono stati infiniti casi di incenerimento anticipato di rifiuti ospedalieri con traccianti radioattivi», specifica Azzellino. L’interconnessione tra industria, ambiente e salute pubblica è palese, eppure sembra che sia sempre necessario un incidente, un plot twist che alteri il normale scorrere delle cose, per compiere dei passi avanti. 

Ne è un esempio la direttiva Seveso, espressione della volontà degli Stati europei di dotarsi di un impianto politico comune nella prevenzione dei grandi rischi industriali. Ma prima servirà un altro disastro, un’altra esplosione, questa volta a Meda (in Brianza), in una mattinata estiva del 1976. Il disastro di Seveso, la Chernobyl d’Italia provocò nel breve termine una nube di diossina che avrebbe intossicato gli abitanti, inquinato il suolo e le falde acquifere, modificato la genetica della popolazione. La direttiva Seveso, invece, alla sua terza revisione è servita a creare il concetto di impresa a Rischio di Incidente Rilevante (azienda RIR), stabilendo dei valori soglia che determinano la classificazione RIR. E soprattutto, ha posto l’accento sull’informazione. 

Un rapporto di fiducia tra aziende, comuni e abitanti che devono essere consapevoli dei rischi e dei comportamenti da attuare nelle emergenze. Ciò rientra nelle responsabilità delle autorità locali e degli stabilimenti RIR che, in conformità alla direttiva, redigono e diffondono un piano d’emergenza noto alla popolazione che vive in prossimità dell’attività. 

Ma torniamo a San Giuliano Milanese, dove nel territorio comunale contiamo ben tre impianti RIR. Nonostante Nitrolchimica non rientri nelle maglie della direttiva Seveso, il 7 settembre scorso l’amministrazione locale non avrebbe agito prontamente. Il comunicato, diffuso via Facebook dal sindaco Marco Segala, invitava i cittadini a «chiudere le finestre e a non avvicinarsi alla zona interessata» in via precauzionale, ma è stato diffuso solo ore dopo, non prevedendo l’immediata evacuazione delle fabbriche, ditte circostanti e alcuna restrizione per la scuola dell’infanzia presente in quella frazione . 

Una comunicazione frastagliata in un’area in cui, in teoria, eventi del genere dovrebbero essere gestiti con agilità. Invece risale solo al tardo pomeriggio del giorno successivo, l’8 settembre, l’ordinanza (sempre via social) in cui i sindaci di San Giuliano Milanese e San Donato esprimevano il divieto (su suggerimento dell’Ats) di raccolta e consumo vegetali, di pascolo, di allevamento all’aperto, di permanenza protratta all’aperto, in un raggio di mille metri dal punto dell’incidente. 

La mancata classificazione di Nitrolchimica come azienda RIR è, a torto o ragione, una preoccupazione che scuote i residenti della zona. Prima di tutto per il tipo di attività svolte: da quarant’anni la società si occupa di smaltimento e recupero di rifiuti pericolosi (oltre dieci mg al giorno) con attività di trattamento fisico-chimico, rigenerazione e recupero di solventi. Gran parte delle attività di Nitrolchimica, comunque, non rientrerebbe per quantità (variabile nel tempo) e tipologia di rifiuti nella classificazione RIR. 

Nel 2015, intanto, la società richiede e ottiene l’AIA (autorizzazione integrata ambientale) per il trattamento di rifiuti infiammabili. Gli enti locali preposti hanno di fatto autorizzato questo tipo di interventi, adeguando le autorizzazioni necessarie per la nuova attività intrapresa da Nitrolchimica, emanando delle prescrizioni sulla gestione dei rifiuti infiammabili: garantire, per esempio, lo stoccaggio separato dei rifiuti incompatibili; evitare promiscui quantitativi di rifiuti favorendo ripartizione omogenee dei materiali trattati; la preparazione, tra le altre cose, di un piano di gestione delle emergenze. Sarà la magistratura a pronunciarsi e valutare gli elementi che potrebbero aver creato un invisibile effetto domino, materializzatosi lo scorso settembre. Ma che si tratti di errore umano o di leggerezze burocratiche, Nitrolchimica resterebbe un’azienda con un certo know-how, una competenza comprovata nel tempo, anche attraverso le cariche che la rappresentano. 

L’amministratore delegato dell’azienda di via Monferrato è Riccardo Fausto Bellato, figura di spessore nel panorama industriale lombardo. Vicepresidente di Assolombarda Gruppo chimici, presidente di Assolombarda-Green economy network, vicepresidente dell’associazione Lombardy energy cleantech cluster e membro del consiglio direttivo di Federchimica, la sua carriera è fatta di ruoli importanti, sostenuti da un’esperienza rilevante nel settore che si concretizza anche nella carica di amministratore delegato in Nitrolchimica. Bellato è anche presidente e ad di un’azienda di entità apparentemente ridotte, Alchemia Srl, che con il panorama lombardo c’entra poco se non fosse per la sede legale e operativa, forse anch’essa a San Giuliano Milanese. 

Forse perché addentrandosi nel mondo di Alchemia Srl ci si imbatte in una matrioska di aziende tutte simili, con ragione sociale pressoché identiche, consigli di amministrazione all’apparenza intercambiabili, una matassa difficile da sbrogliare. Di Alchemia Srl si parla un po’ più a nord di San Giuliano: ad Adria, paese di diciottomila abitanti in Veneto che – oltre ad avere imposto il suo nome al mare Adriatico – è anche una cittadina in cui i disastri ambientali sono materia tristemente nota. L’ultimo risale al 2014, quando una nube tossica uccise quattro tecnici che, come dichiarato in seguito alle indagini, non sarebbero stati a conoscenza dei materiali che stavano manovrando. 

Succede che nel 2021 Alchemia Srl, con sede a San Giuliano e sponsorizzata da Nitrolchimica e Chimica Cbr di Verona, lancia un progetto di economia circolare. Un piano da dieci milioni di euro per la nascita di un polo industriale ad Adria, lì dove sorgeva l’ex Alchemia Italia Srl. Se la vecchia Alchemia – posta in liquidazione nel 2011 – e Alchemia Srl siano collegate è poco chiaro, fatto sta che il progetto è intrigante quanto rischioso. La giunta comunale ne discute animatamente, senza però sbilanciarsi con la stampa: ciò che creerebbe qualche perplessità è la questione ambientale. 

«Per quanto riguarda le emissioni in atmosfera non ci siamo accontentati del rispetto dei limiti di legge: per incrementare la sicurezza abbiamo previsto un sistema di abbattimento supplementare ed un ulteriore sistema in caso di guasto per consentire la messa in sicurezza degli impianti così da garantire la tutela della salute pubblica», dichiara Riccardo Fausto Bellato nel dicembre 2021 a Il Gazzettino, testata locale. Eppure l’epilogo della storia lo smentirebbe. Nel settembre 2022, mentre Nitrolchimica bruciava, la procura di Rovigo bocciava il progetto Alchemia. 

Secondo il comitato tecnico provinciale ci sarebbero state delle carenze a livello tecnico e documentale nella presentazione del progetto. Elementi non proprio trascurabili: dalla disamina della gestione dei rifiuti, alla mancata valutazione e dei rifiuti che l’azienda avrebbe voluto miscelare (la miscelazione di rifiuti pericolosi e non pericolosi è vietata per legge) e dei rischi derivanti dalle attività, fino alla mancanza di informazioni in merito a emissioni, procedure gestionali in caso di eventi critici ed emergenze. Un progetto che, in nome dell’economia circolare e promettendo posti di lavoro in una zona già martoriata, non trova realizzazione e anzi, di cui l’azienda chiede l’archiviazione una volta ricevuto il preavviso di diniego. 

Il 7 settembre di quest’anno l’aria di San Giuliano si è riempita di diossina, eppure – nonostante le circostanze – si è evitata la tragedia. «L’aria era ancora pulita perché non c’era ancora la stagnazione tipica dei periodi invernali. Lo strato di rimescolamento in quei giorni era molto elevato e non c’erano ancora grosse differenze di temperatura tra il suolo e l’atmosfera. C’erano le condizioni migliori affinché anche quella nube tossica si diluisse», conclude Azzellino. 

A prescindere dalle responsabilità da attribuire e dalla fatalità, viene spontaneo interrogarsi sullo stato delle imprese che operano nelle nostre città. Di quante siano le aziende che, per caso, riescano ad aggirare le direttive e di quante attraversino la morsa delle istituzioni, pur con progetti inconcludenti e dalle implicazioni dannose. Forse, intanto, non ci resta che sperare nei cieli tersi, nell’aria buona, nei colpi di fortuna.