Ma non hanno altro da fare?Eliminare lo Spid non serve a niente, come al solito il governo mira il bersaglio sbagliato

L’identità digitale è affidabile e funziona, la usano 33 milioni di persone in Italia. L’urgenza è aumentare i servizi online e migliorare il dialogo tra le amministrazioni per evitare burocrazia inutile agli utenti

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Il governo Meloni vuole spegnere lo Spid, la chiave di accesso per parlare con gli uffici pubblici, e far confluire tutte le identità digitali nella Carta d’Identità Elettronica (Cie) gestita dallo Stato. L’idea è del sottosegretario all’Innovazione Tecnologica Alessio Butti. «Vogliamo fare questo – ha annunciato l’esponente di Fratelli d’Italia – per semplificare la vita dei nostri cittadini, per aumentare la sicurezza e per risparmiare».

In Italia trentatré milioni di persone hanno lo Spid, il sistema per accedere ai servizi online delle Pubbliche Amministrazioni. Inserendo un’unica coppia di credenziali (nome utente e password) si possono effettuare pagamenti, richiedere bonus, scaricare certificati. Lo strumento, il cui decreto istitutivo fu firmato nel 2014 dall’allora premier Matteo Renzi, è ormai entrato nella vita quotidiana delle famiglie. È stato usato oltre cinquecentosettanta milioni di volte nel 2021. Solo a novembre gli accessi hanno superato i novanta milioni.

Per ottenere l’identità digitale, l’alternativa è la Carta d’Identità Elettronica su cui adesso punta l’esecutivo di Giorgia Meloni. Ma la Cie sconta una serie di problemi come i tempi lunghi per il rilascio, il costo, la necessità di recarsi a un ufficio comunale e la difficile utilizzabilità da pc e smartphone. Questioni su cui Butti promette di lavorare.

Il governo, ha chiarito il sottosegretario, vorrebbe chiedere ai gestori (privati) dello Spid un supporto per far migrare gradualmente gli utenti verso la Carta d’Identità Elettronica. Quanto tempo ci vorrà? Ancora non è chiaro. E in molti si chiedono che senso abbia cancellare uno strumento che funziona invece di implementarlo.

«In Italia abbiamo speso anni a parlare di questioni politicamente facili da vendere come le carte d’identità e le app. Ma non abbiamo affrontato con decisione i problemi strutturali». Alfonso Fuggetta è professore ordinario di informatica al Politecnico di Milano e amministratore delegato di Cefriel. Sullo Spid non ha dubbi: «È utile, diffuso e affidabile ma una volta che “sono dentro”, poi cosa faccio? Il vero modo per aiutare cittadini e imprese è lavorare sui servizi che si possono offrire. La priorità non è sostituire lo Spid con la Carta d’Identità Elettronica, ma è che le amministrazioni si parlino tra di loro. E oggi non succede. Bisogna migliorare l’interoperabilità, il dialogo diretto tra sistema informatici di strutture pubbliche e private. Ne discutiamo da vent’anni, ma siamo fermi sempre qui».

Ancora prima di Carta d’Identità Elettronica e Spid, secondo il professor Fuggetta la sfida è «che Stato, Regioni e Comuni possano scambiarsi informazioni senza “rompere le scatole” alle persone. Perché come cittadino devo richiedere un certificato a un’amministrazione e poi consegnarlo ad un’altra? Perché questi soggetti, magari con la mia autorizzazione, non si parlano direttamente?». Gli esempi si sprecano, tra i rimpalli della burocrazia. Per parcheggiare un’auto elettrica a Milano usufruendo delle facilitazioni bisogna compilare un modulo con le generalità del proprietario e i dati della vettura. «Ma il Comune dovrebbe chiedere quelle informazioni alla Motorizzazione, non al cittadino».

Far dialogare le amministrazioni è complicato dal punto di vista istituzionale, politico e tecnico. «Sono operazioni delicate – spiega Fuggetta – si tolgono mansioni a certi uffici e bisogna definire nuovi standard». Una missione impossibile? In realtà basterebbe procedere un passo alla volta partendo da alcune cose precise, come ad esempio il fascicolo sanitario. «Oggi l’urgenza è fare un salto di qualità nei servizi che eroghiamo ai cittadini».

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