Deregulation?Le preoccupazioni attorno all’emendamento sulla caccia in manovra

La norma consentirà l’abbattimento della fauna selvatica in città, nelle aree protette e nei periodi di divieto e silenzio venatorio. Ciò non significa totale deregolamentazione e far west nelle aree urbane, ma il testo inquieta per una serie di ambiguità e criticità (a partire dalla sua estensione ad animali diversi dai cinghiali)

Un cinghiale a Roma (LaPresse)

Poco prima delle 7:00 di mercoledì 21 dicembre, al termine della seconda notte consecutiva di mediazioni e tentativi di ostruzionismo da parte di alcuni parlamentari dell’opposizione, la commissione Bilancio della Camera ha dato il via libera a un emendamento che allenterà le limitazioni per l’abbattimento della fauna selvatica. 

Il testo, proposto dal deputato Tommaso Foti di Fratelli d’Italia e inaspettatamente ripescato al termine delle votazioni, renderà legittime le attività di controllo degli animali selvatici «anche nelle zone vietate alla caccia, comprese le aree protette e le aree urbane, nei giorni di silenzio venatorio e nei periodi di divieto». Qualora questi metodi si dovessero rivelare inefficaci, le Regioni e le Province autonome potranno – dopo aver «sentito» l’Istituto superiore per la protezione e per la ricerca ambientale (Ispra) – attuare «piani di controllo numerico mediante l’abbattimento o la cattura». A quanto pare, quindi, basterà semplicemente informare l’Ispra e non sarà necessaria un’autorizzazione da parte di questo ente pubblico. 

Questo non significa che un comune cittadino dotato di porto d’armi potrà uccidere un cinghiale nel centro di Roma. Dall’altra parte, però, la norma presenta diverse criticità ed è sostanzialmente riferita anche a lupi, orsi, volpi e altre specie protette dall’ordinamento dell’Unione europea. Per questo, c’è chi teme che possa diventare una scusa per dare più libertà ai cacciatori, mettere in (ulteriore) pericolo la biodiversità del nostro Paese e ledere i diritti degli animali.  

«Si tratta di una norma ordinamentale che, secondo noi, non ha senso mettere in manovra. Il presidente della commissione Bilancio e il presidente della Camera, di tutta risposta, hanno detto senza dati alla mano che questo emendamento farà bene alle casse dello Stato, perché razionalizzerebbe le attività di gestione e controllo della fauna. Per due notti di fila abbiamo cercato di contenere i danni, proponendo di limitare il testo ai cinghiali, ma non c’è stato verso. Ogni mediazione è andata a vuoto», spiega a Linkiesta Eleonora Evi, deputata dell’Alleanza Verdi-Sinistra e co-portavoce di Europa Verde. 

La modalità con cui è stata approvata la norma è discutibile e conferma la scarsa sensibilità dell’esecutivo di Meloni per l’ambiente e la biodiversità. Tuttavia, è necessario specificare che – in linea teorica – il testo non vuole estendere la caccia vera e propria (anche definita attività venatoria) nelle città e nelle aree protette durante i periodi in cui sarebbe vietato. L’emendamento, infatti, parla di «attività di contenimento che non costituiscono esercizio di attività venatoria». 

La differenza tra caccia e controllo della fauna selvatica è netta, e deve essere ben chiara nel momento in cui si va ad analizzare questo provvedimento: «La caccia è un’attività discrezionale: decide la persona – ovviamente dotata di licenza e ben conscia delle regole – se andarci o meno. Il controllo della fauna selvatica, invece, è un’attività che viene predisposta dall’autorità competente, che sia la Regione, un parco o il commissario per la pesta suina. Gli animali catturati e abbattuti nel controllo della fauna restano di proprietà dell’ente pubblico (nell’emendamento si legge che possono anche essere destinati al consumo alimentare dopo un’analisi igienico-sanitaria, ndr). Nella caccia, invece, sono del cacciatore», dice a Linkiesta Massimo Buconi, presidente della Federazione Italiana Della Caccia. 

Gli scopi della norma sono un’armonizzazione tra le leggi regionali in materia e una riduzione dei rischi dovuti alla proliferazione della fauna selvatica (danni alle coltivazioni e ai patrimoni storici/culturali, diffusione di malattie come la peste suina africana, incidenti stradali). Secondo gli ultimi dati Ispra, la popolazione nazionale di cinghiali è passata dai circa 500mila individui del 2010 a più di un milione nel 2020. Più alta la stima 2022 di Coldiretti, che parla di 2,3 milioni di cinghiali nel nostro territorio nazionale. 

Nel testo visionato da Linkiesta si legge che l’abbattimento potrà essere attuato da «cacciatori iscritti agli ambiti territoriali di caccia o nei comprensori alpini delle aree interessate, previa frequenza di corsi autorizzati dagli organi competenti a livello regionale». Il tutto sarà coordinato dagli agenti delle Polizie provinciali o regionali. 

Proseguendo, l’emendamento aggiunge che le autorità deputate al coordinamento dei piani di abbattimento potranno avvalersi anche dei «proprietari o dei conduttori dei fondi sui quali si attuano i piani medesimi, purché muniti di licenza per l’esercizio venatorio e previa frequenza di corsi di formazione». Inoltre, le attività di controllo della fauna selvatica possono essere affidate anche alle guardie venatorie o agli agenti di polizia locale. I soggetti deputati all’abbattimento della fauna selvatica sono tanti, forse troppi, e i passaggi burocratici per arrivare a una decisione finale sono stati ridotti.

Secondo Eleonora Evi, estendere queste attività nei periodi di silenzio venatorio e all’interno delle città significa «rispondere alle esigenze del settore della caccia, che punta a una totale liberalizzazione». Buconi della Federazione Italiana Della Caccia, invece, parla di «strumentalizzazioni» attorno a un emendamento che «non si occupa di caccia, perché la caccia nei parchi non può essere fatta e nessuno chiede di farla. Il problema l’hanno posto le Regioni, che negli anni si sono trovate ad adottare leggi e autorizzazioni in situazioni di emergenza, spesso uscite dai tribunali con sentenze discordanti». 

Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde, ha scritto su Twitter di aver già in mano un esposto contro l’Unione europea: secondo il suo partito, l’emendamento di Fratelli d’Italia va in contrasto con la direttiva 92/43/CEE “Habitat”, il cui scopo è salvaguardare la biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali e l’introduzione di livelli di protezione diversi (ci sono specie «strettamente protette» e altre “solo” protette). 

Secondo Europa Verde e diverse associazioni animaliste, come la Lega anti vivisezione (Lav), l’emendamento va anche contro il rinnovato articolo 9 della Costituzione, che tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni. «Ci sono una serie di elementi che andranno denunciati a stretto giro», aggiunge Eleonora Evi. Massimo Vitturi, responsabile animali selvatici di Lav, ha detto che «nessuno sarà più al sicuro, dal cinghiale alla volpe» e che ci saranno «gravi rischi anche per l’incolumità umana». 

Buconi della Federazione Italiana Della Caccia è su un’altra linea, e sostiene che l’emendamento non danneggerà in alcun modo animali come i lupi o gli orsi: «Nessuno qui ha interesse ad abbattere un lupo: non è una cosa all’orizzonte. Uno degli obiettivi della caccia è terminare l’azione con il consumo della carne abbattuta. Ad oggi, per esempio, non è stato abbattuto un singolo cinghiale all’interno del Comune di Roma, nonostante la legge dica che – in caso di peste suina – vadano abbattuti tutti i suini e i cinghiali dentro il perimetro di una zona rossa. L’emendamento di per sé non innova nulla, ma tenta di regolarizzare una serie di leggi regionali che già prevedevano queste attività. In prossimità di centri abitati non si può e non si potrà cacciare, ma le regioni possono attuare delle attività di controllo». 

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