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Oltre lo smartphoneDavide Dal Maso racconta come ha fondato il Movimento etico digitale

Nata nel 2017, oggi è una rete che, solo in Italia, conta 250 volontari che hanno formato 75mila giovani e 25mila adulti su temi come reputazione digitale, sexting e cyberbullismo, innovazione e mondo digitale

(Unsplash)

Tratto da Morning Future

Anche se navigare in Internet è un’attività quotidiana, quello che sembra spesso mancare è un’educazione alla rete, alle sue potenzialità e ai comportamenti da tenere online. Per colmare queste lacune, e per portare la cultura digitale nelle scuole secondarie di primo e secondo grado e nelle università, è nato il Movimento etico digitale.

Davide Dal Maso, 27 anni, classe 1995, (secondo Forbes tra i Top Under 30 Italiani) ha fondato la non profit sulle potenzialità e i rischi del web “Social Warning“, un progetto del Movimento etico digitale creato per rendere consapevoli ragazzi e genitori attraverso una rete capillare di formatori (tutti volontari) che intervengono in tutta Italia.

Davide è partito da solo, incontrando centinaia e poi migliaia di ragazzi, genitori, insegnanti. L’idea di “Social Warning” è nata da una sua diretta esperienza. Mentre era ancora tra i banchi di scuola, in quarta superiore, ha iniziato a notare che i compagni erano spesso poco interessati alle lezioni di sensibilizzazione sul digitale rivolte agli studenti. E, constatando il consistente aumento degli episodi di cyberbullismo e sexting, si è dato da fare per coinvolgere colleghi e professionisti del web, allo scopo di aiutare studenti e genitori ad essere consapevoli dei rischi del rete. «Senza allarmismi e senza panico, quello che facciamo è mettere in luce le aree di apertura ed espansione, tecnologica e informativa, che la rete offre a chi sa utilizzarla con discernimento».

Nel 2017, il piccolo progetto si è trasformato nel Movimento dei professionisti etici del digitale che adesso coinvolge altri professionisti del web e tutte le persone a cui sta a cuore l’argomento. «Oggi siamo circa 250 persone, solo in Italia. Nel frattempo ci stiamo espandendo in Europa, supportando vari progetti nello sviluppo. Ne abbiamo creato uno chiamato Europeans Go Digital, assieme ai partner European University College Association (Euca) e MeOut. I quattro eventi svolti nell’ultimo anno hanno coinvolto circa 500 giovani totali provenienti da oltre 20 Paesi diversi», racconta.

«Siamo partiti con l’idea di cambiare l’approccio all’educazione digitale», racconta Del Maso. «L’indagine che abbiamo condotto ci racconta di un numero troppo basso di genitori disposti ad affiancare i figli durante la navigazione: solo l’8% dei ragazzi approccia la rete seguito da mamma o papà. Nelle scuole se ne parla di rado e soprattutto con poca incisività. Spesso si parla solo di leggi e norme, minacciando i ragazzi e parlando in modo verticale e impositivo. Noi vogliamo invertire la tendenza».

La rete del Movimento etico digitale, capillare in tutta Italia, è composta da persone che con i social convivono e lavorano tutti i giorni e che possono quindi portare testimonianze e soprattutto casi studio positivi o negativi. Il format prevede, solitamente, un incontro in modalità conferenza interattiva open air della durata di due ore. I temi trattati durante gli interventi di Social Warning sono: reputazione digitale; sexting e cyberbullismo; innovazione e mondo digitale; dipendenza dai social e alternative.

Nel 2022 hanno incontrato oltre 15mila ragazzi dagli 11 ai 18 anni su tutto il territorio italiano per trattare questo tema e sensibilizzare sui “rischi e potenzialità del web”. «Dal 2018, anno di fondazione della nonprofit Movimento etico digitale, abbiamo incontrato 75mila giovani e 25mila adulti», dice.

Nella scuola italiana, d’altronde, non c’è alcuna materia pensata per insegnare ai ragazzi a usare questi strumenti e spesso anche i docenti sono a digiuno. Molti, specie durante il lockdown, hanno dimenticato che l’uso delle piattaforme per la didattica a distanza espone a rischi legati all’uso di tantissimi dati personali anche di soggetti particolarmente vulnerabili, quali i minori. Le scuole, perciò, dovrebbero guardare alla protezione dati non già come a un adempimento burocratico al quale adeguarsi per evitare una sanzione, ma dovrebbero dedicare al tema della privacy una specifica riflessione.

«Gli interventi – precisa Dal Maso – hanno sempre il focus sulle potenzialità della rete, più che sui rischi, e puntano ad accrescere la consapevolezza dei ragazzi per i quali non esiste online o offline. Non ci soffermiamo sulla parte negativa, ma attiviamo buone abitudini nei ragazzi, in modo che facciano attenzione alle dinamiche che si possono rivelare pericolose. Non lo facciamo per soldi, ma per il desiderio di migliorare il nostro Paese e l’ambiente della rete». Imparare a proteggere i propri dati personali aiuta ciascuno a controllare le informazioni che lo riguardano, salvaguardando la propria identità e, così, la propria dignità e libertà.

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