
Metti otto giovani studenti in un castello scozzese per mesi, e poi aspettati dei risultati. Per quanto possa sembrare l’inizio di un novello Decamerone boccaccesco, la seconda edizione di The Modern Artisan – progetto congiunto tra la Prince’s Foundation di Re Carlo III e il gruppo Yoox Net-A-Porter – ha prodotto non novelle, da raccontarsi mentre fuori infuria la peste, bensì una collezione di abbigliamento donna fatta di tredici pezzi, la cui ispirazione nasce da Highgrove Garden, la residenza privata del monarca e della regina consorte.
Un progetto, quello di The Modern Artisan, inaugurato nel 2019 e il cui obiettivo iniziale era (e rimane) quello di formare le nuove generazioni attraverso programmi di apprendistato, e iniziarli alle professioni artigianali oggi assai richieste dal mondo del tessile, e però di difficile reperibilità.

Secondo il rapporto 2022 Excelsior-Unioncamere, infatti, il settore del Tessile, Moda e Accessori nel periodo 2022-2026 avrà bisogno di compiere da 63mila a 94mila assunzioni, a seconda della congiuntura economica. Tra le quaranta figure più ricercate ci sono ovviamente professioni digitali, come l’e-commerce manager, gli analisti digitali o i manager dei dati della supply chain, ma anche addetti alla cucitura, textile designer, disegnatori tecnici, meccanici di tessitura, addetti alla pianificazione della produzione.
Oggi però, dopo tre anni dal lancio, l’idea cara al Re Carlo III si è arricchita di un nuovo capitolo, selezionando tra Italia e Inghilterra otto studenti, da formare in merito – facendo loro seguire corsi di cucito, pattern drafting, controllo qualità, o percorsi per lavorare con tessuti naturali come lana e cachemire – e dandogli il compito di realizzare una collezione di abbigliamento. Creatività, certo: la realtà è che gli otto selezionati (gli italiani sono Zhenqi Weng, Arianna Safayi, Francesca Garrone e Adam Benbarek, tutti laureati al Politecnico di Milano) hanno dovuto rispettare il severo protocollo interno di Yoox, quello della Infinity product guide.
La collezione non è semplicemente “sostenibile”, parola che ormai, per via del suo uso improprio, ha perso gran parte del suo valore e può voler dire tutto e il suo contrario, ma anche realizzata con tessuti naturali, materiali certificati, con più della metà dei tessuti che provengono da stock inutilizzati (forniti dal grossista italiano Maeba) e guidata da cinque anni di dati raccolti da Yoox, in merito alle preferenze dei propri clienti. Un approccio che Yoox usa già per la sua linea 8 by Yoox, private label lanciata proprio nel 2018, e che sfrutta i dati dell’intelligenza artificiale per capire ed esaminare i contenuti dei social media e delle riviste online sui principali mercati, concentrandosi in particolare sugli influencer.

I numeri sono poi incrociati con indicatori predittivi relativi ai trend, ai dati di vendita sul sito, ai feedback dei clienti, alle tendenze di acquisto del settore, e poi sviluppati da un ufficio stile. L’obiettivo è quello di realizzare prodotti che non accumuleranno polvere, conservati in magazzini già affollati di merce, ma che siano effettivamente venduti, e poi indossati.
Così si spiega la collezione che viene presentata a chi scrive nella cornice scenografica della Dumfries House, headquarter della fondazione, maniero a sud di Glasgow con una collezione invidiabile di mobili Chippendale valutati da Sotheby’s diversi milioni di sterline, e un suonatore di cornamusa che, stoico nonostante la pioggia, suona il suo strumento all’aperto, sulla terrazza affacciata all’ingresso, abbigliato come si confà all’occasione, con kilt e cappello d’ordinanza ( e ci si sente subito pervasi dallo spirito nazionale, come i protagonisti di Outlander, scozzesi refrattari alla dominazione inglese all’alba della disastrosa battaglia di Culloden).
La palette cromatica è ovviamente “silvana”, ispirata ai colori dei giardini di Highgrove, verdi profondi, nuance naturali e marroni morbidi che fanno risaltare il rosa shocking della rosa di Highgrove, i gialli pastellati delle panchine scelte personalmente dal Re, in contrasto con il verde delle siepi. Il vestito da sera midi ha una silhouette morbida, ispirata alle curve realizzate tramite l’arte topiaria (abilità sconosciuta ai mortali e che si scopre essere quella che sagoma appunto le siepi dei giardini) nella Thyme Walk di Highgrove.
I quattro pezzi di maglieria sono gli unici ad essere stati realizzati non localmente (cioè alla Dumfries House, dove i ragazzi hanno passato i dieci mesi del programma retribuito) ma dai partner di Johnstons of Elgin, fabbrica a conduzione familiare prossima al palazzo scozzese. Le gonne a portafoglio verde pino, la cui lunghezza midi è guidata dall’A.I., sono in seta organica al cento per cento realizzata da Centro Seta, con zip riciclate; gli smanicati in lana profilati in seta sono surplus fornito da Maeba; i cappotti con cintura in vita – che secondo gli insights di Yoox hanno un fascino senza tempo sui clienti e vengono di conseguenza indossati per anni – sono in lana dello Shetland non tinta che arriva dal Lovat Mill, in Scozia. E anche laddove i tessuti vengono tinti, si usano solo tinture naturali per evitare l’utilizzo di agenti chimici e lo spreco eccessivo di acqua.
«Tutti dati che comunque sono fedelmente riportati sull’etichetta del capo, con un QR code che rimanda ad una vera e propria carta d’identità digitale», spiega a Linkiesta Eccetera Valentina Visconti Prasca, managing director di Yoox. «Ci si ritrova catapultati in una dimensione parallela nella quale viene raccontata la storia del capo, l’artigiano che l’ha ideato, a cosa si è ispirato, oltre le sempre utili istruzioni di lavaggio e cura del pezzo, con informazioni su come prolungare la vita del prodotto, garantendo sulla tracciabilità della supply chain: e se il capo, un giorno, passerà a qualcun altro, anche quel nuovo proprietario avrà la possibilità di apprezzarne il valore».

Infine, tra le tante informazioni fornite inquadrando il codice, c’è anche la spiegazione pratica del valore carbon-neutral della collezione. Ottenere questo riconoscimento, nella pratica, vuol dire che ci si è impegnati in opere che hanno compensato, e azzerato, le emissioni nette di anidride carbonica necessarie alla creazione del guardaroba. Nel caso del progetto di The Modern Artisan, si tratta di un impegno con la Kariba Forest Protection, ente che tutela l’omonima foresta al confine tra Zambia e Zimbabwe. In un progetto a piena circolarità, infine, il cinquanta per cento delle vendite verrà donato alla Prince’s Foundation, che potrà così continuare a sostenere lo sviluppo dei programmi di formazione, incentrati sul passaggio generazionale di saperi artigianali antichi.
In effetti, i programmi che sono attivi alla Dumfries House – lo si comprende passeggiando per la tenuta in una mattinata priva di piogge – sono molteplici, e vanno anche oltre l’abbigliamento. Forniti del necessario Barbour, utile a mitigarsi meglio tra i “local” che si incrociano per i sentieri, come la serie The Crown ci ha insegnato (l’area esterna alla Dumfries House è aperta a tutti, la casa è visitabile con guida turistica annessa) in effetti, ci sono molteplici laboratori e servizi per la comunità limitrofa, giovani artigiani inglesi che sembrano surfer californiani impegnati a realizzare lampade in ottone, o a lavorare con il vetro di recupero, accoglienti proprietarie di casa, che presiedono ai laboratori dove il colore viene tinto naturalmente, utilizzando i prodotti dell’orto, ma anche programmi di formazione per aspiranti meccanici e idraulici, e dormitori nei quali preadolescenti – se ne scorge uno con una cresta che guarda più al punk che alla gloriosa storia reale inglese – si esercitano suonando tutti insieme.
«A differenza delle generazioni precedenti, questa ha tutte le informazioni necessarie per capire quale sia lo spreco e il consumo dell’industria della moda», spiega Jacqueline Farrell, director of education del programma. «Sono desiderosi di esser parte di un cambiamento, e quando scelgono un lavoro, lo fanno anche in base ai valori che quel datore di lavoro rappresenta. Durante il programma, inoltre, i ragazzi si sono appassionati allo studio delle fibre, argomento che non avevano trattato durante il loro percorso accademico e vedere come la collezione si è evoluta, allontanandoli dalle loro zone di comfort è stato eccitante anche per me».
«L’idea finale», riprende Prasca, «è formare dei moderni artigiani, figure professionali di cui c’è sempre maggiore bisogno, e fornire loro gli strumenti per poter realizzare i loro sogni, ai loro termini: tra i partecipanti alla scorsa edizione, un ragazzo scozzese è divenuto esperto nella realizzazione dei kilt e ne realizza su misura, alcuni sono entrati nel team di 8 by Yoox, molti hanno usato questa esperienza come traghetto per arrivare nel lusso, da Moncler a Zegna a Prada passando per Off-White».
Nell’esperienza, oltre alla Farrell e al sostegno degli insights forniti dall’AI di 8 by Yoox, i ragazzi sono stati affiancati da tutor di tutto rispetto, figure di primo piano quando si parla di sostenibilità reale, come Gabriela Hearst, creative director di Chloè, così come i creativi dietro Nanushka e Mother of Pearl, e l’italiano Tiziano Guardini. Un assaggio di “vita reale”, del quale gli studenti, evidentemente hanno apprezzato il valore. «Al Politecnico si cercava di riprodurre un ambiente che assomigliasse ad un ufficio stile, con collezioni che non partivano da nostre idee: ci si chiedeva di immaginarci nell’ufficio stile di un brand, con un brief dedicato», spiega Benbarek.
«I paletti però erano fittizi, scolastici: qui abbiamo avuto degli insight reali e tutte le limitazioni legate alla sostenibilità, che hanno influenzato il nostro modo di vedere e progettare. Un esempio? Andando ad Highgrove ci eravamo immaginati tutta una palette cromatica da usare: quando però lavori con tessuti deadstock che sono già tinti in colori precisi, devi trovare il modo di aggirare l’ostacolo».

«Ci ha aperto anche gli occhi sulla vastità e sulla ricchezza del settore tessile italiano, sparso per tutta la penisola», aggiunge Safayi. «Sono rimasta sconvolta, guardando i dati, da quanto la scelta del deadstock abbia poi impattato e abbattuta la nostra impronta di carbonio. Basta cercare realtà che lavorino in un sistema di circolarità, tecnologie che consentono di migliorare ciò che è già esistente».
Un’iniezione di realtà a 360° che, forse, regala anche umiltà. «Capire come i prodotti vengono realizzati passo per passo, anche se in futuro non si è interessati a proseguire in uno specifico ramo», prosegue Garrone, «è utilissimo. Quando si arriva dal modellista, si sanno molto meglio quali sono le richieste che possono essere fatte».
«Soprattutto quelle che non si possono fare, o quelle che possono essere evitate tramite una soluzione alternativa, facilitando la vita un po’ a tutti» conclude Weng. Un’esperienza, la loro, che si è arricchita dell’incontro con il Re, passato durante la fase di progettazione per una visita. «Una persona molto umana, interessata sinceramente al progetto», spiega Benbarek, «con la quale si è chiacchierato piacevolmente. Ha voluto anche informarsi sulla nostra vita qui, chiedendoci dove uscissimo la sera, da queste parti. Considerato che siamo in aperta campagna, la domanda era abbastanza legittima in effetti». Fortunatamente – che la vita sociale sia entusiasmante o meno – pare che qui i ragazzi abbiano trovato quello che cercavano: insegnamenti, formazione, ispirazione e una collezione fresca ma intelligente, che ora è disponibile per l’acquisto su Yoox.