La lunga sconfitta Le disfatte militari non impediscono a Putin di continuare la guerra

La mobilitazione convocata a settembre permetterà all’esercito del Cremlino di trovare nuove forze da arruolare ancora per molti mesi, e circa duecentocinquantamila soldati devono ancora essere schierati sul territorio ucraino

AP/Lapresse

La fine dell’anno è sempre un’occasione per considerare gli errori commessi nei dodici mesi passati e le occasioni celate dai dodici successivi. La leadership russa avrà sicuramente tantissimo da riflettere sul primo punto: non capita ogni anno di spingere il globo sull’orlo di una guerra mondiale, di devastare un Paese considerato fratello e soprattutto di fallire in maniera così spettacolare in un’invasione-lampo da trasformarla in una lunga guerra d’attrito.

È invece evidente che il Cremlino e il comandante della cosiddetta “operazione speciale”, Sergei Surovikin, stiano già considerando da un pezzo come utilizzare le risorse che le autorità civili e militari metteranno a disposizione. Al di là delle notizie quotidiane provenienti dal fronte e le speculazioni su prossime offensive e controffensive, ci sono infatti una serie di tendenze che stanno lavorando a favore delle forze russe. Una su tutte è la mobilitazione parziale annunciata a settembre e apparentemente terminata il 31 ottobre, che nelle parole del presidente Putin avrebbe ormai raggiunto l’obiettivo di trecentomila unità inquadrate nelle forze di combattimento russe.

Una mobilitazione disastrosa ma funzionale
A un primo sguardo, definire la mobilitazione parziale un fattore positivo per le forze russe può sembrare un controsenso. In molti ricorderanno ovviamente i video emersi dal web russo, rappresentanti le condizioni caotiche con cui i mobilitati (i mobiks) sono stati accolti dai commissari militari, spesso in strutture fatiscenti e senza equipaggiamento adeguato. Il sistema digitale per incrociare i dati con informazioni fiscali e sanitari è ancora incompleto, e il caos è stato così grande che anche il richiamo della leva obbligatoria stagionale è stata rimandata per mancanza di risorse amministrative. Molti uomini, circa cinquantamila secondo l’analista americano Michael Kofman, sarebbero già stati inviati al fronte con un addestramento minimo e con equipaggiamenti di scarsissima qualità e spesso arrugginiti. La qualità di queste truppe è presumibilmente bassa, e l’utilizzo di questi soldati per sostituire caduti e feriti provocati da dieci mesi di guerra di logoramento è una misura emergenziale che è riuscita a malapena a “tappare i buchi” nelle file russe.

La quantità ha una sua propria qualità
Detto questo, la mera presenza delle reclute ha avuto una certa importanza nelle ultime operazioni. I mobiks avrebbero facilitato il ritiro delle truppe professionali da Kherson questo autunno, e come diceva Stalin, «la quantità ha una sua propria qualità»: la mera presenza di truppe più fresche, per quanto inesperte, riduce parzialmente lo spazio di manovra degli ucraini, che nello sfondamento a Kharkiv avevano potuto avanzare per chilometri in territori totalmente sguarniti dalle unità russe.

In più, è verosimile che i circa duecentocinquantamila soldati che ancora devono essere schierati su territorio ucraino stiano attualmente ricevendo un addestramento migliore rispetto ai loro predecessori. È altamente improbabile che essi riescano a raggiungere i livelli di preparazione ed esperienza di cui godevano i soldati professionisti nel 2021, ma è possibile che seguiranno lo stesso ciclo riservato ai soldati della leva stagionale: uno-due mesi di addestramento di base, seguiti da tre-sei di addestramento specializzato.

Questo renderebbe le prime unità disponibili fra dicembre ed aprile, a seconda del tipo di specializzazione. Il collo di bottiglia è rappresentato dai soldati destinati a unità ausiliari fondamentali per la guerra moderna, che richiedono un addestramento prolungato: le compagnie antiaeree, le unità di guerra elettronica e le truppe mediche (la mancanza di sistemi di evacuazione ben funzionanti e di ospedali da campo è un grosso punto debole dell’esercito russo: a differenza dello standard Nato, molti dei feriti russi diventano perdite permanenti a causa di una cura troppo lenta).

L’incognita bielorussa
Il salvataggio di ingenti numeri di soldati professionisti da Kherson suggerisce che il distretto militare meridionale sarà quello che riuscirà forse a recuperare più rapidamente il terreno perduto in termini qualitativi, ma le pesantissime perdite subite dal distretto militare occidentale (attualmente impegnato a Bakhmut a Luhansk) significa che molti dei mobiks saranno destinati a riempire i ranghi nella parte settentrionale del fronte. Solo in un secondo momento saranno costituite nuove unità.

Un maggior numero di effettivi permetterà anche di sfruttare pienamente l’ambiguo ruolo della dittatura di Aljaksandr Lukashenka. È improbabile che le truppe bielorusse si uniscano al conflitto, e sembra che la Bielorussia rappresenti soprattutto una fonte di materiali ed equipaggiamenti per rimpolpare i depositi russi. Con i numerosi segnali lanciati da Minsk e Mosca rispetto a una possibile integrazione militare (in realtà un vecchio progetto mai veramente attuato), Kyjiv si vedrà costretta a tenere almeno parte delle proprie risorse a difesa del confine settentrionale, distogliendo unità e sistemi da altre parti del fronte. È verosimile che ciò avvenga anche in virtù della presenza su territorio bielorusso di regolari soldati di leva russi, il cui dispiegamento potrebbe diventare permanente in seguito agli ultimi sviluppi politici. Ogni anno circa 261mila giovani russi vengono richiamati alle armi (su circa 672mila convocati per la visita medica), un numero ragguardevole che permetterebbe al Cremlino di mantenere una minacciosa presenza su un potenziale terzo fronte.

Un fucile per ogni spalla?
La grande incognita che determinerà rigenerazione di una forza combattente russa, che rimarrà in ogni caso un fantasma delle forze armate antecedenti al 24 febbraio, riguarda armi ed equipaggiamenti. Mosca si è dimostrata capace di sfruttare in maniera originale i propri rapporti con Iran e Corea del nord, che sembrano in grado di rifornire la Federazione Russa di sistemi d’arma inferiori alle controparti occidentali ma comunque di buon livello. Anche il mercato nero di semiconduttori e componenti occidentali si è dimostrato un fornitore inaspettatamente affidabile, anche se è probabile che maggiori controlli da parte di Bruxelles a Washington prosciugheranno questa fonte.

Al netto della logica militare, va anche sottolineato che la mobilitazione parziale corrisponde anche a una chiara logica politica. Lo Stato russo è sempre più votato allo sforzo bellico. La mobilitazione parziale, che secondo molti analisti sta continuando sottotraccia per non provocare opposizioni domestiche, è calibrata su una parallela riorganizzazione delle istituzioni per pianificare la conversione industriale ed economica a favore della produzione militare. Non è da escludere che possa essere ripetuta nel corso del 2023, durante il quale il ministero della Difesa ha intenzione di aumentare del cinquanta per cento le acquisizioni militari, e aver plasmato le strutture civili per permettere questa eventualità suggerisce che il nuovo ethos del regime russo sia definitivamente piegato alla prospettiva di un conflitto di lunga durata, e per questo anche più repressivo. La possibilità di far sparire oppositori al fronte è uno strumento da non sottovalutare.

Va ricordato infine che tutti questi fatti elencati non costituiscono un vantaggio netto per le forze russe rispetto al proprio avversario. Anche gli ucraini, sostenuti dagli Stati Nato, stanno procedendo con una campagna di addestramento e ricostituzione delle proprie riserve materiali. Sarà necessario uno sforzo notevole per ampliare le catene di produzione e rifornimento europee, ma la sostituzione progressiva dei materiali di produzione sovietica o russa nei depositi di Kyjiv è una precondizione per un sostegno a lungo termine e sostenibile della difesa europea a est.