Alibi democraticiIl problema del Pd non è il Qatargate, il problema del Pd è il pirla-gate

Il partito di Letta precipita nei consensi da mesi, com’è ovvio che sia con un gruppo dirigente sconfitto che invece di aprire subito il congresso decide di asserragliarsi per mesi dietro fumose fasi costituenti e altre noiosissime scuse

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Alla lunga sfilza di alibi, scuse, supercazzole e capri espiatori con cui i vertici del Partito democratico e gli osservatori più amichevoli hanno condito le loro analisi dal 25 settembre a oggi, obiettivamente, mancava solo il Qatar. Per fare un solo esempio, così due giorni fa il Corriere della Sera dava notizia dell’ultimo tracollo nei consensi: «Dopo il Qatargate, il Partito democratico precipita nei sondaggi, sotto il quindici per cento. È al 14,7 per Swg, che nella rilevazione per il Tg La7 calcola un calo di 0,4 punti. Un balzo all’ingiù…».

Un balzo? Precipita? Un calo dello 0,4 per cento, più che un «balzo», si direbbe un gradino, e di quelli bassi. Il guaio è che è l’ultimo di una lunga scalinata, cominciata ben prima del Qatargate.

Non c’è dubbio che lo scandalo europeo sia gravissimo in sé e particolarmente pesante per l’immagine del Partito democratico (per non parlare di Articolo Uno, che poi rappresenterebbe il principale acquisto della cervellotica «fase costituente» organizzata da Enrico Letta). Ma se il Partito democratico, dopo avere sostanzialmente confermato il minimo storico raccolto alle politiche del 2018, dal 25 settembre a oggi ha continuato a precipitare nei sondaggi al ritmo di un punto in meno ogni tre settimane, la ragione non può essere quanto accaduto nelle ultime due.

Il che ovviamente non significa che non sarebbe stata comunque raccomandabile una reazione meno tardiva, imbarazzata e a tratti imbarazzante (contrario a ogni superfluo accanimento, non farò qui l’elenco delle dichiarazioni più singolari pronunciate per l’occasione, in particolare dai parlamentari europei).

Certo però se Letta non è riuscito a riempire nemmeno piazza Santi Apostoli, con la geniale idea di una manifestazione il 17 dicembre, la colpa non è certo del clima condizionato dal Qatargate (nota per i non romani: piazza Santi Apostoli somiglia più a un vicolo che a una piazza, ed è da sempre notoriamente il luogo in cui si convocano le manifestazioni a buon mercato, sapendo che bastano i compagni di classe per riempirla).

Il punto è che il Partito democratico ha cominciato a precipitare molto tempo fa, come è stato certificato dal 19,1 per cento delle ultime politiche (e con tutto Articolo Uno dentro la lista, non so se mi spiego). Risultato che in una surreale direzione ha giudicato «non catastrofico» (Letta) e «non disastroso» (Andrea Orlando), ma al tempo stesso tale da giustificare addirittura la rifondazione dell’intero partito. Non però all’indomani del congresso, e dunque al termine di un vero confronto e di una votazione democratica, ma prima. Ragion per cui il congresso vero e proprio, unico momento in cui è almeno ipotizzabile lo sviluppo di una vera discussione sulle scelte compiute e i risultati ottenuti, è stato fissato a ben cinque mesi dalle elezioni, e con grandi proteste della sinistra interna, per la gravissima compressione dei tempi lasciati alla cosiddetta «fase costituente».

Del resto, questo della compressione dei tempi è ormai il loro alibi principe, quando hanno ragione di temere l’esito di un congresso: nel 2017 la motivazione ufficiale della scissione bersaniana da cui nacque Articolo Uno fu proprio la scelta di celebrare il congresso in appena tre mesi (nessun refuso: tre mesi, novanta giorni, duemilacentosessanta ore). In questo, va riconosciuta a tutti i protagonisti della polemica una certa coerenza: se tre mesi erano troppo pochi per un semplice congresso, come volete che possano bastarne due per un’intera «fase costituente», per quell’atto «rifondativo» che dovrebbe dar vita addirittura a un «nuovo soggetto»?

Ovviamente «fase costituente», «rifondazione», «nuovo soggetto» sono parole e nient’altro, nudi significanti, puro suono, senza il minimo riferimento a fatti, atti, cose di una sia pur minima concretezza, tali per cui se ne possa discutere, per consentire o per dissentire, con qualche cognizione di causa. La «fase costituente» è il nuovo nome delle «agorà democratiche», che erano il nuovo nome delle semplici assemblee, riunioni, iniziative (in gran parte su zoom, per giunta) con cui Letta aveva deciso di aprire porte e liste elettorali a Elly Schlein, ai compagni di Articolo Uno e a un certo numero di altre figure della cosiddetta società civile.

All’indomani del voto, tutto questo ampollosissimo ambaradan ha avuto un unico effetto concreto, che è anche l’unica vera ragione per cui si è deciso di allestirlo: congelare gli assetti al vertice del Pd, a cominciare ovviamente dal segretario e a seguire con l’intero gruppo dirigente, il quale prima si è detto da solo che il risultato elettorale non era poi così male e subito dopo ha cominciato a spiegare che era colpa del neoliberismo, anzi della subalternità al neoliberismo, quindi, in pratica, di Matteo Renzi e di Tony Blair.

Più ingenuo o forse più distratto di altri, Gianni Cuperlo è arrivato a dichiarare apertamente che la sinistra interna al congresso aveva delle cose da dire, perché in questi anni era stata «all’opposizione». Che è quanto tutti gli altri, cioè tutti i segretari, ministri e sottosegretari espressi dal Partito democratico negli ultimi quattro anni, avevano avuto almeno il buon gusto di non esplicitare, sia pure tentando in ogni modo di farlo capire. Resta il fatto che l’ultimo congresso si è tenuto nel 2019 e lo ha stravinto la sinistra interna, con Nicola Zingaretti, eletto con il sessantasei per cento, insieme con l’assemblea nazionale.

Di conseguenza, tutte le scelte, le alleanze, le liste elettorali, gli incarichi (compresa l’incoronazione di Letta quale successore di Zingaretti) sono stati decisi dal gruppo dirigente espressione di quelle primarie e di quell’assemblea. A cominciare dalla scelta di buttarsi a corpo morto tra le braccia di Giuseppe Conte e del Movimento 5 Stelle, salvo non avere nemmeno il coraggio o la capacità di andare fino in fondo, e provare maldestramente a tenere il piede in due scarpe, presentandosi al tempo stesso come i più grandi sostenitori di Mario Draghi, ma anche del suo nemico pubblico numero uno.

Le parole di quello che è forse il lettiano di più antica data nell’attuale gruppo dirigente, Francesco Boccia, appena nominato coordinatore della mozione Schlein, sulla necessità di una «abiura» del sostegno a Draghi – e di una immediata ricucitura con i cinquestelle – sono la prova migliore di quanto fosse ipocrita la posizione tenuta fino al giorno prima. Ed è già un passo avanti.

Certo è che la glaciazione brezneviana con cui, all’indomani di una tra le sconfitte più pesanti della sua storia, il Partito democratico ha deciso di lasciare ognuno al suo posto, rinviando alle calende greche l’unica vera occasione di discutere le scelte compiute, chissà perché, non ha portato al partito un fiume di nuovi consensi e di genuino entusiasmo. E a quanto pare nemmeno l’idea che un augusto consesso di un’ottantina di personalità (scelte sempre dal gruppo dirigente uscente) impiegasse questo tempo per riscrivere la carta dei valori del partito, documento di cui onestamente nessuno ricordava l’esistenza, si è dimostrata capace di risvegliare la mobilitazione delle masse. L’avreste mai detto?

Le orrende vicende legate all’influenza di Qatar, Marocco e vedremo quanti altri Paesi sul parlamento europeo, e in particolare su esponenti del Partito democratico e di Articolo Uno, saranno state magari il colpo di grazia. Certo il cosiddetto Qatargate non è la causa di una deriva cominciata ben prima, le cui origini vanno ricercate, semmai, nel pirla-gate.