Fuori bersaglio L’Ue ha mancato i suoi obiettivi alla Cop27

A Sharm el-Sheikh la delegazione europea ha concesso un fondo di risarcimento climatico, ma senza ottenere promesse di riduzione di emissioni dagli altri Paesi né il loro impegno a eliminare i combustibili fossili

Frans Timmermans alla COP27
Foto: Nabila El Hadad, © European Union

Il «piccolo passo verso la giustizia climatica», definizione data da Ursula von der Leyen alle conclusioni della Cop27 di Sharm el-Sheikh, è forse persino un «passo indietro» per l’Unione Europea e i suoi obiettivi. Il risultato più significativo del summit sul cambiamento climatico è infatti tecnicamente una «concessione» della delegazione europea, che però non ha ricevuto in cambio quanto sperato. Il disappunto dei suoi rappresentanti è la prova più evidente di una partita indubbiamente persa e di un’occasione sicuramente mancata.

Un fondo, mille dubbi
Non che il vice-presidente della Commissione Frans Timmermans e i suoi collaboratori non ci abbiano provato fino in fondo. È stata europea la mossa negoziale cruciale del vertice: il giorno prima della conclusione (progettata) dei lavori, l’Unione ha acconsentito alla creazione di un fondo definito «loss & damage», tramite cui i Paesi ricchi compenseranno quelli maggiormente danneggiati dal cambiamento climatico.

Per trent’anni, gli Stati europei avevano evitato persino la discussione di uno strumento simile, che di fatto sdogana il concetto di «risarcimento climatico» e il rischio conseguente di dispute legali per ottenerlo da parte dei governi dei territori danneggiati. Ma già all’inizio della Conferenza, i rappresentanti dell’Ue avevano lasciato intravedere timide aperture con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quello del Consiglio europeo Charles Michel disponibili a valutare l’opzione, sperando in cuor loro che non fosse necessaria.

Invece, 134 Paesi guidati dal Pakistan, genericamente definiti «in via di sviluppo» e in realtà contraddistinti da economie molto differenti fra loro, hanno esercitato forti pressioni su Ue e Stati Uniti per l’istituzione del fondo. L’Unione ha rotto il fronte transatlantico, spingendo poi gli statunitensi a cedere: un’opzione probabilmente non prevista a Washington prima dell’inizio del vertice internazionale.

In questo modo, la Conferenza delle parti numero ventisette ha perlomeno ottenuto un risultato concreto da sbandierare, celebrato sia dagli organizzatori egiziani che dalle Nazioni Unite e dagli altri partecipanti, nonostante i cruciali dettagli economici sull’istituzione del fondo siano stati rimandati alla Cop28. Per il momento c’è solo un vago impegno a compensare economicamente i danni prodotti dal riscaldamento globale nei Paesi più poveri.

A pagare saranno gli Stati occidentali e forse anche altri: il linguaggio delle conclusioni è scivoloso, ma il punto che stabilisce di «identificare ed espandere nuove fonti di finanziamento» è un chiaro riferimento a Paesi un tempo considerati «in via di sviluppo» e ora decisamente classificabili come «economie avanzate», tra cui Cina e Arabia Saudita.

Uno dei problemi principali di questo fondo, infatti, sarà identificarne i contribuenti. Come ha spiegato Timmermans durante i lavori della Conferenza, il mondo del 2022 è molto diverso da quello del 1992, che le Nazioni Unite divisero, semplificando, in developing countries e developed countries, cioè «Paesi in via di sviluppo» e «Paesi sviluppati».

L’altro sarà convincere i finanziatori a finanziarlo davvero, e i precedenti non sono incoraggianti: nella nella Cop15 di Copenaghen nel 2009, i Paesi sviluppati si impegnarono a mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per aiutare quelli in via di sviluppo ad affrontare gli effetti del cambiamento climatico. Una cifra mai raggiunta, con l’Unione Europea che rivendica il suo contributo di oltre 23 miliardi, erogati tramite vari strumenti, nel 2021 e incolpa gli Stati Uniti dell’insuccesso.

«Un anno buttato»
Nonostante tutte le sue incognite, i negoziatori europei speravano che il fondo «loss & damage» costituisse una sorta di do ut des nei confronti del resto del mondo: l’Europa è disposta a pagare, ma gli altri Paesi riducano le loro emissioni.

Un obiettivo mancato, come ammettono pure le Nazioni Unite nella loro dichiarazione finale a commento delle conclusioni. «Scarsi progressi sono stati registrati su alcuni aspetti chiave: la graduale eliminazione dei combustibili fossili e un linguaggio stringente nella limitazione della temperatura globale».

Nei «tempi supplementari» della Cop27, i due giorni extra aggiunti oltre la fine prevista dei lavori per concludere un accordo, l’Unione ha persino minacciato di abbandonare il tavolo negoziale se non ci fossero state precise promesse da parte degli altri Stati nella lotta al cambiamento climatico: cioè tabelle di marcia che indicassero le riduzioni progressive delle rispettive emissioni nazionali di gas a effetto serra.

Non è servito: il bluff è stato «chiamato» e l’Ue ha accordato il fondo di risarcimento climatico senza ottenere in cambio ciò che chiedeva. Il sostanziale fallimento nella riduzione delle emissioni riconosciuto dal Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e dallo stesso Frans Timmermans è stato sintetizzato in modo lampante da Bas Eickout, eurodeputato olandese dei verdi a capo della delegazione del Parlamento comunitario a Sharm el-Sheikh: «Il 2022 è un anno buttato dal punto di vista climatico». Sulla stessa linea i rappresentanti nazionali: la ministra francese dell’Energia Agnes Pannier-Runacher ha parlato di «mancanza di ambizione», quella tedesca degli Esteri Annalena Baerbock di «tempo perso per il mondo».

Alla Cop27 gli Stati hanno infatti sì ribadito l’impegno a mantenere l’aumento delle temperature globali al di sotto di 1,5 gradi entro fine secolo, come stabilisce l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, ma hanno pure continuato a evitare di dire come lo faranno in concreto. Nei fatti, una consapevole «promessa da marinaio», considerato anche l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite: al momento il pianeta è più caldo di 1,2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali e le attuali misure pianificate dai governi lo porteranno a 2,5 gradi in più alla fine del 2100.

Nessuna nuova soglia di riduzione delle emissioni, che secondo l’Unione Europea dovrebbero iniziare a scendere a livello globale dal 2025, e secondo il Panel intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) dell’Onu dovrebbero calare del quarantacinque per cento entro il 2030, per evitare gli scenari climatici peggiori. Dalle conclusioni del summit arriva solo un «masterplan» promosso dalla presidenza egiziana, teso ad «accelerare la decarbonizzazione in cinque settori dell’economia mondiale: produzione di energia, produzione di idrogeno, agricoltura, trasporti terrestri, industria dell’acciaio».

Ancora più beffarda è la parte riguardante la graduale dismissione dei combustibili fossili, già oggetto di disputa alla Cop26 di Glasgow. Allora Cina e India ottennero la modifica del termine «eliminazione» in «riduzione»; un anno dopo il linguaggio adottato nelle conclusioni è altrettanto ambiguo e problematico.

L’impegno sottoscritto da tutti ad adottare per la produzione di energia tecnologie «a basse emissioni» e non «a emissioni zero» lascia infatti le porte aperte al gas naturale, che effettivamente ne produce meno di petrolio e carbone. Al riguardo ci sono diverse interpretazioni da parte dei diversi delegati, raccolte a caldo dal quotidiano Politico, ma già il fatto che la terminologia si presti a diverse letture non è un buon segno.

La phase down completa dei combustibili fossili fortemente richiesta dal’Ue è stata ostacolata sia da quei Paesi che li producono in grandi quantità, come l’Arabia Saudita, sia da quelli che li utilizzano su larga scala per alimentare le proprie economie, come la Cina.

La delegazione europea ha pure fatto trapelare in maniera informale l’accusa al presidente della Cop27 Sameh Shoukry di parteggiare per questo fronte, che comprendeva anche Russia e Stati Uniti, per una volta sullo stesso lato della barricata. Quello dell’Unione Europea, invece, era troppo debole per raggiungere i suoi propositi.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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