Senza giri di boaPer le donne italiane la maternità è ancora un ostacolo alla carriera

Venti giornaliste raccontano storie di ordinaria resistenza sul lavoro, dando voce a storie di cui non si parla abbastanza

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«Quello che è successo a me non dovrebbe accadere a nessuno, mai più». È così che inizia la nostra chiacchierata. Una lunga chiacchierata, come due vecchie amiche che non si sentono da anni, tra una battuta e una confidenza, con molte domande affettuose (le mie) e troppe risposte amare (le sue). «Avevo 27 anni quando iniziai a lavorare per una piccola casa editrice. In realtà mi sarei voluta occupare di moda ma Milano, dove ho studiato e fatto uno stage, era troppo caotica e così sono tornata nella mia città, Venezia».

Dopo qualche “lavoretto” stagionale, Elsa trova finalmente un impiego che le piace e che la appassiona. La casa editrice le offre prima un contratto a progetto e dopo un anno di straordinari non retribuiti (e tanta buona volontà) ottiene il desiderato tempo indeterminato. «Seguivo molte aziende, portavo tanta pubblicità e mi occupavo anche della parte redazionale. Era un bellissimo mestiere che mi portava via tanto tempo, ma non ho mai guardato l’orologio. Seguivo le fiere e i convegni di settore in giro per l’Italia». E non le importava che il suo contratto prevedesse esclusivamente l’elaborazione dei testi perché «si faceva un po’ di tutto, all’occorrenza anche l’agente di commercio senza la parte variabile».

Elsa prendeva solo il fisso, e tutti gli accordi che riusciva a chiudere venivano ricompensati con un «grazie». Anche questo non le importava. Prese a cuore il progetto come fosse suo figlio, voleva farlo crescere, studiava le riviste di settore presenti sul mercato, le loro strategie di marketing, ma soprattutto tirava fuori molte idee per riuscire a vendere più spazi pubblicitari. Proprio per tale motivo Elsa era tenuta in grandissima considerazione dal suo capo.

Mentre i suoi colleghi uscivano puntuali allo scadere delle canoniche otto ore lavorative, lei si fermava un’oretta in più per terminare il lavoro. «Al mio titolare dava molto fastidio quando alle 18.00 c’era un fuggi fuggi generale e mal digeriva il fatto che qualcuno facesse battute quando mi attardavo; mi difendeva. Più di una volta ha persino esaltato il mio operato davanti al resto del team, con attestati di stima coram populo. Questa cosa mi metteva decisamente in imbarazzo, non volevo attirare le ire di nessuno, ma tant’è. Ero apprezzata».

Infatti, nel 2014 Elsa ottiene – dopo averla richiesta – anche una promozione. Gli anni trascorrono sereni, il lavoro va a gonfie vele così come l’amore. Assieme al compagno, inizia a cercare una casa da acquistare che avrebbe presto accolto anche un nuovo membro della famiglia. Elsa era finalmente in dolce attesa. Nel 2020, a distanza di sette anni dall’ingresso nella casa editrice, la nostra protagonista comunica la lieta novella al suo capo. La risposta è tutto un programma: «Sono contento ma anche no, perché adesso devo capire come gestire la cosa. Si creerà un buco che dovrò colmare in qualche modo». Per fortuna (sia di Elsa, sia del suo titolare), la gravidanza trascorre serena e senza rischi che la tengano lontana dal luogo di lavoro.

Il 5 marzo 2021 Rosa viene alla luce. «La mia bambina è nata il giorno prima del mio compleanno, è stato il regalo più bello del mondo. Sono stata sommersa di messaggi di auguri, tra cui quelli della moglie e del figlio del mio capo a cui ho risposto immediatamente, nonostante fossi ancora frastornata e confusa». Ed è proprio così: l’arrivo di un figlio è come uno tsunami, ti travolge e ti sconvolge. Per quanto tu lo abbia atteso, non te lo aspetti.

Quando diventi mamma, oltre a un bambino, ti consegnano le chiavi per una nuova vita. Quella che avevi prima non c’è più. Ed è così che Elsa si sentiva in quelle ore, che sono diventate giorni, settimane e poi mesi. Sebbene fosse confusa, una cosa però la ricorda con lucidità: «Dal mio capo non ho mai ricevuto alcun messaggio per l’arrivo di Rosa. Non gli scrissi perché convinta che glielo avessero detto i suoi familiari. Ma non fu il solo, persino i colleghi non si fecero mai vivi».

Elsa dovrebbe rientrare dalla maternità a luglio, ma opta per la facoltativa pur di concedersi altri mesi con la sua bambina. Era troppo piccola e, a parte lei, non aveva nessuno a cui affidarla. Oltre alla paura per il Covid, il nido privato vicino a casa non accetta bambini sotto gli 11 mesi. In più i nonni vivevano troppo lontano per poter fare avanti e indietro tutti i giorni, mentre il compagno, libero professionista, doveva lavorare per portare a casa uno stipendio pieno visto che Elsa fino a dicembre 2021 avrebbe percepito solo il 30 per cento del suo salario (450 euro al mese!).

Arriviamo così al 2 gennaio 2022, giorno del rientro ufficiale di Elsa in casa editrice. Piena di sensi di colpa, avvisa l’amministrazione: è pronta a ricominciare. Tuttavia – facendole notare che il lavoro più faticoso era già stato portato a termine dai suoi colleghi (i rinnovi dei contratti in scadenza a fine anno) – le viene chiesto di smaltire le ferie arretrate e riprendere direttamente dopo 30 giorni. Il primo campanello di allarme era già scattato, ma Elsa decide di non sollevare polemiche e si adegua. Consuma tutte le ferie che aveva maturato e a febbraio ritorna in ufficio ma con mansioni totalmente diverse rispetto a prima. «Certe cose sono cambiate», le dicono «c’è stata una riorganizzazione di ruoli, adesso anziché la parte editoriale, come facevi prima, seguirai gli eventi continuando a occuparti di tutta la parte commerciale».

Proprio quella parte che l’aveva portata a essere considerata dal suo capo una Ferrari. Un network consolidato di clienti che si era costruita con fatica negli anni. «Almeno questo non me lo hanno tolto!», pensa. Ma deve rimangiarsi tutto, perché in verità il suo portafoglio era stato assegnato a un altro collega. Ciò che avrebbe dovuto fare ora era tessere nuovi rapporti per ampliare la rete commerciale. Ancora una volta Elsa non si tira indietro e, come per le ferie, non solleva polemiche e si adegua.

Peccato che, oltre a non iniziare mai le nuove mansioni, si ritrova – dall’oggi al domani – ad aggiornare una lista interminabile di indirizzi (quattromila!) che sarebbero dovuti servire per “alcune spedizioni”.  Il controllo incrociato del data base la costringe a saltare la pausa allattamento. «Se mi fossi concessa anche quelle due ore al giorno non avrei mai finito il lavoro entro i termini prestabiliti. Semplicemente non potevo tornare a casa prima e allattare mia figlia».

Quando il lavoro di aggiornamento è finalmente concluso Elsa vorrebbe tornare a occuparsi di pianificazione pubblicitaria, ma nessuno la coinvolge mai nelle apposite riunioni. Ma com’era possibile visto che prima di partorire il capo sbandierava la sua bravura di fronte ai colleghi? Cos’era cambiato? Aveva come l’impressione che la volessero portare a spasso in attesa di qualcosa.

E quel “qualcosa” in effetti non tarda ad arrivare. A inizio marzo, mese in cui sia Elsa sia la sua bambina compivano gli anni (rispettivamente il 5 e il 6), il “regalo” da parte del suo datore di lavoro era già in viaggio. Il giorno 8, proprio in occasione della giornata internazionale dei diritti della donna, riceve una raccomandata: licenziamento immediato per riorganizzazione dei ruoli senza possibilità di ricollocare la risorsa. Recitava più o meno così il testo della missiva.

Il mondo le crolla addosso, si sente tradita, pugnalata alle spalle. «Potevano parlarmene, sono un essere umano, con dei sentimenti. Se solo si fossero fermati un minuto avremmo potuto trovare una soluzione. Insomma, lavoravo lì da anni, mi avevano formata, mi avevano assegnato tante responsabilità. Prima dell’arrivo di Rosa, gestivo circa quaranta aziende che pianificavano con regolarità. Ogni mese, portavo al mio editore almeno seimila euro di pubblicità e su quel gruzzoletto non ho mai preteso alcuna percentuale». A essere licenziata fu solo Elsa che, a dispetto di quanto si pensi, non avrebbe lasciato un vuoto. Il suo posto venne immediatamente assegnato alla sua sostituzione di maternità, una ragazza di 25 anni che in soli tre mesi ottenne un contratto a tempo pieno.

«Era chiaro che si fossero fatti due conti!», esclama. E i conti se li erano fatti eccome, visto che il suo datore attese che la figlia Rosa spegnesse la sua prima candelina, rispettando così i termini di legge. Infatti, secondo l’articolo 54 del decreto legislativo 151 del 2001, le lavoratrici non possono essere licenziate dall’inizio del periodo di gravidanza fino al termine dei periodi di interdizione dal lavoro, nonché – leggete bene – fino al compimento di un anno di età del bambino.

D’altro canto, Elsa era diventata madre e non poteva più restare incollata alla scrivania fino alle sette di sera come faceva un tempo. E questo, evidentemente, per alcune aziende continua a essere un importante indice di produttività. Dopo due anni di pandemia, in cui molte realtà imprenditoriali hanno capito che il lavoro agile non inficia il profitto, in cui vengono persino ripensati gli spazi negli uffici per agevolare le regole dello smart working e risparmiare sui costi vivi (affitti, luce, ecc.), per alcuni top manager “rimanere incollati alla propria postazione” resta sinonimo di rendimento, tanto quanto rispondere alle mail o alle telefonate sette giorni su sette per 24 ore al dì, rinunciando così al cosiddetto diritto alla disconnessione. A Elsa si riempiono gli occhi di lacrime mentre racconta il senso di vuoto e smarrimento provato in quelle settimane. Non sapeva cosa fare, aveva acquistato casa e doveva accendere il mutuo. «Chiamai la banca per raccontargli cosa mi era capitato. Speravo di trovare assieme a essa una soluzione ma l’unica risposta fu: ci richiami quando avrà trovato un contratto a tempo indeterminato, non prima».

Con il rischio di perdere i soldi dell’anticipo dell’appartamento e della cucina, Elsa arriva addirittura a pensare di essere “sbagliata”. Sbagliata perché aveva dato alla luce un figlio in un momento sbagliato. Le sue parole sono un pugno allo stomaco: «Ho fatto una cosa che non dovevo fare». Il pensiero che solo per un istante attraversa la mente di Elsa è una riflessione che ancora accompagna la vita di troppe donne. Mamme che, come lei, vivono la stessa spiacevole situazione. Questa storia non è un caso isolato e, se per molte di loro l’epilogo è tutt’altro che bello, quello di Elsa per fortuna lo sarà, ma non senza lasciarle un po’ di amaro in bocca. In meno di un anno, riesce a farsi accordare il mutuo, trova il coraggio – con il supporto del compagno – per intentare causa al suo ex datore di lavoro e si imbarca in una nuova esperienza lavorativa dopo sei colloqui con sei differenti aziende, di cui cinque preoccupate per via della piccola Rosa.

«Quante volte mi sono sentita dire: un figlio di un anno è impegnativo, le faremo sapere. E poi sparivano. Alcune di queste realtà sono molto grandi, una ha oltre millecinquecento dipendenti. Possibile che una madre faccia ancora così spavento?». Attualmente Elsa sta imparando un nuovo mestiere, ed è felice perché qualcuno ha creduto in lei a prescindere dal fatto che sia una donna, una partner e anche una mamma.

«È stata l’unica società che non mi ha chiesto perché avessi interrotto il rapporto lavorativo precedente e che non ha minimamente indagato sulla mia vita personale». «Rifaresti un figlio?», le domando provocatoriamente. «Assolutamente sì! Ne vorrei anche un secondo», risponde con un bellissimo sorriso. Elsa sembra essersi lasciata quella brutta storia alle spalle ma difficilmente dimenticherà quando, nel cercare conforto, chi l’ha messa al mondo le disse: «Hai fatto un figlio, di cosa ti sorprendi? È così che vanno le cose…».

Senza giri di boa, prefazione di Chiara Saraceno, Paperfirst, 282 pagine, 16 euro

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