I sommersi e gli evasoriIl dibattito sulla manovra e le conseguenze economiche del bipopulismo

La divisione dei ruoli tra meloniani e contiani rispecchia il modo in cui, finita l’epoca della centralità democristiana, il bipolarismo ha raddoppiato e incancrenito tutti i più regressivi compromessi sociali su cui si fonda, da sempre, la ricerca del consenso

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Di tutto il dibattito sulla legge di bilancio, l’aspetto politicamente più istruttivo è la divisione dei ruoli tra i populisti italiani. Da un lato ci sono infatti Fratelli d’Italia e Lega, che si arrampicano sugli specchi per difendere, nascondendosi dietro le solite intemerate contro le banche e la grande finanza, le norme sul pos e sull’innalzamento del limite al contante con cui vogliono rendere più facile la vita agli evasori fiscali (affinché possano da un lato incassare e dall’altro spendere senza preoccupazioni). Dall’altro lato c’è il Movimento 5 stelle, che giustamente li accusa di favorire l’evasione, salvo recitare la parte opposta sul reddito di cittadinanza, nascondendo dietro le famiglie povere che ne hanno realmente bisogno le migliaia di persone che il lavoro non lo rifiutano perché sottopagato, ma perché meno vantaggioso della possibilità di sommare reddito di cittadinanza e reddito da lavoro nero, con effetti distorsivi anche sulla concorrenza (a tutto danno degli imprenditori onesti). E lo stesso discorso, cambiando quel che c’è da cambiare, si potrebbe fare per il super bonus, con l’aggravante che qui i soldi pubblici non vanno nemmeno in piccola parte a chi ha più bisogno, ma a chi ha già perlomeno una casa di proprietà.

La divisione dei ruoli tra i populisti italiani rispecchia in un certo senso il modo in cui, finita l’epoca della centralità democristiana, il bipolarismo ha raddoppiato e incancrenito tutti i più regressivi compromessi sociali su cui si fondava e si fonda ancora oggi la ricerca del consenso.

I dettagli possono cambiare – un tempo c’erano anche le baby pensioni, quando si poteva andare in pensione a trentacinque anni, di cui le tante deroghe alla legge Fornero sono una pallida imitazione – ma il quadro è sempre lo stesso, praticamente da sempre. Un misto di corporativismo e cultura dell’illegalità talmente diffusa, radicata e trasversale da resistere a qualunque terremoto, geologico e politico, capace riemergere dove meno te lo aspetti, come l’articolo sul condono di Ischia nel decreto Genova ai tempi del primo governo Conte.

Come uscire da un simile circolo vizioso, e come farlo da sinistra, non è un problema di facile soluzione.

Perché in passato si sono tentate entrambe le strade: sia la denuncia moralistica in nome di un’altra Italia, di un partito degli onesti che tali si proclamavano per autocertificazione (ben prima di Beppe Grillo, che non ha inventato niente) squalificando pregiudizialmente, e inimicandosi politicamente, intere categorie sociali; sia il tentativo di inseguire la destra sul suo terreno, in particolare ai tempi del governo Renzi, con l’innalzamento del tetto al contante (a tremila euro, in quel caso) e con altri provvedimenti come la rottamazione delle cartelle e la voluntary disclosure.

Nessuna delle due strade ha dato grandi frutti, e siamo sempre lì. Ma le recenti tensioni con Banca d’Italia e Commissione europea, con le dichiarazioni a dir poco preoccupanti pronunciate da ministri e sottosegretari, dimostrano che il governo Meloni sta ballando sul filo del fuorigioco, e i margini per continuare come se niente fosse si stanno assottigliando.

Presto toccherà alle forze ora all’opposizione fornire una risposta al problema di cui sopra, trovare una possibile quadratura del cerchio, contemperando le esigenze del consenso e quelle del risanamento: ecco un argomento di discussione che dovrebbe interessare i dirigenti impegnati nella rifondazione del Partito democratico assai più del tasso di liberismo contenuto nel manifesto del 2007 o del rapporto tra pratica e teoria rivoluzionaria in Lenin.

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