Parlare di caldo a NatalePerché per occuparsi di clima bisogna essere controintuitivi

Il freddo porta disagi ma è un problema stagionale che si risolve con soluzioni stagionali. Le temperature roventi di questo 2022, invece, sono un problema esistenziale e devono sempre rimanere nell’orizzonte dei nostri pensieri. Anche a dicembre

Una farmacia a Torino nel mese di agosto (LaPresse)

In alcune zone d’Italia in questi giorni fa piuttosto freddo, e quindi parlare del caldo può sembrare controintuitivo, ma per occuparsi di clima bisogna essere controintuitivi e uscire dal ciclo delle sensazioni stagionali, quelle per cui basta tirare fuori il cappotto più pesante che abbiamo nell’armadio per rimuovere il fatto di vivere in un mondo eccezionalmente caldo. Nel 2022 il cambiamento sociale, economico e politico per contrastare il cambiamento climatico è andato avanti a strappi: passi avanti e passi indietro, ma il cambiamento climatico in sé è andato spedito nella sua traiettoria, fatta di fratture, eventi estremi fuori scala e soprattutto tanto, tanto caldo. 

Sono passate solo poche settimane dal mese di novembre, che secondo il bollettino del servizio Copernicus dell’Unione europea è stato il quinto più caldo di sempre: le temperature in Europa occidentale, sud-orientale e nell’estremo nord-est del continente sono state molto più calde della media. Siamo arrivati, a novembre, già a +1,4°C rispetto alla media del continente, vuol dire essere a un passo dalla prima soglia critica dell’accordo di Parigi. Sono numeri che dovrebbero lampeggiare nella nostra coscienza. 

Chi come me è partito all’inizio di quel mese per l’Egitto per seguire Cop27 è passato da un blandissimo autunno ai trenta gradi di Sharm El-Sheikh, per poi poi tornare indietro due settimane dopo e avvertire il primo flebile freddo dell’anno. La struttura delle nostre sensazioni non ha memoria: in fondo stiamo affrontando questo inverno normalmente freddo con un disagio che ci insegna che al freddo vero ci stiamo già disabituando, e anche questo ci dice qualcosa sul mondo che ci troviamo ad abitare. 

La stessa memoria episodica ci fa rimuovere cosa è stato ottobre 2022 in Europa, e anche in questo ci aiutano i dati di Copernicus, perché la pelle è mutevole sotto tutti gli strati che ci tocca indossare in questi giorni, ma i numeri non dicono bugie: è stato l’ottobre più caldo di sempre, con temperature superiori di quasi 2°C rispetto al periodo che viene usato come riferimento per capire le scale trentennali del clima, quello tra il 1991 e il 2020. Sono stati battuti record giornalieri in tutta l’Europa occidentale: Austria, Svizzera e Francia, oltre che per vaste aree dell’Italia e della Spagna, per non parlare delle anomalie registrate in Canada, Groenlandia e Siberia. 

L’autunno di quest’anno è stato nella sua interezza il terzo più caldo di sempre in Europa. E ovviamente tutto questo fuori dal perimetro dell’ultima estate, che ha reso la maggior parte delle città italiane durissime da abitare praticamente da maggio a settembre. È stata la più calda della nostra storia, con il picco di agosto che ha superato di 0,8°C il precedente record e con quello della stagione che ha battuto il picco precedente di 0,4°C. 

Altri numeri che lampeggiano o almeno dovrebbero farlo, l’incidenza del caldo sta correndo e anno dopo anno dovrebbe essere trattata non più solo come un’emergenza ecologica, ma anche sanitaria e sociale. Il caldo ha portato anche una nuova, potente ondata di incendi. Nel mondo hanno causato 1.455 megatonnellate di emissioni di carbonio. E ci sono dei punti di rottura che soffrono particolarmente. 

Qui i dati arrivano dall’Enea e dal suo osservatorio climatico di Lampedusa: la temperatura media del nostro mare ha già superato un aumento di 1.5°C rispetto alla media globale. Nel 2022 il calore marino ha sforato i 30°C, temperature da viaggi ai Tropici sperimentate sulle nostre coste che rendono il bagno pomeridiano un filo sinistro ma soprattutto mettono a rischio habitat, biodiversità e anche una serie di attività economiche, a partire dalla pesca. 

L’Europa geografica è una frontiera del clima: negli ultimi trent’anni le temperature sono aumentate più del doppio della media globale. Nessun continente si sta riscaldando in fretta come quello che abitiamo, ci fa sapere l’Organizzazione meteorologica mondiale. Qualunque obiettivo geopolitico, economico o finanziario dovrebbe essere subordinato al fatto che è nell’interesse della vita di ogni cittadino europeo, di qualunque età, il contenere le emissioni di gas serra. 

Lo è dei bambini, che vivranno in questo continente a lungo, lo è degli anziani, che sono le persone più a rischio nelle ondate di calore che ogni estate colpiscono il continente. In Europa morire per un evento climatico estremo vuol dire quasi sempre morire per un problema di salute legato a un’ondata di calore prolungata, soprattutto nei paesi occidentali e meridionali. Secondo Copernicus «la combinazione di cambiamenti climatici, urbanizzazione e invecchiamento della popolazione nella regione crea, e aggraverà ulteriormente, la vulnerabilità al caldo». 

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc (l’organismo scientifico dell’Onu sul clima) la frequenza e l’intensità delle temperature estreme non farà che aumentare. Superare le soglie dell’accordo di Parigi significa un aumento della temperatura media dalle nostre parti superiore ai 4°C: siamo vicini alla soglia dell’inabitabilità per tantissimi luoghi. Quindi sì, è vero che fa freddo, e che il freddo porta disagi, ma il freddo è un problema stagionale che si risolve con soluzioni stagionali e con l’attesa della primavera. Invece il caldo che tra qualche mese tornerà a opprimerci non è un problema stagionale, è un problema esistenziale e deve rimanere nell’orizzonte dei nostri pensieri e delle nostre preoccupazioni anche quando le temperature vanno sotto zero. 

È pedante, e controintuitivo, continuare a ricordare quanto ha fatto caldo e quanto tornerà a fare caldo, ma è l’unico modo per innestare un’azione per il clima che sia abbastanza costante e coerente da funzionare anche quando abbiamo i geloni. «Tutti i segreti dormono nei nostri vestiti invernali», diceva una canzone degli anni ’90. Ma facciamo che il clima non sia tra questi segreti, non ci conviene.