Al fianco di KyjivPerché l’Ue ha aumentato il budget dello European Peace Facility (e come sarà speso)

Bruxelles non ha ancora una forza di difesa comune, ma non può permettersi di voltare le spalle all’Ucraina in questo momento

AP/Lapresse

All’inizio della settimana l’alto rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea, Josep Borrell, ha annunciato che i Paesi membri hanno accettato di aumentare di due miliardi di euro il budget dell’European Peace Facility, per una spesa totale di 5,5 miliardi fino al 2027.

L’Epf è il meccanismo con cui l’Unione europea finanzia le operazioni di peacekeeping al di fuori dei suoi confini ed è l’unico strumento di cui dispone per avere un minimo di voce in capitolo a livello militare, dal momento che non esiste una forza di difesa che unisca gli eserciti di tutti gli Stati.

Rispetto allo scorso anno c’è un cambio di rotta strategico, dovuto allo scoppio della guerra in Ucraina. Se infatti prima una gran parte dei fondi era dedicato al sostegno in zone critiche del mondo come il Sahel, il Mozambico, il Corno d’Africa, l’area dei Balcani, il Libano, oggi ovviamente il piano deve reindirizzarsi verso est. La necessità di un aumento è sorta infatti perché, causa guerra, l’ottantasei per cento del budget che era stato previsto per il 2021-2027 è stato speso nel solo 2022.

Leggendo il report dettagliato del piano che arriverà, 3,1 miliardi di euro saranno impiegati nel sostegno alle forze armate ucraine. In che modo? L’extra fondo non consentirà di comprare direttamente le armi, ma rimborserà gli Stati membri che autonomamente invieranno armi a Kyjiv, portando a nove miliardi la spessa totale per gli aiuti. Questo perché l’Europa non può comprare autonomamente armi, né cederle a Paesi extracomunitari.

Lo European Peace Facility fornirà equipaggiamento militare (letale e non letale) per, si legge testualmente nei documenti di Bruxelles, «supportare l’Ucraina nel difendere il suo territorio e la sua popolazione contro l’aggressione russa». Altri sedici milioni verranno destinati alla missione Eumam, che opera proprio nel Paese in guerra. Trentuno milioni invece andranno in costruzione di ospedali da campo, logistica e cyberdifesa.

Non solo, l’Unione europea inizia a spostare i suoi orizzonti anche nei Paesi che potrebbero essere a rischio nella regione. Quasi tredici milioni milioni per le forze di difesa georgiane (equipaggiamento medico, asset per la mobilità, cybersecurity, logistica), sette alle forze armate della Moldova.

Questo nuovo approccio non abbandona però i vecchi punti d’intervento dello European Peace Facility: riceveranno sostegno gli eserciti di Bosnia Erzegovina (dieci milioni, più altri sei per la task force medica nei Balcani), Libano (sei milioni), Mozambico (ottantanove milioni), Mali (ventiquattro milioni, suddivisi tra forze armate maliane e missione europea di addestramento), Niger (venticinque milioni), Rwanda (venti milioni), Mauritania (dodici milioni).

Altri fondi sono stati stanziati per sostituire l’African Peace Facility, meccanismo d’azione europeo nel continente, rimpiazzato da un progetto in collaborazione con l’Unione africana che prevedrà una spesa di seicento milioni tra il 2022 e il 2024, di cui, finora 185 alla missione dell’Unione africana in Somalia, venti all’esercito nazionale somalo, venti alla task force internazionale contro Boko Haram, trentacinque al G5 Sahel e quindici alla comunità di sviluppo della missione in Mozambico.

Quello che però sembra un piano inattaccabile, nasconde delle criticità che avevano minato il percorso del meccanismo europeo di pace già nelle fasi preliminari. Innanzitutto, c’è grande differenza di vedute tra i Paesi finanziatori. Lo dimostra il fatto che i negoziati per la sua creazione sono durati tre anni e non hanno convinto tutti i membri. La preoccupazione principale riguarda l’eventualità che una delle forze sostenute si renda autrice di crimini contro l’umanità. In quel caso lo European Peace Facility, e quindi l’Unione europea, diventerebbe fiancheggiatore di un’organizzazione criminale, demolendo del tutto la reputazione a livello internazionale ed esponendo Bruxeles agli attacchi di chi non aspetta altro che un passo falso dei paesi o delle organizzazioni occidentali (su tutti, Russia e Cina).

C’è poi un problema di posizionamento. L’Unione europea e le sue strutture hanno sempre portato avanti politiche di soft power improntate al dialogo. Nel momento in cui si finanziano in modo massiccio e concreto gli eserciti, acquistando armi e strutture, si rischia di dimenticare la tutela dei singoli cittadini, in favore di interessi strategici, almeno secondo i think tank che si occupano di policies comunitarie e di tutela dei diritti umani.

Inoltre, i due miliardi di euro stanziati per aumentare lo European Peace Facility a sostegno quasi interamente dell’Ucraina, sembrano tantissimi, ma non lo sono. Gli Stati Uniti hanno speso finora venticinque miliardi, il Regno Unito quattro. Questi numeri generano polemiche verso l’amministrazione Biden: un giorno di guerra in Ucraina è per Washington trentuno volte più costoso di un giorno di guerra in Afghanistan, con la differenza che in Afghanistan c’è stato per vent’anni un contingente americano, mentre in Ucraina no.

Nell’intervista rilasciata a David Letterman per Netflix, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha raccontato una barzelletta che può riassumere la situazione di finanziamento e sostegno esterno dell’Alleanza atlantica: «Due ragazzi ebrei di Odessa si incontrano – racconta il presidente – e uno chiede all’altro: “Allora, com’è la situazione? Cosa dice la gente?”. L’altro risponde: “Dicono che c’è una guerra tra la Russia e la Nato. Settantamila soldati russi sono morti, i depositi di missili sono stati quasi smantellati, gran parte del loro equipaggiamento è stato danneggiato o distrutto.” L’amico allora chiede: “E per quanto riguarda la Nato?”, e l’altro: “No, la Nato ancora non è arrivata!”».

Quella che sembra solo una battuta, è invece la radice delle polemiche. Lo European Peace Facility si espone inevitabilmente alle critiche dei cittadini europei contrari all’invio di armi a Kyjiv, principalmente per via dell’esternalità al conflitto. Il tweet del presidente del Consiglio Europeo Charles Michel che sosteneva l’aumento di fondi per l’European Peace Facilty è stato preso di mira dagli antimilitaristi, che hanno sostenuto che più che una “Peace Facility” si tratta di una “War Facility”.

In definitiva, l’Unione europea ha avuto una grande intuizione per il breve termine: mancando esercito e politiche militari comuni, lo European Peace Facility è uno strumento utile, se usato bene e gestito a dovere. Gli interventi dovranno essere forti ed efficaci però, perché altrimenti il rischio sarebbe quello di presentarsi al mondo e alle critiche con un’immagine peggiore di quella di partenza.

Per questo, forse è l’ora di aprire un dibattito sulla nascita di un esercito dell’Unione. Sostenere il popolo ucraino contro l’aggressore russo è l’unico obiettivo perseguibile. Farlo con strumenti funzionali è il modo migliore per essere utili alla causa. Ora più che mai.