Ostpolitik 2.0In Cina Scholz cerca una nuova identità internazionale per la Germania

Lo criticano sia gli alleati sia l’opposizione, ma il cancelliere difende l’esigenza di isolare la Russia, dopo il fallimento dell’apertura a Mosca, e di cooperare con il principale partner economico tedesco, per evitare il ritorno a un mondo diviso in blocchi

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz con il presidente cinese Xi Jinping
Kay Nietfeld/Pool Photo via AP

La visita di Olaf Scholz a Pechino, seppur controversa tanto a livello nazionale quanto europeo, è stata un’occasione utile per capire meglio che direzione prenderà Berlino sul piano internazionale nelle intenzioni del Cancelliere.

A causa della vicinanza di Pechino con Mosca, la mossa di Scholz è stata oggetto di forti attacchi in Germania, anche (forse soprattutto) da parte degli altri partiti della maggioranza. Tanto i Verdi quanto i liberali della Fdp hanno visto il viaggio di Scholz come una rottura dell’unità europea nella strategia di reazione al conflitto ucraino.

Un brutto segnale, che per giunta arriva dopo l’introduzione del piano di aiuti da duecento miliardi per tutelare l’industria tedesca dall’aumento dei prezzi dell’energia, che ha fatto percepire Berlino come disinteressata a soluzioni comuni, creando, ad esempio, gelo con la Francia.

Nel governo, Annalena Baerbock, verde e ministra degli Esteri, Christian Lindner, leader dei liberali e ministro delle Finanza, e Robert Habeck, verde e ministro dell’Economia, hanno criticato la scelta di Scholz, ma anche dall’opposizione la Cdu si è fatta sentire, ad esempio attraverso Norbert Röttgen, dirigente del partito.

La visita, tra l’altro, arriva dopo il caso controverso del porto di Amburgo: a fine ottobre, infatti, Scholz ha avviato le trattative per vendere il trentacinque per cento delle partecipazioni di uno dei terminal del porto anseatico all’impresa statale cinese Cosco nel porto di Amburgo.

Un’ipotesi che ha visto ben sei Ministeri esprimersi contro il cancelliere, sollevando preoccupazioni riguardo l’autonomia tedesca da Pechino in caso l’accordo fosse stato confermato. Solo a seguito di un compromesso, Cosco ha poi acquisito una partecipazione del 24,9 per cento inferiore quindi alla soglia del venticinque per cento di cui necessitava per esprimere influenze sulla gestione del terminal.

Prima della sua partenza, Scholz ha pubblicato un editoriale su Politico in cui affermava di «andare a Pechino non solo come cancelliere, ma come europeo», sostenendo che «se la Cina cambia, deve cambiare anche il nostro modo di rapportarci ad essa». In particolare, Scholz ha scritto che, in un mondo multilaterale, l’unico modo per non far emergere una nuova divisione in blocchi è mantenere rapporti economici e politici con tutti gli attori in causa: una tesi, fa notare il cancelliere, che è in linea con la Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti.

È chiaro, comunque, che la visita di Scholz può rappresentare una mossa unilaterale di Berlino sul piano europeo, e nasce anche da esigenze nazionali tedesche come quella di non alienarsi il primo partner commerciale, che nel 2021 vale duecento quarantacinque miliardi di scambio (lo dimostra la presenza di rappresentanti di aziende tedesche nella delegazione). Un’impressione rinforzata anche dai numerosi accenni di Xi Jinping alla necessità di proseguire una «cooperazione pratica», espressione che sembra voler significare una preminenza del piano commerciale.

Al tempo stesso, però, è innegabile che la visita, nelle intenzioni di Scholz, è servita anche a mostrare una Russia più isolata (come si evince dalla condanna comune dell’ipotesi di usare armi nucleari in Ucraina). Nei giorni precedenti, inoltre, Scholz ha detto chiaramente che tanto il rispetto dei diritti umani quanto le politiche ambientali rimangono dei quesiti aperti nelle relazioni con la Cina.

In quest’ambiguità, del resto, si muove non solo il rapporto con Pechino, ma tutta l’attuale fase tedesca. Con l’invasione russa decenni di Ostpolitik tedesca sono sfumati: l’illusione che l’intensificarsi dei rapporti economici avrebbe favorito inevitabilmente una trasformazione in senso occidentale della Russia, condivisa tanto da governi cristiano-democratici quanto socialdemocratici, si è dimostrata fallace.

Non solo, quindi, la Germania è rimasta priva di un partner commerciale importante ma, più profondamente, ha visto venire meno la sua identità geostrategica consolidata negli anni. La dipendenza energetica da Mosca, e i problemi che questa comportava tanto in termini economici che strategici, hanno fatto apparire Berlino debole e indecisa, proprio mentre veniva incalzata da Stati Uniti e alleati europei a ricoprire un nuovo, più netto ruolo nel blocco occidentale.

Se, in sostanza, la Germania aveva impostato il proprio ruolo internazionale anche nel suo essere un ponte verso l’Est, l’invasione dell’Ucraina ha chiuso quello spazio politico, costringendo il Paese a cercare, faticosamente, una nuova identità in termini di politica internazionale.

A ben vedere, un dramma simile era (ed è) vissuto dalla Cina: la tradizionale ostilità all’egemonia di Usa e Nato ha fatto sì che la Repubblica Popolare stringesse, negli scorsi decenni, sempre più rapporti con la Russia.

Ma l’invasione dell’Ucraina (e, soprattutto, il suo scarso successo) hanno messo Pechino in una posizione scomoda: se, da una parte, immolarsi per la causa russa è una mossa priva di senso per la Cina, tanto più se il conflitto dovesse prolungarsi ulteriormente, dall’altra rompere completamente con Mosca e abbandonarla al suo destino significherebbe, nel lungo termine, rimanere più isolata e lasciare che si rafforzi l’intesa Ue-Usa.

In questo scenario, per la Cina mantenere aperti degli spazi di discussione tanto con la Russia, da cui può importare a basso prezzo materie ed energia, che con alcuni Paesi occidentali, centrali tanto sul piano economico quanto per evitare un’escalation, può essere una necessità strategica.

In questa prospettiva, se la visita di Scholz può far sorgere timori su una nuova limitazione dell’autonomia tedesca in ambito commerciale e, quindi, politico, è evidente che, nelle intenzioni di Scholz, dialogare con la Cina vuol dire provare a evitare un ritorno dei blocchi, isolando la Russia sul piano strategico e costringendo Putin a cambiare attitudine.

«La Germania non ha interesse a vedere nuovamente una divisione del mondo in blocchi», ha scritto Scholz nel suo editoriale, affermando chiaramente che «non vogliamo separarci dalla Cina». La strada, dunque, è tracciata: in linea con le posizioni Ue, Scholz definisce la Cina «partner, competitor e rivale», e quindi Berlino proverà a muoversi all’interno della contraddizione per la quale si mantiene Pechino come partner commerciale pur senza nascondere la dimensione più conflittuale sul piano politico.

Una strategia simile alla Ostpolitik, per certi versi, ma diversa nella consapevolezza. Se fallirà, Berlino sarà meno autonoma sul piano politico e meno forte sul piano diplomatico europeo; se riuscirà, però, Scholz potrebbe far svolgere un ruolo chiave alla Germania nell’evitare il ritorno dei blocchi e nell’isolamento di Mosca.

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