Safet Ahyan e gli YazidiIl regista turco che racconta la lenta rinascita di una comunità senza pace

Con “Moonstone”, il suo ultimo film, Ahyan vuole dimostrare che l’irreale è un elemento costitutivo fondamentale della nostra realtà. Come? Raccontando la storia, e i significati, di una caccia al tesoro radicata all’interno della tradizione yazida

Courtesy of Safet Ahyan

Safet Ahyan, regista originario di Sanliurfa, città quasi al confine con la Siria, è cresciuto tra la cultura turca e quella curda: due culture rispettivamente gelose della propria tradizione, ma che ad oggi – lontano dai riflettori – partecipano mutualmente a un laboratorio di innovazione artistica contemporaneo. Safet ha alle sue spalle un passato da apprendista, in cui ha passato ore e ore a guardare i film di Antonioni e Melies. Nato nel 1979, il regista sta per completare la propria iniziazione nei panni di artista spirituale grazie al suo cinema poetico e suggestivo. 

Con “Moonstone”, su cui ha lavorato a partire dal 2017, il regista ha smontato alcune delle convenzioni (e convinzioni) sul fare narrativa nel mondo cinema, combinando immagini sacre ed eretiche. Proprio dall’esperienza del reale e il dialogo tra più usi e costumi che dunque un nuovo modo di fare cinema, che è stato celebrato al Antalya golden orange film festival dello scorso ottobre: “Moonstone” è stato candidato come migliore pellicola. In un’intervista Linkiesta Eccetera, Safer ha raccontato di sé e del film che – nonostante la mancata vittoria al festival – potrebbe comunque rivelarsi un punto di svolta della sua promettente carriera. 

Courtesy of Safet Ahyan

«La mia città ospita una delle comunità curde più conosciute, gli Yazidi. Dopo i massacri della seconda metà del XX secolo a causa di una fazione irachena, si sono rialzati e hanno vissuto una nuova alba. In questo scenario di rinascita, sorge il mio film. Ogni anno, questa comunità organizza il pellegrinaggio alle tombe di Adī, in cui vengono accese centinaia di lampade mentre fedeli si immergono nelle acque di un fiume», racconta il regista. 

Adī era il capo religioso degli Yazidi nel XII secolo. La scenografia di questo rituale ribadisce come la luce ricopra un ruolo cruciale nell’immaginario del popolo curdo. Come in una visione pascoliana, Safet tenta di esplorare «questa via senza fine» con i suoi film e cuce immagini assemblando ricordi e emozioni. Ispirato da antiche leggende e dalle antologie dei miti, l’integrazione dell’aspetto fiabesco e mitico nella sua storia riqualifica l’immaginazione come un elemento costitutivo nella membrana di ogni essere umano. 

«“Moonstone” è basato su un gioco che di solito si organizza ogni anno fra i bambini. Una sorta di caccia al tesoro, dove chi trova la pietra di luna è l’eroe. Il significato della vittoria è diverso agli occhi degli adulti: il ritrovamento della pietra, infatti, significa che i nostri soldi, la nostra casa, le nostre vite diventeranno più belle. L’avventura di Ro e Beyaz comincia quando entrambi si svegliano una mattina, e il nipote dice a sua nonna che la pietra di luna è stata trovata in piazza. Una tragedia però è alle porte, perché è stato richiesto un sacrificio dalla foresta oscura, il nucleo centrale dei mondo dei morti», continua Safet Ahyan. 

In “Moonstone”, il regista testimonia che il destino può essere ingannato e che esiste sempre un modo per raggiungere gli obiettivi, grandi o piccoli che siano, e prendere il controllo delle proprie scelte. La stessa motivazione di cui, apparentemente, gli adulti sono privi all’interno della pellicola. Il suo valore artistico è culturalmente radicato, ma sfrutta le parole giuste per toccare qualsiasi cuore. Il livello più sofisticato della storia plasmata da Safet è la capacità di navigare nell’incertezza e di far sorgere domande come: cosa sarebbe successo se non fosse esistito il gioco della pietra di luna?

Sebbene questa tradizione sia quasi scomparsa, è possibile evincere un forte elemento epico, e si può dedurre come le persone che appartengono al “mondo dei morti” non detengano più le facoltà emotive e intellettuali che caratterizzano le persone in vita.

Courtesy of Safet Ahyan

Yaşar Kamal, uno dei romanzieri turchi più conosciuti e candidati per il Nobel per la letteratura nel 2006, ha fatto riferimento a quel bisogno recondito di eludere la realtà anche solo per un attimo. Secondo la sua visione, la fantasia funge da strumento per contrastare la volontà di coloro che vorrebbero rivoluzionare il mondo solo ed esclusivamente secondo i piani e i progetti umani. 

Paradossalmente, in diverse narrative di scrittori turchi, il divertimento rappresenta una soluzione alla condizione di paura e di identità frammentata nazionale. Nel suo mestiere, Safet si lascia ispirare da Kamal, dimostrando che l’irreale costituisce una parte significativa della realtà. «Fin dall’infanzia sono stato un sognatore, e i miei sogni continuano ad andare avanti. Per questo film ho lavorato nel tentativo di attivare una comunità di spettatori e disinibire le loro emozioni, riportandole alla luce dalla foresta oscura», conclude il regista.