Scultura e fotografiaAttraverso i suoi scatti, Martina Lucarelli studia la pelle di tutte le cose

È una giovane artista italiana, vincitrice nel 2021 della Pop-Up Open Call del Premio PhEST Leica Akademie Italy. In questa ultima serie è stata in grado di creare un dialogo intimo tra il corpo fisico e quello interiore, tra la materia e i luoghi dove essa si frammenta. Servendosi della luce, ha scomposto l’involucro umano e degli oggetti, del vetro e delle ombre

Courtesy of Martina Lucarelli

Ogni scatto rappresenta un oggetto semplice e statico, ma il corpo e la forma parlano di un’identità propria, di una sua pelle. Pelle è quindi il nome del progetto di Martina Lucarelli che racconta il suo flusso di pensieri attraverso una ricerca visiva che si ispira anche ai grandi protagonisti della storia della fotografia, come Edward Weston che descrisse gli oggetti comuni con «un approccio più da scultore che da fotografo».

Courtesy of Martina Lucarelli

Potremmo definire questo lavoro come una serie di autoritratti in cui ogni oggetto, soggetto, luogo lascia spazio al sé. L’oggetto, lo spazio e il corpo diventano luoghi di ricerca, di riflessione, di pensiero e di silenzio. Una ricerca che pone la pelle come tema unico attraverso il nudo, lo still life e il paesaggio. «Ero io a dover cercare la luce che sentivo più mia, tra la luce possibile, e non il contrario. L’attesa mi ha permesso di visualizzare la fotografia prima dello scatto effettivo. In un certo senso è stato come fotografare in analogico, come aspettare lo sviluppo della pellicola».

Courtesy of Martina Lucarelli

Ogni ombra, ogni tono, ogni forma, portano in sé una motivazione personale. Del resto, un lavoro dal tema così intimo non può che portare i segni di una storia. Una pelle che è una lastra di marmo, con le sue cromie che richiamano quelle dell’epidermide e le sue screziature che appaiono così simili al sistema venoso umano. Una pelle espressa dal vetro da cui è possibile guardare l’interno senza però toccarne le fattezze. Una pelle fatta di ombre, macchie, scarti industriali, luoghi in stato d’abbandono, foglie, corpi e pareti. Uno sguardo, quello di Martina, che modula le curve della sabbia fino a farle diventare quelle del corpo femminile.

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